Disavventura marina per riflettere
Breve racconto di
Antonio Di Bartolomeo
Ieri mattina, un’onda mi ha travolto. Avevo gli occhiali da sole (graduati) apparentemente ben saldi sul viso.
Eppure, sono volati via. Chissà dove.
S’immagini la sensazione di spaesamento e disorientamento. Quegli occhiali, a cui ero tanto affezionato, non solo perché erano costati un occhio della testa, ma perché erano diventati parte del mio modo di guardare il mondo, parte di me, erano stati rapiti dall’impeto delle onde. La mia vista si è offuscata; neppure riuscivo a capire in che punto l’onda me li ha sfilati.
Ho raggiunto la riva, e per almeno mezz’ora ho continuato a fissare le onde, dal calmo lontanissimo orizzonte alla tempesta impetuosa ai miei piedi, sperando che il flusso dell’acqua trascinasse a riva i miei cari occhiali, sognando di vederli galleggiare non distanti. O distanti. Non importava dove sgorgassero a galla. Volevo solo riaverli.
Era l’ora di pranzo, i bagnanti rientravano felici in hotel.
Mi sono rattristito. Ho pensato a tutte le volte in cui ho perduto l’amore: sempre in un attimo, senza una ragione, senza rimedio. Mi sono sentito in colpa: perché sono entrato in acqua, pur sapendo che avrei potuto perdere gli occhiali?
È stata Sofia a chiamarmi. Io non volevo entrare. Mi ero già fatto un bagno e avevo già rischiato di perderli. Ero uscito e volevo asciugarmi. Lei, però, chiamava. Voleva che rientrassi. Non sono stato abbastanza forte. La mia volontà ha vacillato. E mi sono lasciato convincere.
Questo è stato un primo imperdonabile errore. O forse non esistono errori, ma solo eventi più o meno sfortunati. Però, mai bisogna andare contro la propria volontà!
Alla fine, ho lasciato la spiaggia, mi sono diretto sul lido, mi sono fatto la doccia, mentre Sofia ha considerato opportuno andarsene a casa da sola, anche lei amareggiata, forse.
Sono stato male tutto il giorno, e stanotte ho dormito solo un paio d’ore. Mi giravo e rigiravo, come trasportato dalle onde.
Stamattina, poi, mi sono alzato prestissimo, e sono tornato sul lido. Ho camminato lungo la battigia per almeno 800 metri, perché ho appreso da ChatGPT che è possibile, se gli occhiali sono in plastica non pesante – esattamente come i miei – che le onde li restituiscano, ancorché lateralmente.
C’erano ammassi di alghe. Nulla che assomigliasse ai miei occhiali.
E allora ha cominciato a parlarmi la mente. Che non si placa mai. Con la sua voce sottile e tagliente: “Hai sbagliato tu” diceva. “Sapevi che potevi perderli, e sei entrato lo stesso”.
E sì, potevo restare seduto, decidere di non rischiare.
“Ti sei fatto convincere, sei stato debole. Hai perso qualcosa di importante perché non hai saputo dire no”.
E mentre quella voce continuava a colpire, io camminavo lungo la spiaggia, scrutavo tra le alghe, tra le conchiglie spezzate e i piccoli rifiuti portati a riva, sperando in un segno, in un colore familiare, in un riflesso che mi dicesse: eccoti, lente mia, ti ho ritrovata.
E poi sono andato dal bagnino. Ho chiesto se fossero stati trovati degli occhiali da sole, giallo-verde. Mi ha detto di sì. E ho provato una bella e assurda emozione di sollievo. È andato a prenderli, ma non erano i miei. Non erano quelli. L’altro bagnino, invece, ha riferito di aver preso, ieri sera, da un bambino (che li aveva trovati) un paio di occhiali proprio giallo-verde. Erano quelli i miei!
Dice di averli messi sul tavolino, quello sotto l’ombrellone, perché stava chiudendo il lido. E a un certo punto non li ha più visti, come se li avessero rubati – rubati da chi?
Ho detto: “Perché non li hai portati qui, alla reception del lido?”.
Lui, quindici anni, ha ribadito che stava chiudendo e non aveva tempo! Ho chiesto alla titolare del lido se trovasse corretto il comportamento del suo bagnino.
Non ha sbagliato! – ha detto con tono perentorio e difensivo. Ovviamente, non ho replicato. Me ne sono andato, ma stavolta con una consapevolezza diversa: non il mare ha rubato i miei occhiali. Il mare segue la sua natura, e ha pure restituito ciò che non gli apparteneva. Anche il bambino, simbolo di innocenza e purezza, ha affidato gli occhiali a chi avrebbe dovuto seguire una prassi di educazione civica. Che nessuno, a scuola, gli ha insegnato, evidentemente.
È un fallimento totale della società: l’uomo nasce libero, e talvolta generoso, ma ovunque è in catene. Ovunque è un criminale. Lo diceva Rousseau, uno dei più grandi filosofi di tutti i tempi, se non altro quello che mi ha insegnato di più e che, peraltro, ha ispirato la rivoluzione francese.
Eguaglianza, giustizia, fraternità, libertà: i valori supremi. Che calpestiamo continuamente, e non ci sono validi insegnanti. Infliggiamo loro un inutile, nocivo, esame di stato, e non trasmettiamo alcun senso dell’etica.
Io stesso non nutro alcuna stima verso me stesso. Cosa dovrei insegnare se neppure io capito niente della vita? E la mia mente? È uno strumento così vantaggioso? Ho letto da qualche parte che oltre il 90% di ciò che pensiamo crea malessere, trattandosi di contenuti negativi. La mente, colma di concetti, nozioni, idee, mi è davvero di supporto?
A che serve un amico che tradisce in continuazione?
La verità è che mi lascio condizionare troppo spesso, e non sono fermo e inflessibile
È tutto racchiuso nell’intenzione. La mia mente commettere gravi errori, mi inganna, e le conseguenze sono disastrose e irrimediabili. Oppure sì, occorrerebbe fidarsi del mare e della natura imponente. E intanto la mente continua a parlare. A scavare. A chiedere. A incolpare. E ogni pensiero è più pesante del precedente, e ogni risposta somiglia sempre più a una condanna. E proprio quando tutto sembra chiuso, quando accetti che non torneranno più, che la rabbia non servirà, che l’ingiustizia non verrà corretta, allora accade qualcosa. Qualcosa cambia. Non fuori. Dentro, nella geografia infinita della nostra anima.
Forse non era una punizione.
Forse non c’è nessun colpevole.
Forse perdere qualcosa non è sempre una sconfitta, ma un passaggio.
Forse quegli occhiali non mi servivano più.
Forse trattenere tutto non è la risposta.
Forse stavo solo cercando un pretesto per far uscire un dolore più ancestrale.
Uno che non ha a che fare con il mare. Uno che riguarda il mio modo di reagire, di colpevolizzarmi, di sentirmi sempre sbagliato. E mentre il pensiero cambia forma, diventa più leggero. Comincia a sussurrare invece che urlare. Qualcosa si scioglie.
Forse ciò che perdi ti insegna a guardare in modo diverso.
Non con gli occhi.
Con ciò che rimane.
E allora sì.
Vorrei essere mare.
Dovremmo essere tutti mare tempestoso, flusso e riflusso, natura, non cultura.
Mare, immenso, possente, puro e innocente, come un bambino.
Che non fugge.
E conosce perfettamente il segreto del lasciar andare.

ANTONIO DI BARTOLOMEO,
fondatore e direttore di Pluriversum Edizioni.
Presidente dell’APS Pluriversum.
Ha studiato Economia e commercio, Filosofia e Teologia.
Numerose esperienze in case editrici indipendenti e diversi e prolungati viaggi nell’Estremo Oriente hanno consentito di acquisire una competenza letteraria, filosofica e religiosa, poi confluita nel saggio Introduzione al pensiero plurale (2015)
Editor, blogger, creator.
Ha insegnato Scrittura narrativa, Religioni e spiritualità, Storia delle religioni, presso Università Popolare di Ferrara.
Su svariati argomenti, tiene webinar con il solo intento di diffondere cultura e conoscenza.
Attualmente, insegna Filosofia e Storia presso Liceo Ariosto di Ferrara.
