Preferite un mondo in cui si tace per forza maggiore?

Essere indagati per aver scritto qualcosa di “ambiguo” o, per meglio dire, di “non gradito”, non è una piacevole esperienza. Purtroppo, l’ho vissuta anch’io. Ma è parimenti accaduto al gesuita belga, padre Jacques Dupuis (Huppaye, 5 dicembre 1923 – Roma, 28 dicembre 2004), teologo del dialogo interreligioso con l’induismo e fautore di una prospettiva plurale delle religioni.

 

2 ottobre 1999: la Congregazione notifica a padre Dupuis il capo d’imputazione, in cinque punti e sette capoversi. Il quarto in particolare afferma: «È concorde con la dottrina Cattolica sostenere che i semi della verità e della qualità esistono in altre religioni, esse sono certo partecipazione alle verità contenute nella rivelazione di/o Gesù Cristo. Tuttavia, è errato sostenere che tali elementi della verità e della qualità, o alcuni di loro, non derivano infine dalla fonte-mediazione di Gesù Cristo».

 

Inutile ricordare che prefetto della Congregazione era il Cardinale Joseph Ratzinger.

 

Cos’è che non andava nel modo di porre la questione interreligiosa da parte di padre Dupuis? Intanto, qual è il libro inquisito?

S’intitola: Toward a Christian Theology of Religious Pluralism (Verso una teologia cristiana del pluralismo religioso), pubblicato nel 1997.

 

È il modo di pensare il pluralismo in forma non-monistica che attrae le attenzioni del futuro papà Benedetto XVI. Finché le religioni sono manifestazioni dell’Unica verità e dell’unico Dio (giudeo-cristiano), ci può anche stare un riconoscimento, un raccordo e un tentativo di armonizzare le differenze, ma se queste differenze vengono assunte come tali, vicendevolmente irriducibili e addirittura “complementari”, si esce dal pluralismo monistico della Chiesa.

 

Ma Dupuis, formatosi sulle pagine “eretiche” di Origene di Alessandria, che aveva argomentato (tra il secondo e terzo secolo d.C.) in favore dell’apokatástasis, e cioè della salvezza di tutti (cristiani e non cristiani) al di là della rispettiva fede e del culto professato, intendeva andare oltre ogni forma di monismo. “Il modo indiano di pensare” diceva “è molto diverso e dobbiamo imparare a capire altri tipi di vita spirituale”.

 

Proprio così: nella prospettiva plurale non monistica la vita religiosa cede il posto a quella spirituale, non necessariamente più intimistica ma comunque caratterizzata da specificità irriducibili, preziose in quanto tali. Le differenze assumono allora un valore intrinseco al di là dello sfondo comune ove eventualmente si collocano.

 

Padre Dupuis partiva da una dimensione cristocentrica, ma solo perché la sua fede non ne prescindeva; il che non implica un oggettivo e universale riferimento per tutti. Il suo credo, potremmo dire forzando leggermente i termini della questione, si colloca in un orizzonte filosofico plurale. Per cui, nel suo pensiero riecheggiano espressioni come “generosità, reciprocità, dialogo, nuovo umanesimo, reciproco arricchimento e fecondazione reciproca, abbandono di atteggiamenti solo difensivi, disposizione positiva verso gli altri, apertura e simpatia, interazione, impegno comune, vocazione all’ermeneutica (cioè alla fatica dell’interpretazione della posizione, lingua, idee altrui), alla fratellanza che attraversa i confini della cultura e anche della specie (come in san Francesco), al significato della varietà e pluralità dei mondi, alle domande sul perché, cause e fini, di questa pluralità, al principio della possibile e necessaria loro complementarietà, alla riflessività che spinge a meditare sulle posizioni acquisite e a reinterpretarle, sui principi che sembrano indiscutibili e che attraverso un lavorio di adattamento smuovono dogmi” (Giancarlo Borsetti, La verità degli altri, p. 154).

 

Ed è proprio questo il vocabolario di un pensatore plurale che non cede terreno alla prospettiva assolutistica del più nefasto monismo, pur senza diventare questa presa di distanza a sua volta ancor più tragicamente monistica.

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Antonio Di Bartolomeo

 

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