Sul cinema delle Arti Marziali: Bruce Lee

Bruce Lee
Arti Marziali - Cinema

Impossibile, a chi ama il cinema delle Arti Marziali, con salti in aria vellutati, calci e pugni d’ispirazione Zen e un vortice inarrestabile di adrenalina, non venga in mente Bruce Lee – il grande attore, regista, sceneggiatore e scrittore, fautore del gongfupian, ossia del combattimento (spettacolare) a mani nude, l’artista del Kung fu, nato a San Francisco il 27 novembre 1940 e deceduto (in condizioni ancor oggi avvolte nel mistero) a Hong Kong il 20 luglio 1973*.

I suoi film, girati tra Hong Kong e Hollywood, esaltarono le discipline di lotta e resero popolari le scenografie e la cultura dell’Estremo Oriente. È chiaro che il cinema nel trasferire sul grande schermo una realtà complessa come quella marziale ha finito per tradirne l’essenza. Nella spettacolarità filmica non è possibile salvaguardare la specificità di ogni singolo colpo, men che mai la filosofia che la sorregge; resta tuttavia il concetto di fondo di un addestramento lungo e faticoso, di un talento naturale incontrovertibile, di un modus pensandi plurale che non soggiace ad alcuno schema mentale, per la liberazione del KI, dell’energia vitale interna al corpo umano e, in generale, ad ogni ente. Poi, quando si assiste a intrugli di filosofia spicciola e combattimenti volanti, o a inverosimili classificazioni che riconducono tutto al Kung fu, o, peggio ancora, a trasfigurazioni del mondo ninja in simpatiche tartarughe, si perde fiducia nelle capacità di registi e sceneggiatori di dar conto della complessità e della bellezza delle Arti Marziali.

 

Ecco 10 film da vedere, da gustare, sui cui meditare…

 

La morte nella mano, di Jimmy Wang Yu (1970)

La mano sinistra della violenza, di Chang Cheh (1971)

Cinque dita di violenza, di Cheng Chang-ho (1972)

L’urlo di Chen terrorizza l’Occidente, di Bruce Lee (1972)

Sister Street Fighter, di Kazuhiko Yamaguchi (1974)

Clans of intrigue, di Chu Yuan (1977)

Bruce Lee – Il colpo che frantuma, di Liu Chia Liang (1979)

Police story, di Jackie Chan (1985)

Once upon a time in China, di Tsui Hark (1991-1994)

Drunken Master, di Liu Chia Liang (1994)

 

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L’autopsia non fugò del tutto il dubbio sulla causa del decesso, poiché nel verbale seguito all’inchiesta si parlò di “probabile” reazione allergica a una o più sostanze contenute in un’aspirina, con tutta probabilità al meprobamato. Il cervello, che mediamente in un adulto pesa attorno ai 1.400 grammi, pesava nel caso di Lee 1.575 (un aumento del 13%). I due edemi cerebrali che lo avevano colpito forse potevano attribuirsi all’eccessivo lavoro dei mesi precedenti: “…tanta profusione di energie ebbe come risultato un’ulteriore perdita di peso, e un allarmante ritmo di disidratazione…”. Tra le conseguenze della disidratazione grave, c’è l’edema cerebrale, che può derivare anche da ripetuti traumi o infiammazioni. L’autopsia evidenziò non solo il sintomo più evidente del malore che precedette il decesso (“…il cervello di Lee era gonfio come una spugna…” segno inequivocabile di un accumulo repentino di liquidi), ma una possibile disfunzione renale, oltre alla presenza nei polmoni di modesta quantità di fluido e piccole quantità di sangue riversatesi negli alveoli. Tali fattori, come riportato dal giornalista Alex Ben Block, potevano essere anche conseguenze di un particolare colpo di Kung-Fu della tecnica Dim Mak, di cui Lee poteva essere stato vittima inconsapevole, giacché, come lo stesso produttore Chow ammise all’inchiesta, l’attore aveva ricevuto durissimi colpi non previsti dal copione durante i combattimenti sul set, benché il Dim Mak fosse ritenuto solo folklore dagli esperti di Arti Marziali. Ma ancora molte settimane dopo il funerale la causa mortis restava ignota e ciò provocò tumulti di folla nelle strade di Hong Kong che richiesero l’intervento di agenti in tenuta antisommossa. I fan ebbero l’impressione che si stesse nascondendo qualcosa o che le autorità non sapessero cosa e come rispondere. Le analisi avevano accertato la presenza di 4 milligrammi di cannabis.

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