Spiritualità del pensiero plurale

«Poiché il cervello è dotato di plasticità e, quindi, in continuo adattamento all’ambiente, è facile immaginare che il nuovo contesto tecnologico non lascerà inalterato il nostro modo di vedere e vivere il mondo»[1].

La sensazione è che siamo del tutto impreparati a fronteggiare un vortice di cotanta potenza. Incertezza e limitatezza sgorgano inarrestabilmente dal magma dello spirito. «E allora? Se non possiamo contare sulla nostra – spesso limitata – capacità di calcolo e di previsione, né possiamo affidarci al caso, alle abitudini, ci affidiamo alle scelte compiute da altri»[2]. In altre parole, da eroi a vittime sacrificali: finiamo per cedere la nostra umanità alla matrice-Mondo.

Qui si vuole accennare a una spiritualità gnostica che sospinga la mente a pensare plurale; di più, per non pensare di meno, e via via non pensare affatto. Ma se vogliamo essere umani – e non larve umane – non dobbiamo solo preoccuparci di aggiornare quotidianamente la dotazione software del nostro cervello. Certo, serve anche questo, ma se non ci chiediamo da dove giungono questi software, è tutto inutile, e anche dannoso. La nostra capacità di ricordare si riduce sensibilmente quanto più si accrescono le possibilità tecnologiche di accesso alle informazioni. Non ci accorgiamo neppure che si tratta di informazioni che derivano da scelte compiute da altri, su dati che a loro volta provengono dalle scelte di altri ancora, secondo un meccanismo perverso e astruso. Gli aggiornamenti non possono avvenire, allora, in automatico. Pensare di più, in questo senso, da un lato significa prendersi cura di se stessi, non trascurarsi e non lasciarsi illudere e disorientare dagli scenari sempre nuovi che il possente mondo dei media ci propina; dall’altro non abbandonarsi al piano puramente individualistico/solipsistico del pensare[3].

In primis, si tratta di progettare una sorta di controllato download dalla Rete telematica del cosmo[4] – l’input di una maggior quantità di dati[5], che presuppone un costante impegno di manutenzione, di rigenerazione e di ampliamento. È necessario inoltre un’educazione all’ascolto, che, a sua volta, esige un apprezzamento del silenzio, del suono della parola[6] e dell’espressione musicale; nello stesso tempo non si può fare a meno di un’educazione al vedere e al sentire. In secundis, procedere a elaborazione/processamento/assimilazione/interiorizzazione[7] qualitativa e plurale degli stessi – ciò che presuppone un’educazione al pensiero, in tutte le sue forme e articolazioni, sapendo distinguere il piano dell’introiezione/memorizzazione da quello dell’espressione/comunicazione (il puro pensare dal dire). In terzis, (ri-)acquisire il senso della realtà, di ciò che ci è di fronte, in alto e in basso; con un scuola ad hoc sarebbe possibile imparare a parlare senza fantasticare troppo, senza litigare per a verità – se solo si provasse a vivere in conformità a uno «spazio di sapere» fluido, aperto e armonioso, che presuppone, a sua volta, un’educazione all’interazione costruttiva e gentile, alla comunicazione nonviolenta e all’eloquio chiaro e semplice, oltreché un’educazione al plurilinguismo e alla pluridisciplinarietà, per non lasciare niente e nessuno al di fuori del proprio orizzonte di relazionalità; occorrerà altresì attendersi un coinvolgimento di altri soggetti pensanti e di altre forme reali – ciò che presuppone un’educazione al rispetto delle regole[8], della vita e dell’ambiente; infine, attendersi un ampliamento dell’hardware, una ristrutturazione fisica dei diversi centri di elaborazione dati, come riflesso dell’atto pensante – ciò che proietta l’uomo verso dimensioni pluricosmiche dell’essere.

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[1] M. Franchi e A. Schianchi, L’intelligenza delle formiche. Scelte interconnesse, Diabasis, Parma 2014, p. 10.

[2] Ibidem.

[3] A tal proposito, è da sottolineare che mentre Nicholas Carr sostiene che la rete affievolisca le nostre capacità di concentrazione e di ragionamento (cfr. N. Carr, La rete ci rende stupidi, Raffaello Cortina, Milano 2010), Howard Rheingold espone l’argomento contrario secondo cui il web è invece in grado di produrre “intelligenza collettiva” (cfr. H. Rheingold, Perché la rete ci rende intelligenti, Raffaello Cortina, Milano 2013). Un concetto che può essere richiamato qui è quello di “noosfera”, termine coniato da Teilhard de Chardin (ma, a seconda delle fonti, lo si può attribuire anche al filosofo Edouard Le Roy; una terza versione vede addirittura entrambi essersi ispirati alle lezioni di geologia dello scienziato russo Valdimir I. Vernadskij, il primo a sviluppare compiutamente il concetto di Biosfe-ra, nel 1926). Secondo Teilhard de Chardin la noosfera sarebbe una specie di “coscienza collettiva” scaturita dall’interazione delle menti umane. Essa si sarebbe sviluppata attraverso l’organizzazione sociale posta in essere dagli esseri umani, a mano a mano che essi hanno popolato il pianeta. Come si può ben vedere, il concetto si amalgama perfettamente con il concetto dell’Akasha, o Etere, termine sanscrito il quale, secondo l’Induismo vedico, definirebbe il primo elemento primordiale che a sua volta comprende i quattro elementi – Aria, Acqua, Terra e Fuoco – la cui caratteristica primaria è il suono (da qui il rimando al Suono inteso come Verbo che secondo la Bibbia – Genesi 1,2 – aleggia sulle acque primordiali). L’Akasha, di natura energetica e vibrazionale (si tenga conto che questi termini scientifici nascondono una realtà ben più ricca di contenuti spirituali) sarebbe una sorta di registro/archivio che contiene ogni pensiero, evento, intenzione, azione e reazione che l’essere umano nella sua totalità ha esperito nella propria vita. Sulla stessa scia monistica di de Chardin, si muove la bizzarra visione di Pietro Ubaldi (autore de La Grande Sintesi), che definisce i rapporti d’involuzione ed evoluzione fra le tre dimensioni – materia, energia e spirito – secondo un processo di unificazione tra scienza e principi della fede. Il suo libro, giudicato da Enrico Fermi un quadro di filosofia scientifica e antropologica etica, considera il Tutto come sintesi di Materia, Energia e Concetto o Spirito (M – E – C) – S (ove con S si indica la Sostanza, “unica Sostanza”, e la cui essenza sarebbe il movimento che si manifesta come Materia, statica, Energia, dinamica e Spirito, vita). L’essere umano è in grado di evolversi ampliando la percezione della sua coscienza, che da individuale diverrebbe collettiva, per farsi infine coscienza cosmica. Si delinea così, secondo Ubaldi, il futuro stato organico-unitario dell’umanità, che si regge su un’etica internazionale del tutto nuova, basata su una consapevolezza razionale e non emotiva. Per Ubaldi la grande legge della vita è l’Amore, che andrebbe cercato dappertutto; l’Amore che unifica, mentre le forze del male tendono alla disgregazione e alla distruzione del Sistema. Fare il bene vuol dire cercare di armonizzarsi con tutto e con tutti, perseguendo quel processo di unificazione che ci riporta al centro dell’essere (rappresentato dalla presenza dell’ordine e della giustizia del pensiero divino). In tal senso, il segreto della felicità consisterebbe nell’adeguarsi all’ordine divino, accettandone la Legge e anzi cooperando con la sua azione. In un’ottica bipolare, l’universo è inteso come inestinguibile volontà di amore, creazione e affermazione contro il principio opposto dell’inerzia, dell’odio e della distruzione. Si tratta di una visione monistico-ascendente che si compie lungo la linea evolutiva del genere umano, in forza dell’effetto spiritualizzante degli ideali, capaci di orientare l’azione verso una realtà futura fondata sulla fratellanza universale e sul reciproco aiuto. Inutile sottolineare che l’evoluzionismo di Ubaldi è ben diverso da quello caldeggiato da Darwin. Nel contempo, è più ampio di quello di Teilhard de Chardin, in quanto concepisce anche un processo involutivo – dallo spirito, attraverso l’energia, sino alla materia. Inutile anche sottolineare, a questo punto, che una visione del genere si costituisce in base a ciò che Ubaldi chiama “metodo intuitivo”, attraverso il quale la coscienza, facendosi umile e ricettiva, riesce a penetrare per vie interiori l’intima essenza dei fenomeni. Allora si fa supercoscienza, e il metodo dell’intuizione assume il crisma della “razionalità controllata”. Cfr. P. Ubaldi, La grande sintesi. Sintesi e soluzione dei problemi della scienza e dello spirito, Mediterranee, Roma 1980; P. Ubaldi, Le Nouri, Mediterranee, Roma 1990; R. Pieracci, Pietro Ubaldi e la Gande Sintesi, Mediterranee, Roma 1986.

[4] Per inciso, «cosmo» è totalità di forme reali, e il corpo stesso è fonte di input.

[5] Da notare che per “dati” in genere s’intendono quei messaggi decontestualizzati, che in se stessi non dicono nulla, come per esempio il numero 9; mentre, per “informazioni” s’intendono quei dati che sono contestualizzati, che permettono la comprensione di qualcosa, come per esempio il 9 come numero di maglia di un calciatore.

[6] La capacità di un suono di esercitare influenze sul mondo è, nell’ambito delle tradizioni giapponesi Shintō, chiamata kotodama. Benché di etimo incerto, il termine può esser fatto risalire al composto di koto 言, ‘parola’, ‘discorso’, e tama 霊, ‘spirito’, ‘anima’ (o 魂, ‘anima’, ‘spirito’, ‘fantasma’; o anche 事, ‘situazione’, ‘circostanze’, ‘lo stato delle cose’, ‘accadimento’, ‘evento’, ‘incidente’). Kotodama è in relazione con parole giapponesi come kotoage 言挙, ‘parole suscitate’, ‘invocare il potere magico delle parole’; kotomuke 言向, ‘parole rivolte’ e jumon 呪文, ‘formula magica’, ‘incantesimo’. Fondamentali sono inoltre i riferimenti del kotodama per le arti marziali giapponesi: Morihei Ueshiba, il fondatore dell’Aikido, ha utilizzato il kototama come base spirituale per i suoi insegnamenti; William Gleason – che ha dedicato più di un testo al kotodama – afferma che l’aikidō (合気道) è il modo superlativo di praticare il kototama… il mezzo attraverso il quale si realizza la sua vera natura. Altre culture hanno sottolineato la «sacralità» del suono; si pensi al Lógos giovanneo, ove la Parola acquisisce la fisionomia di una Coscienza creatrice: «In principio era il Lógos/e il Lógos era presso Dio/e Dio era il Lógos/Questi era in princi-pio presso Dio./Tutto è venuto ad essere/per mezzo di Lui,/e senza di Lui/nulla è venuto ad essere/di ciò che esiste./In Lui era la vita/e la vita era la luce degli uomini/e questa luce splende ancora nelle tenebre/poiché le tenebre non riuscirono ad offuscarla» (Giovanni 1:1-5); o al Mantra induista «Veicolo del pensiero e del pensare», l’insieme delle espressioni sacre attraverso cui s’invocano i Deva; tra esse, l’Oṃ costituisce il simbolo sonoro più sacro. In quanto forza vitale, il kotodama è onnipresente; in quanto origine della coscienza, è onnisciente; in quanto origine del movimento e quindi della potenza è onnipotente. Sostanzialmente è il «kotoha», la superveloce vibrazione (ha) della luminosa onda (koto) della vita. Nella letteratura stoica, essa penetra la materia inerte e caotica e la trasforma animandola e portando alla vita i diversi Ens (cfr. W. Glea-son, Aikido and Words of Power. The Sacred Sounds of Kototama, Destiny Books, Rochester 2011).

[7] Le nozioni presentano significative sfumature: “elaborare ed elaborazione”, con riferimento ad attività computazionale; “processare e processamento”, al processo (all’atto) trasformativo; “assimilare e assimilazione”, al “rendere simile” (ciò che si lascia plasmare); “interiorizzare e interiorizzazione”, al “portare dentro”, intrecciando l’inedito alla preesistenza. D’ora innanzi impiegheremo l’acronimo EPAI per indicare le nozioni nel loro “intreccio semantico”, quando non sia necessario evidenziare distinzioni.

[8] Pur nella loro mutevolezza e nella loro contestualità. E mai nella loro universalità totalizzante (che sarebbe incompatibile con l’esercizio di un pensiero plurale e diveniente, oltre che contrario al rispetto stesso della vita in tutta la sua variegata e complessa struttura). Si dice: la norma vale per tutti. Ma in senso sincronico, non diacronico. Essa può variare, perché in fondo è l’uomo che ne decide i contenuti, la emana, la protegge. Se non potesse variare, o essere abrogata, quella norma, e fosse pensata come principio universalmente dato apriori, rigidamente imposto in forza di un principio sovrannaturale, si imporrebbe in forza della sua assolutezza e non sulla base della normale inviolabilità di legge. Non c’è norma che non tragga senso e significato dal contesto in cui nasce e dai soggetti cui si rivolge. Basterebbe qui rileggere la lezione “civile” di Montesquieu, quella esposta in Lettere persiane, cui in particolare si rimanda il lettore attento a problematiche di natura giuridica.

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