Libri

Quando il libro comincia

Scrittura, confronto e nascita pubblica dell’opera

Non c’è cosa più gratificante, per un autore, che parlare a braccio del proprio libro. Viene fuori, prima di tutto, che non è nato dal caso: è il frutto di un connubio fondamentale tra documentazione e riflessione. Non si può scrivere di ciò che non si sa, anche se è certamente vero che non sempre si sa quel che si scrive.

E allora riflettere sulle parole, sulle articolazioni delle frasi e sulla punteggiatura, sulla coesione – mai troppo ricercata – delle sequenze narrative (affinché davvero sia narrazione), non può bastare. Occorre un impegno di ricerca, per migliorare la competenza su alcuni argomenti; e poi, quando ci si ritrova al cospetto di un pubblico interessato più che altro a capire ciò che non sa e ciò che sarebbe bene sapesse, ci si lascia andare a un’esposizione libera e personale del proprio lavoro, raccontandone la genesi, le motivazioni profonde e le scelte che ne hanno orientato la scrittura.

È una sensazione stupenda per chi parla, un’esperienza altrettanto significativa per chi ascolta. Ma bisogna avere nel sangue non soltanto la scrittura, che si realizza in solitudine, quanto pure – ed è questo che intendo sottolineare – una certa passione comunicativa. Un libro, in effetti, fa comunità nell’atto stesso in cui viene presentato, attraendo l’interesse di lettori e frequentatori.

Eppure molti autori tendono a dare poco peso al fine ultimo di una pubblicazione: le presentazioni. Per timore o per una sorta di piaggeria preventiva, evitano il confronto, quando non lo temono apertamente. Manca spesso la fiducia in sé stessi, e si finisce per credere che un libro si esaurisca con il visto di stampa, come se l’opera trovasse lì la sua conclusione naturale. In realtà, chi pensa così si priva della parte migliore dell’esperienza editoriale: l’incontro con i lettori, lo scambio vivo delle idee, la possibilità di misurarsi con domande impreviste e prospettive inattese. È proprio in quel dialogo che il libro continua a crescere, smettendo di appartenere soltanto a chi lo ha scritto.

È proprio in quel dialogo che il libro continua a crescere, smettendo di appartenere soltanto a chi lo ha scritto. Perché, in fondo, un libro non nasce davvero quando viene stampato: nasce quando incontra una voce che lo interroga, uno sguardo che lo attraversa, una coscienza che lo mette in discussione. Fino a quel momento è soltanto carta rilegata.

Dopo, diventa esperienza condivisa.

E forse è questa la verità più scomoda per chi scrive: l’opera – faccio mie le parole di Fausto Bruno Campana in occasione della bella presentazione di Orsi Tibetani, del 14 febbraio, presso la Biblioteca Luigi Dal Pane, a Castelbolognese – si compie solo quando l’autore ha il coraggio di farsi, a sua volta, lettore.

Antonio Di Bartolomeo
DIRETTORE PLURIVERSUM

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