Sul rischio insostenibile di pubblicare free autori in erba

Non sono pochi gli autori in erba che, dopo aver navigato nel web per mesi e mesi ed essersi rivolti a qualche micro-editore, contattano disperatamente la Pluriversum Edizioni per chiedere ragguagli sulle modalità di pubblicazione. Convinti di avere nel cassetto manoscritti straordinari, incapaci di fare i conti con se stessi e con la realtà, completamente ignari dell’andamento del mercato editoriale e inconsapevoli delle difficoltà incontrate da una casa editrice che desideri piazzare i propri prodotti, nel contesto dei grandi oligopoli e del self-publishing, avanzano la pretesa di essere pubblicati gratis e di essere spalleggiati nell’organizzazione di eventi e presentazioni in librerie.

È giusto certamente promuovere in lungo e in largo gli autori su cui si decida di investire, ma il rischio di un flop è sempre in agguato, anche perché gli esordienti, per definizione, sono dei principianti alle prime armi, molti dei quali non sanno scrivere. Sorretti da euforia ed entusiasmo, più che da un vero e proprio progetto di vita professionale, sono pronti a defilarsi in qualsiasi momento, o per presa coscienza dei propri limiti o per semplice cambio programma o anche per opportunismo, come nel caso di un autore che firma un contratto biennale free in bello stile e, dopo una decina di giorni dalla pubblicazione, fa pervenire alla redazione una lettera di disdetta di un accordo che pure non obbliga a collaborare.

Il problema è proprio questo: all’editore si attribuisce il diritto e il dovere di vendere il libro, ma se l’autore scompare… ed elimina ogni riferimento, anche su Facebook… vendere diventa un’impresa impossibile.

Un tale autore – non dimentichiamolo – nessuno lo conosce, a parte amici e parenti; e per farlo conoscere si allestiscono rubriche su siti web, si lavora come forsennati nei social con inserzioni a pagamento, si realizzano book-trailer, interviste… recensioni… si fanno comunicati stampa, si contattano distributori, si organizzano presentazioni e workshop… mentre lui subdolamente stringe rapporti con altri…

Inutile sottolineare la precarietà delle relazioni interpersonali, oggi come oggi dove anche un mero scambio di messaggi su WhatsApp è in grado di ingenerare una serie infinita di fraintendimenti e di supposizioni che si concludono a colpi di click con la rimozione dell’amicizia e con la rottura della collaborazione.

Investire su qualcuno, senza opportune garanzie, è da folli. Non è impresa. È filantropia buonista destinata al fallimento totale. Ne siamo consapevoli… e la colpa è solo nostra!

Occorrerebbe sottoporre contratti più rigidi, soprattutto rivolgersi ad autori già noti, i quali però o ti chiedono royalty stratosferiche o neppure ti considerano, corteggiati come sono da mezzo mondo, quando addirittura non vincolati da pessime clausole di prelazione. D’altronde, fin dove è democratico e plurale un modello editoriale che si limiti a diffondere chi è famoso, a far circolare ad infinitum le medesime idee, già espresse in tutte le salse, dalle grandi firme?

Noi della Pluriversum abbiamo aperto le porte a tutti, essendo in grado, con le nostre attività di editing, grafica e ufficio stampa, di valorizzare qualsiasi opera… (come nel caso della suddetta che ha presentato un testo complessivamente mediocre, ottenendo, infine, grazie al nostro impegno, un libro di tutto rispetto).

Non è l’epoca della gratitudine e del riconoscimento, ovviamente. Ognuno pensa per sé e a sé. Però noi della Pluriversum ci siamo… e nutriamo il cattivo pensiero che questo stato di cose, misero e meschino, cambierà. Nella società dell’effimero, gli autori in erba, pur di uscire dall’anonimato e ritagliarsi 700 giorni di gloria, non solo tendono a rosicchiare nel piatto di più editori, ma anche ad appropriarsi di informazioni e acquisire esperienze sulla base dei sacrifici altrui. Invero, se tutto hanno da guadagnare, simili tapini, e nulla da perdere, è naturale che arrivino a pensare di sfruttare la disponibilità di editori che scelgano idealmente di perseguire, come nel nostro caso, il modello free o low cost.

Il punto è: conviene ancora essere free? Vero che il vetusto articolo 118 della legge 22 aprile 1941, n. 633, definisce il contratto di edizione come il “contratto con il quale l’autore concede a un editore l’esercizio del diritto di pubblicare per le stampe, per conto e a spese dello stesso editore, l’opera dell’ingegno”… ma, appunto, occorrerebbe che fosse un’opera ingegnosa e non un elenco della spesa, miseri testi(coli) in forma di diario scolastico. Ad ogni modo, se l’editore non si limitasse a porre sul mercato un libro, se intervenisse con tutta una serie di accorgimenti, non dovrebbe chiedere un compenso agli autori, i quali sono sempre e comunque i suoi principali clienti? (Quelli che comprano i libri sono semmai i clienti dei librai).

A giudicare dall’esperienza… è davvero un suicidio pubblicare free; a meno che non si abbandoni la filosofia plurale di fondo che sorregge la casa editrice. Ipotesi, ovviamente, da non prendere neppure in considerazione.

Proviamo a ragionare. A cercare una soluzione.

Intanto, nessun testo è perfetto. Quelli degli esordienti sono in genere assai approssimativi, sostanzialmente impubblicabili, a meno che non si compia un adeguato e talvolta poderoso intervento di editing, in stretta cooperazione, al fine di non snaturare il senso, lo stile e i contenuti. L’editing: un servizio altamente professionale che comporta tempo ed energie, che implica competenze e disponibilità, che apporta migliorie al testo, nei limiti del possibile; che andrebbe necessariamente remunerato. E lo è invero, se ci si affida a editor freelance o se ci si rivolge a un’apposita agenzia editoriale: si paga e si ottiene il manufatto in cambio, come quando si va dal fruttivendolo e si comprano le banane.

Non basta, comunque. L’editore, a meno che non sia egli stesso d’accordo con agenzie e editor, non è un semplice mediatore: ha il dovere di immettere nel mercato libri di qualità, che significa lavorare sapientemente sui testi. Che poi, se si trattasse semplicemente di apporre dei codici e inviare a stampa, non si avrebbe tanto un da fare, e tutto potrebbe realizzarsi nell’ambito di associazioni no profit (che possono evidentemente lavorare free).

L’impaginazione… altro servizio editoriale imprescindibile. Occorrono software specifici, la cui conoscenza richiede una certa esperienza. O pensano, gli autori in erba, che si possa creare un documento con Open Office?

L’impresa editoriale diviene proficua e sensata se l’editore si fa carico dei servizi editoriali strettamente funzionali alla pubblicazione, anche layout di copertina. Ma gli autori, sedicenti scrittori, non vogliono sborsare nulla. Non arrivano a comprenderne né il valore né la funzione, credono che competano all’editore, che portare la croce non sia roba propria… Siamo alla frutta!

Ammettiamo pure che non si faccia alcun editing… che si sia effettivamente in presenza di un potenziale best seller non ulteriormente perfezionabile. In tal caso pur pagando cospicue royalty… sembrerebbe ovvio doversi baciare i gomiti. Ma non è così! Non è tutto oro ciò che luccica.

Come spesso accade, al valore dell’opera non corrisponde altrettanto valore, in termini di lealtà e onestà, del suo autore. Anche i migliori calciatori e i maggiori cantanti, nella vita, son dei pezzi di merda.

L’esperienza insegna e lo stato mortificante della cultura nazionale conferma che non si cava un fico secco da chi non è disposto a co-investire e perciò realmente a rischiare e a cooperare nel progetto editoriale. Nei rapporti economici, come in quelli umani, confidare in qualcuno è bene, non fidarsi è meglio.

Non fidarsi di nessuno, però, non è da noi, non è un atteggiamento compatibile con l’essere plurali.

Indubbiamente staremo più attenti nel tirarci dentro gente ingrata. Ops… inGreta!

1 Comment

  1. Caro Antonio,…
    Ho letto la tua lunga dissertazione sulla tematica e sulla problematica della “Attività di Edizione” e sulle ovvie e necessarie attività, correlate, di “Editing”.
    Posso affermare che la tua è una lucida, attenta e corretta analisi, avendo toccato anche le inevitabili, sempre possibili, difficoltà di giungere pacificamente e correttamente in un rapporto contrattuale, che contempli entrambi gli interessi, quelli dell’ Autore e quelli dell’ Editore.
    Immagino che l’autrice a cui hai fatto riferimento abbia anche lei addotto almeno qualche ragione al momento di dichiarare la disdetta, ma le problematiche che hai elencate sono tutte vere e facilmente tangibili da parte di chiunque.
    Mi sembra di capire, tuttavia, (e per fortuna), al di là del caso episodico, che non è la regola, che tu non appaia del tutto demoralizzato o travolto o demotivato da questa negativa esperienza.
    Ho letto, e condivido, che consideri, per il prossimo futuro, di modificare il tiro e di aggiustare la linea dei comportamenti, al fine di rendere più chiaro e più fruttifero possibile il rapporto gli Autori e l’ Editore. E’ chiaro, come giustamente sottolinei, che l’autore di qualcosa si deve far carico, se vuole che venga “lanciato” un prodotto, (il suo prodotto), nelle condizioni “commerciali” più opportune e più adeguate possibile. Ma la chiarezza, ambo le parti, deve essere assoluta.
    Per ciò che mi riguarda, sono ora obbligato a fare ulteriori riflessioni, avendo anch’io qualche piccola (moderata), modesta ambizione da “autore in erba”; (erba un po’ rinsecchita, data l’età).
    Del resto, il mio primo romanzo l’ho ultimato l’ 11 Nov. 1999: era il giorno di S. Martino, (tra pochi giorni, sarà quella data) e mi sono regalato 2 kg. di castagne e 2 bottiglie di lambrusco.
    (N. B.: ricorda che il giorno prima, il 10 nov., è il compleanno del nostro amico Raffaele. )
    Ebbene, … le tue parole ricalcano perfettamente l’andamento (mediocre e problematico), della mia “carriera” di amante, dilettante,… dello scrivere, poiché esso è un “mestiere” di elevata professionalità e necessita di un’opera di “controllo qualità” costituito, appunto, da un buon editing; (altro mestiere difficile).
    Ti racconto queste cose personali con l’intento di attribuire il giusto peso alle tue parole e conferma delle preoccupazioni e difficoltà che hai rappresentato.
    Ho scritto 13 romanzi e una raccolta di 10 “racconti erotici” (che però propriamente tali non sono, ma solamente con risvolti amorosi e qualche “ragionevole” scena di sesso ordinario e di coppia). Con i tuoi consigli, (senza escludere eventuali critiche, possibilmente costruttive e non deprimenti), conto di farli uscire dal polveroso cassetto, in cui per 18 anni hanno tenuto residenza; (speriamo che il Comune non faccia loro pagare l’ Ici e la Tasi).
    Avremo modo di parlarne al prossimo incontro, alla tua conferenza (Lezione), presso l’Università Popolare, lunedì 6 novembre. (esattamente tra una settimana);
    Ci sarò, come quasi sempre,…. Ciao,…a presto,…

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