Mamma presto ritornerò – Intervista a Fabrizio Canella
La sua opera: “Mamma, presto ritornerò” è un prezioso inno al ricordo. Secondo lei, quanto è importante ricordare eventi che hanno trasformato il modo di agire dell’essere umano?
La mia opera : “Mamma, presto ritornerò” è senza ombra di dubbio un inno al ricordo. Ritengo sia molto importante ricordare gli errori del passato per un presente di speranza e un futuro di pace. Sviscerare il comportamento dell’essere umano racchiuso negli eventi è fondamentale per comprenderne, con senso critico di condivisione o di condanna, le intenzioni e le decisioni che hanno dato vita alle conseguenti azioni. Prendere in considerazione il ricordare non ci esime dal dimenticare in quanto sul ricordo che si è dimenticato si fonda gran parte della conoscenza. Dobbiamo perciò essere logorroici nel ricordare anche quando la memoria si erge pericolosamente contro la storia quale arma arbitraria del nostro presente, evidenziando il volto tutto umano, o meglio disumano, dei crimini di Auschwitz e di tutti gli altri lager nazisti, facendo attenzione a non perpetuare una pratica esclusivamente commemorativa, evitando la consacrazione della memoria stessa e la spettacolarizzazione della sofferenza. Pertanto gli avvenimenti storici che segnano il passaggio da un’epoca a un’altra, non possono e non devono mai essere trascurati, in quanto costituiscono il punto di partenza per una profonda riflessione sull’indole umana e sulla sua degenerazione. Dobbiamo assolutamente ricordare anche se l’insegnamento della storia stessa sembra quello di non insegnare. Mi auspico quindi, che il dovere al ricordo, quale duplice contenuto di memoria individuale e collettiva, a cui è affidato la pianificazione dei comportamenti presenti e futuri attraverso la conoscenza del passato, induca a far sì che il dialogo democratico prevalga nel rapporto tra i popoli. Ritengo sia assolutamente necessario, impavidamente erigerci a garanti di un ricordo storico con il solo scopo di non farlo sbiadire nel tempo e con fermezza ribadire “Mai più”.

- Con la citazione latina di Virgilio: “Per aspera ad astra”, presente nella sua opera, quale messaggio vuole trasmettere ai lettori?
La citazione o motto “Per aspera ad astra, “dalle asperità fino alle stelle”, vuole significare che la via della virtù e della gloria è irta di difficoltà. In pratica un’incitazione a superare gli ostacoli, a fare meglio, ad impegnarsi per raggiungere gli scopi desiderati. I greci la rivolgevano ai loro eroi i quali, dopo la morte, venivano glorificati sull’Olimpo, così come è mia intenzione celebrare le gesta di mio padre, il mio eroe.
I miei lettori invece, li vorrei esortare a combattere e a non abbattersi durante i momenti meno belli della loro vita perché, tutto quanto realizzato di positivo, attraverso duri sacrifici, con forza e onore, sarà comunque ripagato un domani, forse anche nell’altra vita. In pratica la fatica e le sofferenze rappresentano gli unici mezzi attraverso i quali si possono raggiungere le stelle, la gloria o anche un semplice risultato.
Saranno quindi i posteri a collocare le nostre azioni, a giudicare il nostro passato sentenziando se avremo meritato o meno le stelle, oppure noi stessi a sentirci gratificati dopo aver conseguito un ambizioso traguardo superando innumerevoli insidie.

- Il bisogno di ricordare l’ha portata a utilizzare lo strumento scrittura per imprimere su carta un evento, mondiale e personale, che segna e insegna. Quanto si ritrova in queste mie parole?
Verissimo, ho sentito il bisogno di scrivere al fine di imprimere su carta un evento che potesse avere una valenza mondiale oltre che personale. La mia opera rappresenta una piccola parentesi di storia che segna un grande dramma, un vero inno al ricordo, qualcosa su cui riflettere per non dimenticare il sacrificio degli oltre 80mila italiani caduti nei lager che rischiano con la cancellazione della memoria collettiva, di morire una seconda volta. Infatti nel dopoguerra ci fu un vero disinteresse della storiografia sia tedesca che italiana, un processo quasi collettivo di rimozione, un tentativo di mettere a tacere, per motivi di opportunità politica, una verità storica ad entrambi sgradita. L’oblio purtroppo è durato troppo a lungo ma desta meraviglia che si sia steso su di loro un velo di immeritato silenzio.
Trascrivendo il diario di prigionia di mio padre, ebbi modo di dare sfogo alla mia profonda indignazione attraverso uno strumento di cui disponevo, un tassello di un mosaico, una testimonianza storica da proporre affinché le giovani generazioni conoscano i fatti che hanno inciso in modo determinante nella storia d’Italia e mantengano vivo il ricordo. Effettivamente pur costituendo una pagina nobilissima del nostro recente passato, le vicende degli internati sono poco o nulla conosciute dalle giovani generazioni.
Dimenticando la storia si rischia di riviverla, perciò è fondamentale ricordare gli errori del passato per un futuro migliore.
Il libro quindi insegna e rappresenta la giusta via per non ignorare la barbarie nazista che ha recato offesa alla dignità della persona, consumando il sacrificio di milioni di innocenti e per opporci con decisione affinché non si presenti mai più sulla scena del tempo.
Tramite il mio libro che rappresenta un piccolo frammento di una gloriosa pagina di storia tinta di tricolore, è mia intenzione sensibilizzare l’opinione pubblica e scuotere la coscienza politica affinché si arrivi a celebrare questi ragazzi, i nostri ragazzi internati militari, con il riconoscimento di un giorno specifico della memoria, esclusivamente a loro dedicato, affidandoli definitivamente alle stelle.

- Questo libro affronta una tematica molto forte e attuale che potremmo definirla una piaga della nostra società. Di fronte all’orrore dell’“homo homini lupus” di hobbesiana memoria, cosa, secondo lei, spinge un essere umano a compiere gesti folli?
L’orrore e la malvagità insita nella citazione “homo homini lupus”, ovvero l’uomo è lupo per l’uomo, purtroppo ci accompagna da migliaia di anni, praticamente da sempre ed è sinonimo di orrore e disumanità. Dalla preistoria, a Caino e Abele fino ai giorni nostri, continuando purtroppo a far parte del nostro presente.
L’indole umana, essendo fondamentalmente egoista, mette in evidenza soltanto istinti di sopravvivenza e sopraffazione. Ritengo quindi siano egoismo e odio verso il prossimo a prevalere su qualsiasi altro sentimento umano, da cui ne derivano antagonismo, violenza e volontà di prevalere sul proprio simile a qualunque costo con gesti folli e ingiustificabili: “Mors tua vita mea”, ossia la tua morte è la mia vita. Desta meraviglia che, nonostante se ne parli continuamente, lo specchio degli orrori generato dall’uomo sia ancora attuale. Ciò che è stato continua a ripetersi in ogni parte del mondo, sia pure con differenze e sotto i nostri occhi che non vogliono vedere. Ritengo che tutto ciò possa essere combattuto e vinto con la saggezza, l’intelletto e l’umiltà, virtù venute meno in questi ultimi tempi.
- Fabrizio Canella, lei riporta il “diario di guerra” di suo padre Elio Adriano Canella, quali emozioni hanno nutrito la sua penna durante la stesura dell’opera?
Durante la stesura del mio libro, tratto dal diario di prigionia di mio padre Elio Adriano, la mia penna è stata nutrita da forti emozioni che hanno condizionato ma nello stesso tempo favorito la realizzazione dell’opera stessa. Mentre scrivevo mi sembrava di sentire la sua voce che guidava la mia mano, con lo stesso timbro mi descriveva, tra smorfie e accenni di sorrisi, le situazioni impresse nei suoi scritti arricchendole con aneddoti e intercalari ironici tipici del suo modo di essere. Mi sentivo immerso nelle sue inquietudini e preoccupazioni vissute nei lager, quasi a percepire i suoi stati di angoscia e apprensione. Ero eccitato, calato nel suo passato e pronto a trascrivere e descrivere le sue gesta racchiuse tra le righe del suo diario. Scrissi quindi accompagnato sia da una tempesta di piacevoli emozioni che di turbamenti, comunque importanti per la narrazione del suo dramma. A opera conclusa fui orgoglioso e felice per aver coronato un sogno che serbavo da tempo, portato a termine un progetto, ma nello stesso tempo quasi dispiaciuto per aver interrotto un atipico dialogo, anche se in realtà continuerà nel tempo.
- Partendo dal presupposto che siamo tutti figli di un passato che ci accomuna, cosa ha significato per lei crescere con una figura di riferimento che ha vissuto sulla propria pelle un dolore indelebile?
Mio padre è stato per me un vero punto di riferimento. Durante la mia infanzia iniziò a raccontarmi la sua vita di prigioniero nei lager tedeschi e del suo diario quale testimonianza storica. Nonostante i soprusi e umiliazioni subite, me ne parlava con pacatezza, quasi a cancellare ma senza dimenticare il suo recente passato di sofferenze, non inveendo più del dovuto nei confronti dei suoi aguzzini verso i quali dava la sensazione di non serbare rancore. Oltre a non odiare, egli mi ha trasmesso l’onestà, l’umiltà, l’abnegazione e altre virtù necessarie per perseguire gli obiettivi fondamentali della vita. Con coerenza e coscienza mio padre le mise in pratica rinunciando a combattere al fianco dei nazifascisti in cambio di una vita più agiata, per me motivo di immenso orgoglio. Aver vissuto accanto ad un padre che ha subito dolore sulla propria pelle, ha significato per me crescere nella lealtà, responsabilità e perseveranza per diventare uomo. Egli inoltre mi ha trasmesso e insegnato che con forza, tenacia e spirito di sacrificio si possono realizzare i propri sogni.
- Ha citato Byron: “Il ricordo della felicità non è più felicità, il ricordo del dolore è ancora dolore”. Qual è l’insegnamento da trarre?
I momenti belli e felici si dimenticano in fretta, si ricordano quasi esclusivamente per abitudine evocandoci sensazioni distorte senza farci sentire gratificati, quasi a ribadire inconsciamente che tutto ciò ci è dovuto, una vita senza ostacoli, una sorta di normalità di ricordi vissuti. Viceversa i momenti di dolore si ricordano sempre con lucidità e lasciano ancora il segno sia del dolore che del tempo che si stava vivendo. Attraverso il ricordo del dolore si può imparare ad essere felici anche con poco mentre il ricordo della felicità ci porta soltanto illusioni separando la mente dalla realtà.

- Fabrizio Canella, quale frase potrebbe rappresentare il suo profondo vissuto e perché?
Il mio profondo vissuto lo potrei rappresentare con una frase di Seneca: “La vita è divisa in tre momenti: passato, presente e futuro. Di questi, il momento che stiamo vivendo è breve, quello che ancora dobbiamo vivere non è sicuro, quello che già abbiamo vissuto è certo. Questa citazione la ritengo adeguata al mio stile di vita in quanto indispensabile leggere tra le pagine del certo passato affinché non si ricada negli stessi errori per un futuro più sicuro. Attualmente mi sembra che questo sia stato del tutto ignorato.
- Affrontare una tematica molto dolorosa, come ha condizionato la sua scelta stilistica?
Non c’è dubbio che questa sia una tematica molto dolorosa. Ho dovuto fare di necessità virtù, adottando uno stile crudo ma veritiero che portasse la mente a quei tempi, in quei luoghi affinché emergessero i sentimenti e le suggestioni vissute il più possibile vicine alla realtà. Mentre scrivevo aumentava gradatamente il mio stato emotivo, sembrava di vivere quelle situazioni in prima persona con il conseguente utilizzo di una terminologia appropriata e finalizzata a una precisa e attenta descrizione dei fatti accaduti.
- Primo Levi ha sottolineato la preoccupazione di dimenticare il proprio nome diventando un numero. Questo parla di spersonalizzazione e perdita di dignità, oltre che di identità. Quanto, secondo lei, l’idea di suo padre, di scrivere un diario, celasse anche il bisogno di restare ancorato a sé stesso, per non dimenticare?
Mio padre, come gli altri internati, era consapevole di avere avuto un passato e scrivere un diario significava un modo di rimanere aggrappato a un presente seppur incerto, per sé stesso, per sentirsi vivo, per non dimenticare le umiliazioni e sofferenze vissute che avevano leso la sua dignità di uomo oltre che di identità. Scrivere significava inoltre far conoscere al mondo ciò che stava subendo, viste le scarse aspettative di vita di quei momenti che non consentivano di pianificare il futuro. Egli scrisse anche sulla propria gavetta incidendo, oltre a frasi e date, “Mamma, presto ritornerò”, quale monito di incoraggiamento, un incentivo a non abbattersi, a salvarsi a qualunque costo per poter fare ritorno e riabbracciare la mamma. Queste costituivano forme di comunicazione decisamente importanti, paragonabile ai tatuaggi dell’era moderna. Nei lager ci si aggrappava a qualsiasi cosa pur di sopravvivere.

- Qual è il ricordo di bambino con suo padre che le è rimasto più impresso e perché?
Con mio padre ho sempre avuto ottimi rapporti che mi hanno consentito di crescere attraverso i suoi saggi insegnamenti. Tanti sono i ricordi di bambino, in particolare il modo con cui mi parlava, con toni cupi ma ironici, tra serio e sorridente ma sempre con dolcezza come a volermi insegnare che, nonostante i suoi tragici trascorsi, la vita valeva la pena di essere vissuta. Inoltre si raccomandava che mi fossi sempre comportato bene perché uno dei suoi motti era: “Chi fa del bene, riceverà del bene”.
- Quali sono i suoi progetti per il futuro?
I miei progetti per il futuro sono orientati soprattutto alle varie presentazioni di questo mio libro, un piccolo tassello ma certamente utile per far conoscere, soprattutto alle nuove generazioni, questa pagina nobilissima della nostra storia troppo a lungo dimenticata. Già da diversi anni vengo invitato al liceo classico di Ferrara a parlarne proprio il 27 gennaio, giorno della memoria, catturando la curiosità e la voglia di conoscere degli studenti, per me motivo di immenso orgoglio.
Tramite la mia opera è inoltre mia intenzione sensibilizzare l’opinione pubblica e scuotere la coscienza politica affinché si possa arrivare a celebrare anche gli internati nei lager nazisti con un giorno specifico della memoria, esclusivamente a loro dedicato, come del resto è giustissimo ricordare il 27 gennaio giorno della Shoah e il 10 febbraio i massacri delle Foibe.
______

ANTONIO DI BARTOLOMEO,
fondatore e direttore di Pluriversum Edizioni.
Presidente dell’APS Pluriversum.
Ha studiato Economia e commercio, Filosofia e Teologia.
Numerose esperienze in case editrici indipendenti e diversi e prolungati viaggi nell’Estremo Oriente hanno consentito di acquisire una competenza letteraria, filosofica e religiosa, poi confluita nel saggio Introduzione al pensiero plurale (2015)
Editor, blogger, creator.
Ha insegnato Scrittura narrativa, Religioni e spiritualità, Storia delle religioni, presso Università Popolare di Ferrara.
Su svariati argomenti, tiene webinar con il solo intento di diffondere cultura e conoscenza.
Attualmente, insegna Filosofia e Storia presso Liceo Ariosto di Ferrara.
