Frutta secca e scrittura: piccoli alleati per chi lavora con la mente
«Si hortum in bibliotheca habes, deerit nihil.»
«Se accanto alla biblioteca avrai un giardino, nulla ti mancherà.»
— Cicerone, Epistulae ad familiares, IX, 4
Cicerone lo scrive a Varrone. La biblioteca, luogo della mente e dello studio, sembra aver bisogno anche di un giardino: qualcosa che appartenga alla vita concreta, alla natura, al corpo. È un’immagine particolarmente felice per chi scrive. La pagina nasce dal pensiero; il pensiero non vive separato dall’organismo che lo sostiene: il corpo nutre la mente, la mente governa il corpo.
Scrivere richiede concentrazione, continuità, energia mentale. Le ore trascorse davanti a un manoscritto o a uno schermo possono essere affascinanti, talvolta faticose. Anche l’alimentazione quotidiana diventa allora una piccola forma di cura del lavoro intellettuale: nutrire il corpo per sostenere il pensiero, sostenere il pensiero nutrendo il corpo.
Tra gli alimenti più pratici da tenere accanto alla scrivania c’è la frutta secca, ricca di minerali e nutrienti utili all’organismo. Mandorle, noci, pistacchi, nocciole e anacardi hanno profili differenti. Proprio questa diversità ne costituisce uno dei maggiori pregi.
I pistacchi si distinguono soprattutto per il contenuto di potassio. Le mandorle offrono un buon apporto di magnesio e calcio. Gli anacardi sono interessanti per magnesio, fosforo e ferro. Le nocciole presentano un profilo piuttosto equilibrato. Le noci, infine, meritano attenzione anche per la presenza di acidi grassi omega-3 di origine vegetale.
Il magnesio partecipa al normale funzionamento del sistema nervoso e contribuisce alla riduzione della stanchezza e dell’affaticamento. Il fosforo interviene nei normali processi energetici dell’organismo. Il potassio contribuisce alla normale funzione muscolare e nervosa.
Nessun alimento, naturalmente, rende più creativi. Nessuna manciata di mandorle risolve il blocco dello scrittore. Chi trascorre molte ore leggendo, correggendo o componendo testi può comunque trarre beneficio da abitudini semplici: bere abbastanza, evitare pasti troppo pesanti, preferire piccoli spuntini nutrienti agli snack molto zuccherati. Alla scrittura serve energia, all’energia serve misura; alla misura serve disciplina, alla disciplina serve scrittura.
Una porzione di circa 20-30 grammi di frutta secca al naturale, senza sale né zuccheri aggiunti, può accompagnare bene una sessione di scrittura.
La varietà, del resto, non è soltanto un criterio nutrizionale. È anche una forma del pensiero. Nessun alimento possiede tutte le qualità; nessuna idea esaurisce la complessità del reale. Ciò che manca all’uno può trovarsi nell’altro; ciò che l’altro possiede può completare, senza annullarla, la differenza dell’uno.
Qui emerge uno dei principi di una filosofia della pluralità: non cercare l’elemento unico destinato a dominare gli altri, bensì comprendere come differenze irriducibili possano entrare in relazione senza perdere la propria specifica configurazione.
La pluralità non è dispersione né semplice molteplicità. Il plurale si sottrae tanto al dominio dell’Uno quanto alla riduzione quantitativa dei molti.
L’armonia emerge quando differenze compatibili entrano in relazione senza essere costrette a uniformarsi. Lo mostra, in forma semplice, anche la varietà della frutta secca: ciascuna possiede un proprio profilo nutrizionale, nessuna pretende di costituire il modello delle altre. Pistacchi, mandorle, noci, nocciole e anacardi conservano le proprie peculiarità e proprio per questo possono alternarsi e combinarsi senza perdere la loro identità. La compatibilità non cancella la differenza né la riconduce a un principio unico: rende possibile una relazione nella quale ciascun elemento resta riconoscibile. L’armonia nasce precisamente da questa possibilità di coesistenza.
Una simile compatibilità richiede misura. Nessun elemento può pretendere di occupare l’intero spazio della relazione; ciascuno deve conservarsi senza impedire all’altro di conservarsi a sua volta. È qui che la gentilezza acquista un significato più profondo: non semplice cortesia, bensì disciplina della presenza, capacità di non eccedere, di non invadere, di lasciare all’altro il margine necessario per restare ciò che è. In questo senso, la gentilezza non attenua la differenza: la rende abitabile.
Anche nella nutrizione, dunque, non occorre proclamare un vincitore. Pistacchi, mandorle, noci, nocciole e anacardi non devono competere per diventare “il migliore” in assoluto. La differenza genera la varietà, la varietà dà valore alla differenza. Alternarli significa accogliere ciò che ciascuno può offrire senza pretendere che uno solo contenga tutto.
Qualcosa di simile accade nella scrittura. Un testo vive della pluralità delle parole, delle immagini, dei ritmi, delle prospettive. La parola giusta non elimina le altre: trova il proprio posto tra le altre. L’unità non nasce cancellando il plurale, bensì componendosi con esso; il plurale non dissolve l’unità, ne impedisce la rigidità.
L’immagine di Cicerone ci riporta così al punto di partenza: alla biblioteca occorre anche un giardino. Alla vita della mente occorre una vita del corpo capace di sostenerla. Chi scrive abita le parole, senza per questo cessare di avere bisogno di nutrimento, movimento, riposo, natura. La mente cerca ordine nel corpo, il corpo cerca equilibrio nella mente.
La frutta secca non scriverà il prossimo capitolo al posto nostro. Può diventare, però, una discreta compagna di scrivania, soprattutto dentro un’alimentazione sobria, varia, equilibrata.
Orazio offre una conclusione sorprendentemente adatta:
«Quae virtus et quanta, boni, sit vivere parvo.»
«Quanto grande sia la virtù di vivere con poco.»
— Orazio, Satire, II, 2, 1
Per chi scrive, forse, non occorre molto. Una scrivania, qualche libro, un po’ di silenzio. Sul tavolo può bastare una piccola ciotola: due noci, qualche mandorla, un pistacchio ancora chiuso nel guscio. Piccole cose, quasi domestiche, che accompagnano il pensiero senza disturbarlo.
Anche qui, senza bisogno di proclami, il plurale si lascia vedere. Ogni frutto conserva il proprio sapore, la propria consistenza, il proprio modo di stare accanto agli altri. Nessuno prende il posto dell’altro. Nessuno ha bisogno di somigliargli.
Poi si torna alla pagina. Si prende una mandorla, si rilegge una frase, si cambia una parola.
E la pazienza di lasciare che ogni cosa resti se stessa, trovando — quando è possibile — il modo gentile di stare accanto alle altre.

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ANTONIO DI BARTOLOMEO, nato a Venezia nel 1970, è docente di Filosofia e Storia, scrittore, editor e promotore socio-culturale. Fondatore di Pluriversum Edizioni e presidente dell’Associazione Pluriversum, sviluppa progetti che intrecciano editoria, formazione, divulgazione e iniziativa sociale.
Laureato in Economia e Commercio e in Filosofia, ha approfondito anche gli studi teologici. La sua ricerca nasce da una prospettiva interdisciplinare e da una filosofia della pluralità fondata sul confronto tra culture, saperi e differenti visioni dell’esistenza.
È autore di Introduzione al pensiero plurale (2015) e, con Natalia Re, di La gentilezza come linguaggio della responsabilità sociale. Autenticità, azione e parola (2026). Dal 2009 cura il progetto Pensiero Plurale, dedicato alla filosofia, alla spiritualità, al dialogo interculturale e alla lettura critica della contemporaneità.
Al centro del suo lavoro vi sono i temi della pluralità, della gentilezza, della responsabilità sociale e della comunicazione, nella convinzione che la cultura debba generare consapevolezza, costruire relazioni e offrire strumenti per abitare la complessità.

