Sapete come si fa una poesia dadaista?

Anzitutto, cos’è il Dadaismo?

Secondo i dadaisti si tratta di

«un fenomeno che scoppia nella metà della crisi morale ed economica del dopoguerra, un salvatore, un mostro che avrebbe sparso spazzatura sul suo cammino. Un sistematico lavoro di distruzione e demoralizzazione… che alla fine non è diventato che un atto sacrilego.»

Il Dadaismo è un movimento radicale, provocatorio e contrario al perbenismo e alla morale borghese. Parimenti rifiutati sono i valori e canoni dell’estetica classica. Si predilige una forma di anarchia espressiva, al di là di ogni convenzione. Il risultato è un’arte dissacrante, priva di ogni regola e principio (in ciò, il Dadaismo supera lo stesso Futurismo, poiché quest’ultimo proponendo una poetica alternativa, ne fissava codici e criteri).

Il Dadaismo – secondo i suoi esponenti, tra i quali Tristan Tzara[1], considerato uno dei più importanti fondatori, tra il 1916 e il 1920 – non era arte ma anti-arte. Contestava l’assunto simbolista dell’arte per l’arte. Perseguiva l’opposizione, che si traduceva in forme di eversione e contestazione radicale della realtà e della cultura tradizionale: se l’arte prestava attenzione all’estetica, Dada ignorava l’estetica; se l’arte doveva lanciare un messaggio implicito attraverso le opere, Dada tentava di non avere alcun messaggio; se l’arte voleva richiamare sentimenti positivi, Dada offendeva.

«Dio e il mio spazzolino sono Dada, e anche i newyorkesi possono essere Dada, se non lo sono già» affermava Tristan Tzara.

Sul significato della parola “dada” esistono varie interpretazioni. Tristan Tzara definì il termine come un nonsense. «Dada Means Nothing» (Tristan Tzara, Manifesto Dada, 1918). Hans Richter ne sostiene la derivazione dall’uso frequente della parola da (“sì” in russo e in rumeno; un doppio “sì”). Dominique Noguez, docente di Estetica della letteratura e del cinema alla Sorbona, ipotizzò che l’origine del termine fosse in rapporto con Lenin in quanto probabile frequentatore del cabaret Voltaire di Zurigo. In italiano costituisce una delle prime parole che i bambini pronunciano indicando tutto: dal giocattolo alle persone. In francese evoca il “cavallo a dondolo”, e tale parola fu scoperta in modo del tutto casuale e fortuito da Richard Huelsenbeck, uno tra i primi fondatori del movimento, e da Hugo Ball. Facendo fede a questa testimonianza, la scoperta del nome si collocherebbe sulla scia di quella casualità, illogicità che sono tratti peculiari dell’intero movimento dadaista. Siamo nella Zurigo del 1916. A partire proprio dal teatro e dalle manifestazioni visive, la cultura ufficiale viene scardinata da un movimento nuovo e rivoluzionario che porta all’estremo quello futurista. La derisione per ogni estetica e tecnica tradizionale è messa in scena con grande presa sul pubblico. Anche il mondo della letteratura e dell’arte non possono che esserne travolti.

Dunque,

per fare una poesia dadaista

Prendete un giornale.

Prendete le forbici.

Scegliete nel giornale un articolo della lunghezza che desiderate per la vostra poesia.

Ritagliate l’articolo.

Ritagliate poi accuratamente ognuna delle parole che compongono l’articolo e mettetele in un sacco.

Agitate delicatamente.

Tirate fuori un ritaglio dopo l’altro disponendoli nell’ordine in cui sono usciti dal sacco.

Copiate scrupolosamente.

La poesia vi somiglierà.

Ed eccovi divenuto uno scrittore infinitamente originale e di squisita sensibilità, benché incompresa dal volgo[2].

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[1] Tristan Tzara (pseudonimo di Samuel Rosenstock) nacque a Moinești, il 16 aprile 1896. Di origine ebraica, visse per la maggior parte della sua vita in Francia, ed è conosciuto per aver scritto i primi testi Dada, La première aventure céleste de Monsieur Antipyrine (1916), Vingt-cinq poèmes (1918) e il manifesto del movimento, Sept manifestes Dada (1924). A Parigi, assieme alla moglie Greta Knutson e ad altri artisti come André Breton, Philippe Soupault e Louis Aragon, fu protagonista di attività artistiche rivoluzionarie con l’intento di scioccare il pubblico e di disintegrare le strutture del linguaggio. Alla fine dell’Ottocento si distinse anche nel mondo del teatro con la sua grande opera Uomo a gas, dove i personaggi erano parti del corpo i quali spesso comunicavano con il pubblico coinvolgendolo nella rappresentazione teatrale. Alla fine del 1929, stanco del nichilismo e del distruzionismo, si unì ai suoi amici nelle attività più costruttive del surrealismo. Si spese per conciliare il surrealismo con il marxismo ed entrò a far parte del Partito Comunista Francese nel 1937. Combatté in Spagna per la repubblica contro i franchisti e fu un attivo resistente francese nella Seconda guerra mondiale. Secondo Arturo Schwarz fu agente della polizia segreta stalinista e denunciò i poeti surrealisti trotskisti che l’avevano ospitato a Praga e a Belgrado, che furono tutti fucilati. Lasciò il partito nel 1956, in protesta contro la repressione Sovietica della Rivoluzione Ungherese. I suoi ideali politici lo portarono poco a poco a divenire un poeta lirico. Le sue poesie narrano l’angoscia della sua anima, presa in mezzo tra rivolta e meraviglia nella tragedia quotidiana della condizione umana. I suoi lavori maturi sono considerati L’Homme approximatif (1931) e continuarono con Parler seul (1950) e La face intérieure (1953), dove le parole, affiancate in modo anarchico nel Dada, sono sostituite da un linguaggio ancora difficile ma più esplicito. Morì a Parigi nel 1963. Il suo corpo è interrato nel Cimitero di Montparnasse. (da Wikipedia)

[2] Da M. De Micheli, Le avanguardie artistiche del Novecento, Feltrinelli, Milano 1966

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