Star Wars: Il Risveglio della Forza

Nel cinema odierno, che pullula di remake, reboot e altre non sempre riuscite operazioni di marketing, da parecchi anni mancava il titolo per eccellenza che ha aperto le porte dell’immaginazione nei lontani anni ’70.

Se 2001-ODISSEA NELLO SPAZIO era stato il punto di partenza di una fantascienza visivamente più realistica ed eccitante (e dotata di un impatto artistico/visionario rimasto senza eguali), STAR WARS ha avuto l’onore di scardinare ogni tentativo precedente di portare al cinema la Space Opera in una forma che non si era mai vista.

GUERRE STELLARI, l’opera prima della saga, uscita nel 1977, lasciò tutti di stucco, fans del genere e non. La grandiosità delle scenografie, la maestosità degli effetti speciali, le ambientazioni e quella traccia di vissuto e realistico che pervadeva tutta la pellicola avevano tracciato una strada che da quel momento sarebbe divenuta “maestra” per incorniciare un lungometraggio di fantascienza. In più c’era la trama, semplice e sempre affascinante della lotta del bene contro il male, ma caratterizzata da personaggi divenuti immortali. Insomma, STAR WARS è diventata una saga di dimensioni e importanza colossali quali nemmeno il suo creatore, George Lucas, avrebbe potuto immaginare.

Terminata la prima trilogia, seguita anni dopo dalla seconda, che avrebbe raccontato la genesi dell’Impero a scapito della Repubblica, sembrava che il cinema non avesse altro da offrire a quel titolo. Certo, un intero universo si era creato, formato da libri, fumetti, serie animate, videogames, ma niente che riuscisse a riportare nelle sale i Jedi, l’Impero e le grandi battaglie spaziali. È probabile che l’acquisto del franchise da parte della The Walt Disney Company sia stato il punto di inizio della nuova avventura. Ma queste sono storie che potete leggere ovunque, basta cercarle in rete.

Dopo l’inevitabile pistolotto introduttivo quello di cui voglio parlarvi è il film: STAR WARS – EPISODIO VII – IL RISVEGLIO DELLA FORZA. Vederlo è stato un vero e proprio viaggio nel tempo. Ero preoccupato? Sì, parecchio, dal momento che il regista (JJ Abrams) aveva già messo a soqquadro un altro universo, quello di Star Trek. Il timore era quello di trovarsi di fronte un titolo conosciuto e niente altro. Invece, e lo dico con una certa emozione mista a commozione, sono uscito dalla sala felice come il bambino che aveva visto il primo film del ’77. La pellicola è quanto di più affine alla trilogia originale ci si possa aspettare. Non so se per scelta del regista o per pressioni della Disney, per la presenza come co-sceneggiatore di Lawrence Kasdan (presente nel ruolo medesimo negli Episodi V e VI) o per qualche pressione di Lucas, ma rimane il fatto che davanti al lungometraggio si rimane incollati. Perché lo spirito della Space Opera è lì, davanti a noi, rimasto inalterato.

Non c’è sorpresa nel ritrovare un universo variegato e multicolore, invecchiato e usurato dalle battaglie e dal tempo, ma tanta gratitudine per potersi ancora immergere in una saga dal sapore spettacolare.

L’idea di ambientare Episodio VII circa trent’anni dopo IL RITORNO DELLO JEDI (gli stessi anni che li separano nella realtà) dà la possibilità di ritrovare i vecchi personaggi e di portare i nuovi a una sorta di passaggio di consegne, che invece di avere un sapore amaro lascia un sorriso di speranza. Perché i “nuovi”, ed è questa la notizia che esalta, funzionano.

Se qualcuno aveva dubbi che Han Solo, Leia Organa, Chewbecca potessero soffrire troppo del tempo passato, si ricrede subito, sin dalle prime scene in cui compaiono. I segni dell’età ci sono tutti (be’ , magari per il Wookie un po’ meno), ma è per questo che l’idea risulta azzeccata. Loro sono bravi e non fanno rimpiangere quei mitici, primi tre film ma, come è giusto che sia, lo spazio più ampio viene dato a quelli che saranno gli eroi di domani: Rey, Finn e Poe Dameron.

Io per primo ero dubbioso e non credevo nella possibilità che potessero essere all’altezza. Devo confessare che il casting ha funzionato a meraviglia. I ragazzi sono nella parte, sono in palla e ti fanno sentire che “la Forza c’è ancora”.

I tipici archetipi ci sono tutti, in perfetto stile Star Wars, così come di tutta la narrativa d’avventura che si rispetti. Si intuisce subito che Rey sarà la paladina, l’eroina degna erede dei suoi predecessori. Ha carattere, coraggio e quello sguardo malinconico che non guasta nella figura “dell’eroe suo malgrado”. Finn è il buono prestato al male e che non lo regge, arrivando a disertare alla prima missione operativa (criticato ampiamente come personaggio, ma secondo me ha senso e risulta credibile). Poe si vede all’inizio e dalla seconda parte in poi e ha tutta l’aria di dover vestire i panni (non poco ingombranti) del nuovo Han Solo, ma lo fa con efficacia e soprattutto senza voler imitare la figura alla quale è sicuramente ispirato.

Naturalmente, c’è il cattivo. Tutti sanno, anche quelli che conoscono poco la saga, che uno dei cattivi cinematografici per eccellenza è Darth Vader. Dopo essere morto in Episodio VI, chi poteva prendere la sua malvagia eredità?

Bene, Kylo Ren è il nuovo “uomo nero”. La nuova nemesi del bene. Sono state molte le critiche mosse a questo personaggio e all’attore che lo interpreta, ma io mi sento di spezzare una lancia in favore di quello che, a mio parere, potrebbe diventare uno dei cattivi più efficaci di tutta la saga e non solo. Le premesse ci sono tutte, a partire dall’uccisione di suo padre, Han Solo.

Una scena bellissima, toccante e profonda che riflette in pieno il passaggio che Kylo sta attraversando per essere risucchiato completamente dal “lato oscuro”.

Se è vero che Abrams ha detto «non voglio puntare tutto sulle spiegazioni, ma sulle emozioni», ha senso che ci siano dei fattori che possano essere compresi attraverso piccoli dettagli nelle interpretazioni degli attori; Kylo Ren è ossessionato da suo nonno, Darth Vader, e sente che la parte luminosa della Forza potrebbe distoglierlo dal suo cammino verso il lato oscuro. E questo spiega il suo essere preda di isterismi e attacchi di furia che sembrano stridere con la figura che vorrebbe ricoprire. Per questo, quando uccide suo padre, sembra aver finalmente attraversato quel confine che lo separava dalla completa oscurità.

Un altro fattore di grande impatto, e assoluto divertimento (immancabile in Star Wars), è il nuovo droide protagonista, che va a prendere il posto (per buona parte del film) di R2D2. Si chiama BB8 ed è un vero spasso. Non solo risulta efficace e per nulla un semplice copia incolla, ma ha anche una sua dimensione di personalismo che lo rende indispensabile. Esattamente quello che era accaduto con R2D2. Quest’ultimo, poi, lo incontriamo nella seconda parte del film, insieme a D3PO, il droide umanoide e logorroico della trilogia originale. I pezzi, quindi vanno a ricomporsi, segnando il sentiero che porterà a Episodio VIII.

Certo, manca qualcuno. E manca, perdonatemi, la lacrima. Sapevo bene che il personaggio chiave non si sarebbe visto prima della fine, come vuole la regola del “cliffhanger”, ma non mi aspettavo una scena densa e così pregna di pathos. A essere onesto, ancora adesso mi emoziona, pensandoci.

Tutto il film è permeato da una domanda: dov’è scomparso Luke Skywalker?

Se UNA NUOVA SPERANZA era l’inizio del suo viaggio verso la Forza (nell’avventura c’è sempre il viaggio dell’eroe…), qui lui non c’è. Aleggia il suo spirito, il suo nome, la sua leggenda (l’ultimo Jedi), ma Luke non è presente in corpo. Lo cercano tutti, naturalmente: la Repubblica ricostituita e presto divenuta di nuovo Resistenza e il Primo Ordine, nato dalle ceneri dell’Impero.  Luke Skywalker se n’era andato, apprendiamo durante il film, deluso e amareggiato da quello che considerava un fallimento. Stava allevando una nuova generazione di Jedi, ma uno di loro, il più promettente e il più forte, gli volta le spalle per avviarsi verso il lato oscuro della Forza. Suo nipote Ben Solo: Kylo Ren. E la saga familiare ritorna prepotente, come nei film originali. I legami di sangue si intrecciano e sfociano in drammi, tradimenti e dolori che spostano gli equilibri di forza (esatto) dell’intera galassia.

Tutti quanti, nelle sale, aspettiamo il momento di rivederlo, Luke. Siamo lì per lui, per il Jedi, per vederlo tornare a combattere e salvare di nuovo la situazione. E finalmente, grazie alle informazioni che R2D2 aveva conservato per anni e a quelle che BB8 portava come implemento, la via si traccia e si scopre dove si è rifugiato. Già, ma chi parte per andarlo a prendere?

Morto il suo amico Han, si penserebbe a sua sorella Leia. Invece saranno Rey, Chewbecca e il droide originale ad avventurarsi nell’iperspazio alla volta del pianeta dove l’ultimo Jedi si è volontariamente recluso. Perché la ragazza? Perché si scopre, nello svolgimento e malgrado nessuno lo dica, che “in lei la Forza scorre potente”. Resiste alla sonda mentale di Kylo Ren e lo affronta in battaglia impugnando la spada laser di… Luke. Eh, già, a volte ritornano. Proprio quella spada andata perduta insieme alla mano destra di Skywalker, tagliata durante il combattimento con Darth Vader, in Episodio V. Perduta e ritrovata, e conservata, per un altro, ennesimo e esplosivo passaggio di consegne.

La spada laser di Anakin Skywalker, divenuto Darth Vader, il padre di Luke, sta per tornare al suo legittimo proprietario. Rey la porta con sé, viaggiando sul Millenium Falcon, e quando finalmente la nave atterra sul pianeta quasi interamente ricoperto dalle acque, inizia l’ultima, interminabile e densa di attesa camminata verso una solitaria altura.

Lo dico cercando di essere meno emotivo possibile: questo passo del film fino all’ultima scena è un vero colpo di genio. Si sente l’amore del cineasta per il suo lavoro. Rey arriva sul picco più alto dove, rivolta verso il mare, c’è una figura incappucciata in attesa.  Lei si avvicina. Lui si gira rimanendo in tre quarti, il viso in parte coperto. Ma riconoscibile. Poi, con un movimento lento, solleva le mani (una delle quali è metallica, quella tranciata) e si toglie il cappuccio.

Silenzio in sala. C’è solo la musica e la scena.  Un bambino chiede: «Chi è quello?». Il padre gli risponde, in un sussurro: «È Luke Skywalker…».

Sì! Eccolo, finalmente! Luke non parla. Il suo sguardo ha la tristezza infinita di anni passati in una reclusione voluta, per ricordare ogni giorno il dolore di una sconfitta. Interiore, morale, anche nei confronti dei suoi maestri e mentori. Obi Wan Kenobi e Yoda. E dell’Ordine che rappresentava in qualità di ultimo Cavaliere Jedi.

Il Nostro Luke Skywalker è lì, in un’inquadratura lunga e sofferta: la barba grigia e bianca lunga, il viso segnato dagli anni e dalla solitudine. Osserva Rey che gli porge la spada laser e lì, in quell’istante, prima dei titoli di coda, sovviene a tutti una domanda rimasta in sospeso durante il film.

Rey è sua figlia?

Permettetemi… mi sono commosso. Luke compare per pochi istanti, ma credetemi, la scena vale il prezzo del biglietto. Chiudo qui, dicendo solo che io non dubbi: questo film è riuscito a riportare la Magia che si pensava perduta e un plauso va dato a JJ Abrams e a tutti quelli che lo hanno realizzato.

Rimango in attesa di vedere l’Episodio VIII e mi godo la sensazione di stupore che solo un prodotto ben fatto (anche col cuore) sa regalare.

Che la Forza sia con voi!

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