Un pensatore plurale è un gentleman

Sorseggiavo, a un tavolino all’aperto, un prodigioso macchiatone ginseng, leggevo Kafka e m’importunava il miasma d’una mega-sigaretta in bocca a una russa sovrappensiero e sovrappeso. All’improvviso sento: «Ehi, Antò…».

Mi giro, e chi vedo? Vedo Guido Poletti, un vecchio amico che ha sempre avuto i baffi.

«Ti trovo in forma… amico mio.»

«Ma tu guarda il caso!»

Mi ha colpito la calvizie, la sciarpetta noir style e un tatuaggio sul braccio con la scritta “Maria ti amo più della mia vita”.

Si è seduto, ha ordinato una birretta con patatine e s’è messo a parlare, a ruota libera… del lavoro che ha perduto, del governo che l’ha tradito, del calcio che l’ha scocciato, di Maria che l’ha lasciato.

«E tu che fai?»

Ho risposto: «Il pensatore plurale, solo soletto».

E lui: «Uhm… e che è un pensatore plurale?».

«È un gentiluomo.»

Gli occhi già sgranati e bramosi del mio amico. Breve pausa. Poi, pacatamente ho aggiunto: «È colui che giammai procura afflizioni… Il vero gentiluomo evita accuratamente tutto quanto possa causare allo spirito di coloro con cui si intrattiene qualsivoglia intralcio o molestia: ogni discordanza di opinioni o attrito di sentimenti, ogni scontrosità o sospetto, ogni malumore o risentimento. La sua maggior preoccupazione è mettere ciascuno a proprio agio. È disponibile verso tutti senza esclusioni: premuroso con i timidi, cortese con gli altezzosi, benevolo con gli sciocchi. Sa mettersi all’altezza di coloro cui si rivolge. Tralascia allusioni inopportune o argomenti sgradevoli. Raramente cerca di primeggiare nella conversazione e in nessun caso si rende tedioso. Attribuisce scarsa importanza ai favori che concede e sembra ricevere quando elargisce. Di sé parla solo se costretto e mai si difende rispondendo per le rime. Non presta ascolto a maldicenze o pettegolezzi, è scrupoloso neo concedere ragioni a quanti lo avversano, vede tutto nella luce migliore. Nelle dispute non è malevolo o meschino, non accetta mai vantaggi iniqui, né insinua perfidie che non voglia denunciare apertamente. Nella sua lungimirante prudenza, osserva la massima del saggio che ci invita a trattare il nemico come se un giorno dovesse esserci amico. È troppo assennato per lasciarsi offendere dagli insulti, troppo giudizioso per ricordare i torti e troppo indolente per serbare rancore. Quanto a principi filosofici è paziente, mite, tollerante. Accetta il dolore perché è inevitabile, il lutto perché insanabile, la morte perché fatale. Se affronta una controversia di qualche genere, la sua disciplina intellettuale lo preserva dalla scortesia grossolana di spiriti meno raffinati che, come armi spuntate, lacerano e sminuzzano invece di sezionare, travisano l’oggetto della disputa, si disperdono in minuzie, fraintendono l’interlocutore e lasciano la questione più confusa che mai. Può avere ragione o torto, ma è comunque troppo limpido per essere ingiusto. È sincero quanto vigoroso, stringato quanto risoluto. Mai troveremo altrove maggiore franchezza, rispetto, indulgenza. Si impone allo spirito dei suoi oppositori, si fa carico dei loro errori. Dell’intelletto umano conosce la forza come la debolezza, la grandezza come i limiti. Se non è credente, sarà comunque troppo profondo e aperto per farsi beffe della religione o combatterla. È troppo saggio per essere dogmatico nel suo agnosticismo, rispetta la religiosità e la devozione. Arriva a sostenere come venerabili, illustri o utili istituzioni che non condivide. Onora i ministri della religione e si limita a non riconoscere i suoi misteri, senza osteggiarli o denigrarli. È amico della tolleranza religiosa non solo perché la sua filosofia gli ha insegnato a guardare tutte le forme di fede con occhi imparziali, ma anche per quella amabilità e delicatezza di sentimenti che sono ancelle della civiltà».

«Ti ringrazio, Antonio… davvero illuminante… posso offrirti il ginseng?»

«Domani, domani offrirai tu…»

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