Un cervello infinito contro la rigidità dell’Uno

Ci si chiede come mai il cervello umano – ciò che ci ha permesso di uscire dallo stato di natura e dalla bestialità – sembra talvolta avvinto da cotanta rigidità, a dispetto della sua pur apparente flessibilità. «Lungo quasi tutta la sua storia gran parte dell’umanità è vissuta in comunità caratterizzate da un grado altissimo di consenso cognitivo e normativo: quasi tutti condividevano cioè gli stessi presupposti sulla visione del mondo e su come ci si dovesse comportare. Naturalmente, ci sono sempre stati individui marginali, persone che contestavano questi postulati ritenuti scontati (diciamo, persone come Socrate), [ma questi outsider hanno avuto vita breve o avvolta dalle tenebre dell’inazione]»[1].

Immaginiamo l’uomo neolitico, intento ad appiccare il fuoco strofinando assieme due pietre. Questa era la tecnologia conosciuta, e così si faceva sempre quando si doveva cuocere la carne di bufalo. Immaginiamo cosa potesse significare per tribù dal remoto passato, vedersi inondare il raccolto da piogge interminabili. Punizioni divine, questa la spiegazione fruibile e condivisa. La modernità ha ovviamente pluralizzato le scelte e le azioni disponibili. Ha reso tutto molto più complesso. Ma se si ritenesse superata la stessa idea di credenza, ci si sbaglierebbe di grosso. Basterebbe citare il pervasivo ruolo sociale, politico e culturale che rivestono le religioni o quello, ancor più triste, che senza remore continuano ad assumere le superstizioni, soprattutto per chi ha scarsa cultura. Ci si ingannerebbe ancor di più, inoltre, se si ritenesse la nostra ipertecnologica società immune dall’assolutizzazione. Al contrario, proprio il progresso e ciò che amiamo chiamare “globalizzazione” hanno reso indispensabile la sedimentazione di riferimenti valoriali e culturali. È l’irrompere della pluralità in seno a una società essenzialmente monolitica a esigere, pena la stessa stabilità mentale, di aggrapparsi a riferimenti apparentemente immutabili e universali.

Già George Simmel, all’inizio del secolo[2], analizzando la vita dell’individuo metropolitano, si era accorto che le sfere della famiglia e del vicinato, tipiche della comunità tradizionale, non rivestono più alcun ruolo, sostituite da una dimensione sociale priva di contatti reali tra le persone. L’individuo metropolitano vive una vita emotiva alterata da un susseguirsi frenetico di immagini e di stimoli che causano una diminuzione della capacità di reagire agli condizionamenti stessi. L’individuo è quindi costretto a cercare rifugio negli spazi interstiziali di un improbabile altrove. L’individuo, allora, invece che riconoscersi parte della pluralità e agire in conformità alla pluralità, è costretto a fuggirla.

 

 

Non avendo riflettuto abbastanza sulla natura plurale del cosmo, evidentemente, ora ce lo ritroviamo tutto addosso come una spada di Damocle che si è improvvisamente sganciata dal filo. Si spiegano così i tentativi tragicomici della Chiesa cattolica, per esempio in tema di famiglia, di ancorarsi al passato per sfuggire al futuro. Certo, non siamo abituati ad affrontare la pluralità, come nel Cinquecento non eravamo pronti ad abbandonare il sistema tolemaico in luogo di quello copernicano. Ci siamo fatti trascinare dal vortice della pluralità senza la giusta e metodica preparazione. E adesso corriamo ai ripari con una controriforma impossibile. Dove in precedenza si poteva condurre una vita senza troppa riflessione, agendo secondo i programmi istituzionali, oggi l’individuo è rimesso alle sue risorse soggettive: che cosa devo credere? Come dovrei agire? Chi sono, in verità? […] Per rendere questo dilemma più semplice da gestire per le persone, sono nate istituzioni che offrono agli individui interi pacchetti di credenze, norme e identità.

Gehlen le ha chiamate “istituzioni secondarie”: esse aiutano a sollevare l’individuo dal tormento delle troppe scelte giacché prevedono una misura di comportamento non meditato, ma per loro propria natura sono più deboli delle istituzioni pre-moderne. Dato che queste istituzioni secondarie sono ugualmente scelte, non date o considerate ovvie, la memoria della scelta persisterà nella mente dell’individuo, e con essa la consapevolezza, seppur fioca, che prima o poi in futuro questa scelta dovrà essere annullata e sostituita con una scelta diversa. Jean-Paul Sartre affermò che “l’uomo è condannato alla libertà”: come proposizione antropologica generale è piuttosto discutibile, ma come descrizione dell’umanità moderna è davvero calzante»[3]. Avendo scelto di fuggire, più che condannati alla libertà, siamo condannati alla fuga oltre la libertà. Ma «se non entri nella tana della tigre, non ne prenderai mai i cuccioli»[4].

E determinati e consolidati pensieri dimorano ancora in noi. Sembra non sia possibile sradicarli – sarebbe come asportare un organo vitale e pretendere che tutto rimanga tale e quale. Una persona con una convinzione – diceva Leon Festinger, il fondatore della psicologia sociale cognitiva – è una persona difficile da cambiare. Ditele che siete in disaccordo, e se ne andrà. Mostrategli fatti e numeri, e metterà in discussione le vostre fonti. Fate ricorso alla logica, e non sarà in grado di capire (o farà finta di non cogliere) ciò che a voi sembrerà essere un punto di vista ineccepibile. Le convinzioni – anche se bisognerebbe a rigore distinguere convinzioni da credenze – sono pensieri che agiscono a livello viscerale, si fanno largo sotto forma di automatismi e schemi rappresentativi. Alcuni di essi, certo, ci aiutano a vivere; ma ce ne sono tanti, forse troppi, che volendo imprimere il carattere dell’essere al divenire, ostacolano il libero fluire dell’energia mentale, e sottopongono il corpo a uno stress eccessivo e invalidante, facendo insorgere malattie, e facendo esplodere le emozioni più negative che serbiamo nell’animo; pensieri non plurali che impediscono il dialogo, quindi la condivisione, frenano la stessa socialità e bloccano la vera comunicazione – a meno che per comunicazioni non si voglia intendere quella basata sulla verità del più forte.

[1] P. Berger, A. Zijderveld, Elogio del dubbio, tr. it. G. Vintaloro, il Mulino, Bologna 2011, p. 15.

[2] Cfr. G. Simmel, La metropoli e la vita dello spirito, a cura di P. Jedlowski, tr. it. P. Jedlowski e R. Siebert, Armando Editore, Milano 1998.

[3] Elogio del dubbio, cit., p. 22.

[4] C. Hellman, La mente del samurai, tr. it. T. Lena, Casa Editrice Astrolabio, Roma 2011, p. 37.

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