Rinnovamento o ennesima farsa?

Dopo tre mesi di guerriglia politica, veti incrociati, colpi bassi e sbalzi d’umore, l’esecutivo di Giuseppe Conte s’insedia a Palazzo Chigi.

Si presenta come “la svolta”, e, quel che più conta, viene percepito, proprio grazie a un’accorta attività divulgativa, come il governo del cambiamento. Tenuto conto che centro-sinistra e centro-destra, che hanno dominato la scena politica per un quarto di secolo, sono all’opposizione, sarebbe fuori luogo ritenere che non ci attenda alcun rinnovamento. Magari ci vorrà tempo, ma nel bene e nel male bisognerà farsene una ragione. “Nella storia repubblicana mai nessun esecutivo ha spostato il baricentro fino a questo punto” ha affermato Claudio Tito in un editoriale comparso sulla Repubblica stamattina (p. 36), pur rilevando, in un incipit assai contraddittorio, che “Il governo gialloverde nasce già vecchio”.

Altro che vecchio! L’asse Di Maio-Salvini non si presenta solo formalmente nuovo. Lo è pure sostanzialmente.

E non solo con riferimento allo spirito non europeista, caldeggiato in sede di campagna elettorale, e negli slogan leghisti del rifacimento totale di un Italia fin troppo bistrattata da buonismo e sciatteria.

E non è una semplice strategia, quella di presentarsi come esecutivo del cambiamento. D’altronde, quale governo, nell’era repubblicana e non solo, si è presentato come conservatore e continuatore? Certo, la sinistra al potere non poteva dire: “cambio tutto”, se preceduta da altra sinistra. Così, allo stesso modo, un governo di centro-destra non avrebbe stravolto ciò che aveva avviato in legislature precedenti. E se avessero vinto loro, le novità sarebbero fioccate a fior di parole e promesse (viene in mente la sciagurata “Buona scuola” e i diversi disegni di riforma del lavoro rimasti nei corridoi di Montecitorio, per non parlare degli sconquassi fiscali e dell’ordine pubblico che stenta ad affermrsi). Però, non hanno vinto. Hanno vinto Salvini & Di Maio, e se Mattarella non se ne fosse convinto o se si fosse profilata un’alleanza Cinque Stelle-Pd, saremmo finiti tutti nei guai. Vero che, come ebbe a dire qualche settimana fa Eugenio Scalfari, con la sua consueta intellettualistica ingenuità, molto elettorato di sinistra è confluito nel Movimento, ma se ha abbandonato vecchi schemi, si dovrà pur prenderne consapevolezza: non vuole stare da quella parte. Punto.

Per ciò che m’interessa principalmente, la scuola… mi è sembrato di capire che il neo-ministro Marco Bussetti (un insegnante di scienze motorie, un dirigente scolastico, un provveditore agli studi) non giudichi negativa l’esperienza della “Buona Scuola”, ma nell’ambito del “contratto di governo” fra M5S e Lega, la Legge 107 viene inserita fra le riforme «insufficienti e spesso inadeguate» introdotte dagli ultimi governi. Ad ogni modo c’è tanto lavoro da fare. Non c’illudiamo. Le nostre scuole, in questi ultimi anni, ci sono completamente scappate di mano. Ce le siamo fatte scappare di mano, per lassismo e noncuranza. Bisognerà restituire valore e autorità agli insegnanti. Ma prima di tutto bisognerà ridare impulso all’arte, in tutte le sue forme, alle scienze e, soprattutto, alle iniziative culturali a carattere sociale; se cultura continuasse a essere “conoscenza” individuale vissuta all’ombra di una tastierina, più o meno sollecitata dal modello “ipercomunicativo” dei nuovi media, non sarebbe altro che ulteriore fonte di disgregazione, depressione, disarmonie e supponenza.

Poi… m’interessa molto l’impresa. Lo statalismo ha prosciugato ogni energia creatrice. Sarei il primo a pagare più imposte e tasse se sapessi che del denaro pubblico si facesse buon uso, ma non è mai stato così; gran parte del Pil, quando non sperperata in progetti inutili, è servita a rimpinguare le tasche di criminali, sfruttatori e parassiti. Ora speriamo che si sia più determinati e intelligenti nel perseguire politiche economiche oculate, non radicate sul mito dell’egualitarismo e del welfare state a tutti i costi. Mi sembra che la Lega, sin dalle origini, si proponeva di abbattere il sistema clientelare e restituire prestigio e risorse alla piccola e media impresa. Bisognerà pensare anche a quella del Sud, sempre che risponda proficuamente. Il lavoro ha una sua dignità, ma chi non s’impegna non può e non deve essere sostenuto/mantenuto. Spero che il conclamato Reddito di cittadinanza non si trasformi in un indennizzo di fancazzismo.

La sicurezza… altro punto fondamentale: troppa delinquenza; troppo malessere; troppa falsa solidarietà; troppa ipocrita accoglienza. L’ideale cosmopolita della coesistenza pacifica di diverse e non opposte nazionalità si definisce nell’ordine, non nella confusione. Uno spazio plurale si costruisce con raziocinio, non già aprendo le porte a tutti, indifferentemente, ma facendo in modo che nessuno abbia bisogno di sfondarle, queste porte.

Infine, bisognerà salvaguardare il patrimonio architettonico e naturale del nostro Paese, per ridare lustro alle città, ai paesi e ai borghi. Combattere in tutti i modi il degrado: delle periferie e dei centri storici, delle strade e delle piazze, dei mari e delle montagne.

I numeri ci sono: con una maggioranza assoluta di 316 deputati su 630, M5S e Lega ne hanno 346 (più, eventualmente, l’aggiunta dei 32 di Fdi); al Senato, invece, il Governo può contare sulla fiducia di 167 voti (più 18), ma ne sono sufficienti 161.

Poche scuse, quindi.

Sappiamo tutti che una riforma non si attua nel breve, necessita del succedersi di proposte coraggiose, oculate e perspicaci. Lega e Movimento vanno sbandierando già da diversi anni non solo l’attuazione di semplici riforme quanto, appunto, cambiamenti radicali delle strutture socio-economiche e politiche da cui, poi, tutto dipende. Per questo sono così popolari, tanto da indurre autorevoli commentatori e analisti, più o meno criticamente, a definirli partiti “populisti”.

Sarà pure… ma se la gente stavolta non ha votato i soliti noti, non è perché è improvvisamente rinsavita; forse, stanca, snervata, estenuata, considera ancora possibile uscire dall’impasse di una democrazia satura, che in fin dei conti non ha mai garantito una vera alternanza. Dati alla mano: per quasi mezzo secolo ha dominato la Dc; dal Governo Ciampi (dell’aprile 1993), considerato l’ultimo della Prima Repubblica, si è via via respirata aria nuova; in una prima fase, attraverso il dualismo Berlusconi-Prodi, poi attraverso un consolidamento della Casa delle Libertà e un rigurgito sinistroide che condusse molti italiani a illudersi che un giovanotto di nome Matteo Renzi potesse rottamare la classe politica di ascendenza democristiana e che un mulatto al timone della superpotenza statunitense, insignito del Premio Nobel per la Pace, potesse spegnere i focolai di tutte le guerre del globo e ridurre la dilagante miseria.

Quando non se ne può più, si sogna… si cercano alternative, rimedi… si spera di cambiare. Probabilmente non fu vera “rivoluzione” quella di Berlusconi, men che mai quella renziana, ma il panorama politico, in meno di un decennio, è mutato; e la stessa società civile hanno assunto connotazioni nuove rispetto a un passato di corruttele, mafie, integralismi, ostilità. Nel contesto della paura e dell’ignoranza, della prepotenza e della difesa a oltranza dei propri interessi, non poteva germogliare il fiore del rinnovamento se non attraverso dure battaglie, talvolta istituzionali, altre volte combattute a colpi di tritolo e giustizialismo. Allora, si tramandava la struttura di una società monistica, in una sorta di disperazione generale, che difficilmente sfociava in rabbia costruttiva, quanto, il più delle volte, in forma di struggente stato depressivo e di nichilismo. E non è vero che c’erano più passioni, che si viveva la vita con maggior coinvolgimento emotivo. In alcuni casi, certamente. Ma l’eccezione non è in grado di smentire la regola: in realtà c’era molta indifferenza, molta ipocrisia. Non che oggi viviamo in un’epoca luminosa, ma almeno siamo più liberi di decidere del nostro destino. Chi si lagna e non ci crede rimarrà inesorabilmente indietro, e non godrà di nessun cambiamento.

Resta valido l’assunto plurale di derivazione spiritualista, secondo cui tutto deve partire da un movimento interiore.

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