Misurare per cambiare: il benessere come bussola del progresso
“Ben-essere”: due sillabe, un concetto apparentemente semplice. Eppure, dietro questa parola di uso quotidiano si nasconde un’idea profonda e, oggi più che mai, urgente.
Nel più ampio contesto della salute mentale, ossia sul terreno di un rapporto indissolubile che lega health e well-being, si radica una condizione essenziale per lo sviluppo integrale della persona e per lo stesso tessuto sociale. È un vero e proprio progetto quello che ci aspetta: promuovere una cultura della misurazione qualitativa del benessere psico-fisico e sociale.
Il termine deriva dal latino bene esse, ovvero “stare bene”, “essere nel bene”. Un’espressione che richiama non solo una condizione fisica o materiale, ma una qualità dell’esistere, un equilibrio complessivo tra corpo, mente, relazioni e ambiente.
E proprio in questo significato originario si trova la chiave per comprendere le motivazioni che spingono a porre al centro delle nostre analisi il benessere in senso plurale. In un’epoca in cui la crescita economica non basta più a descrivere il progresso di una società, imparare a definire, osservare e misurare ciò che significa davvero “stare bene” diventa una sfida cruciale. Non solo per i decisori pubblici, ma per ciascuno di noi.
Perché il benessere, se preso sul serio, è il nuovo nome del cambiamento.
“Si migliora solo ciò che si misura” affermava Lord Kelvin, fisico e matematico dell’Ottocento. È racchiusa in questa massima un’intuizione fondamentale: il cambiamento, per essere reale, efficace e duraturo, ha bisogno di fondarsi sulla consapevolezza e, soprattutto, su un progetto di rinnovamento prima che di consolidamento. Ma senza validi ed efficaci strumenti per osservare e valutare ciò che viviamo, per misurare le geometrie del mondo, ogni tentativo di miglioramento rischia di restare vago, guidato più da intuizioni che da conoscenze. In altre parole, non si può cambiare ciò che non si conosce a fondo.
Oggi si parla sempre più di benessere come obiettivo prioritario nelle agende politiche, economiche e sociali. Ma il benessere è un concetto multidimensionale, sfaccettato, difficile da circoscrivere con precisione. Non si esaurisce nella salute fisica o nella stabilità mentale, ma abbraccia aspetti più sottili e profondi dell’esperienza umana: il senso di appartenenza a una comunità, la qualità delle relazioni interpersonali, il grado di fiducia negli altri e nelle istituzioni, la percezione di equità, la possibilità di attribuire significato alla propria vita.
Proprio per la sua natura complessa e talvolta sfuggente, il benessere rischia di passare in secondo piano se non impariamo a renderlo visibile. E renderlo visibile significa, innanzitutto, imparare a misurarlo con rigore e continuità. Ma attenzione: misurare non è solo una questione tecnica o statistica. È, soprattutto, una scelta di valore. Decidere cosa misurare equivale a stabilire cosa conta davvero per una società. È un atto politico e culturale che orienta le priorità collettive.
Lo sottolineava già Robert Kennedy nel lontano 1968, quando denunciava i limiti del Prodotto Interno Lordo come unico metro del progresso: “Il Pil misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”. È una frase che oggi risuona più attuale che mai. Il cambiamento a cui siamo chiamati non è solo materiale o economico, ma culturale e sistemico. Un cambiamento che richiede nuove lenti con cui osservare il mondo e nuovi strumenti con cui valutarne l’evoluzione.
Per questo, stanno emergendo nuovi paradigmi capaci di intrecciare saperi un tempo separati: psicologia, sostenibilità, economia, politiche pubbliche. La promozione del benessere non può più essere affidata a un solo settore o delegata al singolo individuo. È una responsabilità condivisa che chiama in causa governi, istituzioni, comunità e cittadini. Ed è una responsabilità che richiede indicatori integrati, capaci di andare oltre le cifre del Pil per includere dimensioni sociali, ambientali e psicologiche.
Il cambiamento autentico non è mai improvvisato. È un processo che si costruisce nel tempo, a partire dalla capacità di ascolto, di osservazione e di interpretazione della realtà. Misurare il benessere non significa ridurlo a numeri, ma restituirgli dignità e centralità nel disegno politico e culturale del nostro futuro.

ANTONIO DI BARTOLOMEO, nato a Venezia nel 1970, è fondatore di Pluriversum Edizioni e presidente dell’APS Pluriversum.
Laureato in Economia e Commercio e in Filosofia, ha svolto anche studi di Teologia, maturando una visione interdisciplinare orientata alla riflessione critica e alla ricerca spirituale.
Le numerose esperienze nel mondo editoriale e i prolungati soggiorni nell’Estremo Oriente hanno inciso profondamente sul suo percorso, dando forma a una sensibilità in cui letteratura, filosofia e fede si intrecciano e trovano espressione nel saggio Introduzione al pensiero plurale (2015) e nel sito web www.pensieroplurale.it (dal 2009).
Editor, blogger e content creator, si occupa di scrittura, editoria e divulgazione culturale. Ha svolto attività di docenza presso l’Università Popolare di Ferrara, insegnando Scrittura narrativa, Religioni e spiritualità e Storia delle religioni. Tiene webinar e conferenze su diversi temi con l’intento di diffondere una cultura della pluralità, promuovendo strategie, tecniche e approcci di comunicazione non-violenta.
Attualmente insegna Filosofia e Storia presso il Liceo Ariosto di Ferrara.
Convinto che il pensiero nasca dall’incontro tra differenze, lavora per dare voce a un’idea di cultura come spazio condiviso, aperto e generativo.
