Precisazioni concettuali e terminologiche

Da un punto di vista etimologico, il latino plūs ha la stessa radice di plēnus, pieno; mentre il mŭltu(m) ha la stessa radice di meliōre(m), che rievoca l’abbondanza di un raccolto fortunato, un dono sceso dal cielo (che acquista senso relativamente all’inaspettato superamento di un certo livello).

Nel quadro della mia filosofia, il “plurale” rievoca ciò che non è uno, e si pone, rispetto all’Unità, in senso eminentemente e diametralmente opposto. Se tuttavia il plurale fosse semplicemente un termine della Diade, si ricadrebbe nell’ottica dualistica, da cui la pluralità intende, tuttavia, affrancarsi. Ciò significa che non basta porre l’opposizione all’Uno. Occorre porre anche l’opposizione ai Molti. La doppia opposizione, però, non deve, ancora una volta, far ricadere il discorso nell’orizzonte della dualità. Ed è questo un punto delicato, sul quale dobbiamo preliminarmente indugiare.

La pluralità segnala uno slancio in avanti, oltre la sua stessa configurazione formale. Ciò che è plurale supera il vincolo della dualità, conquistando l’agognata alterità che lo pone in relazione alla totalità. In altre parole, è il modo di opporsi alla dualità che decreta il superamento del dualismo. Il plurale non è contro ma oltre l’Uno, non è contro ma oltre i Molti.

Cosa significa “essere oltre”?

Significa non fermarsi… ciò presuppone il riconoscimento dell’Uno e dei Molti, non la loro soppressione. Riconoscere l’Uno/i Molti non significa però accettare le diverse oggettivazioni dell’Uno e dei Molti. (Parleremo in altri articoli della non accettazione delle diverse articolazioni dell’Uno e dei Molti; parleremo di neutralizzazione. Ma adesso torniamo al piano concettuale e terminologico della pluralità).

Vero che, da un punto di vista quantitativo, il plurale si presenta come un maggiore dal carattere dinamico e indefinito; come tale, riconosce, non esclude, l’unità. Ne ridimensiona l’ambito, però, allorché l’unità, divenendo concetto, ambisce a descrivere essa stessa (pur non avendone i “titoli”) la pienezza ineffabile della totalità. Il plurale, o per meglio dire, la filosofia della pluralità, ne impedisce le pretese, privandola di quel potere totalizzante che ingiustamente rivendicava solo per sé stessa.

Da un punto di vista teoretico, pluralità non è molteplicità – termine che si pone in relazione solo timidamente contraria, se non fatalmente complementare, all’unità. Il “pluri” è qualcosa di diverso e di maggiore del puro e semplice “multi”; ha a che fare con l’ineffabile pienezza della totalità, quindi, mentre la molteplicità si presenta o contraddittoria in sé o come subordinata all’Uno. Siamo molti, non siamo tutti; vorremmo essere tutti, non vogliamo essere solo molti. Oppure no, lo accettiamo: ci accontentiamo della molteplicità, consapevoli di non poter accedere alla dimensione dell’infinito. In tal caso, che ne sarà del rimanente? La molteplicità, impaurita, guarda costantemente indietro, teme di perdere sé stessa. La molteplicità è abbondanza rinchiusa in una cella. Esige un’azione di protezione e di conservazione continua.

Orbene, cos’è quell’altro che è oltre la molteplicità?

Soffermiamoci sulla struttura diadica di riferimento, meditando il passaggio dall’Uno/molti all’Uno/non-Uno. Posto il plurale in relazione all’infinito, non basta una descrizione diadica dell’uno in rapporto ai molti. L’Uno farebbe le veci della totalità, e i molti passerebbero in secondo piano. Non può essere vero, però, che «dalla separazione dell’Uno i molti provengono»*: l’essenza del cosmo è ab origine plurale per il pensiero. Non c’è l’Uno prima del pensiero. È il pensiero che istituisce l’Uno. L’Uno, attenzione! Non la sua negazione… come vedremo più avanti. E se i molti sono parte della totalità (infinita), l’uno non può appropriarsi dell’essenza dei molti e della totalità stessa. Nell’ordine concettuale del monismo, la pluralità è concepita come un prodotto (del volere) dell’Uno. Superare il rapporto di dipendenza dei molti (e della stessa pluralità) dall’Uno dispiega un primo importante step lungo la via della liberazione del pensiero e della realtà.

Il plurale non è (solo) un prodotto del pensiero: il pensiero si trova già da sempre proiettato nella reale pluralità. Si direbbe, la subisce. In altre parole, non è in forza del pensiero, sia pure plurale, che il cosmo è plurale. Ma è in forza della pluralità che il pensiero è plurale. Non è che pensare il cosmo in quanto pluralità lo fa diventare più plurale di com’è. Non pensarlo plurale, non lo unicizza, ma il pensiero sì, si unicizza! Proprio perché il cosmo è plurale, è possibile pensare la pluralità e rappresentarsela. Possibile… non automatico… Non è, poi, che pensare il cosmo in quanto unicum e compattezza lo si a-(de-)pluralizza. Il pensiero non è in grado di trasformare la realtà – eminentemente e inequivocabilmente plurale – in un tutto compatto di parmenidea memoria. Certo, il concetto (la filosofia idealistica) lo fa, lo ha fatto; ma il concetto sapeva e sa che la riflessione presuppone il pensiero come posto dal pensiero stesso, e potrebbe anche sapere che, a sua volta, ogni atto del pensiero presuppone la realtà di sé stesso e del cosmo.

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Se si vuole una reale totalità, aggiungendo ai molti ciò che ai molti manca per essere tutti, occorrerà prendere in considerazione l’Uno in rapporto alla sua negazione. Ecco decretato il passaggio dall’Uno/molti all’Uno/Non-Uno. Tuttavia, a ben guardare, l’Uno che si pone in rapporto dialettico alla sua negazione, posto che la sua negazione non è solo Negazione ma pure esseità, cioè esiste in forma e sostanza, procedere oltre l’Uno significa porre l’Uno e la sua negazione. L’Uno come punto di partenza, la negazione come alterità di destinazione.

L’Uno è dunque all’origine della pluralità?
No, si commetterebbe un grossolano errore di interpretazione.

L’Uno, in quanto negazione di una negazione, non configura una realtà. Se non vi fosse differenza tra l’Uno e la sua negazione, si ricadrebbe nell’ottica monistica per cui Uno e non-Uno insieme fanno l’Uno!

Allora, aut aut, o l’Uno è realtà e il non-Uno è idealità, o l’idealità coinvolge l’Uno, e la non-unità annuncia una realtà.

Come si scioglie l’enigma?

Se l’Uno è realtà, ciò che non è Uno cos’è?

Supponiamo sia anch’esso realtà. Ne deriverebbe che la differenza tra l’Uno e la sua negazione non va cercata sul piano della realtà. E allora dove? Sul piano della forma.

L’Uno è reale quanto la sua negazione, ma la forma della realtà dell’Uno è altro dalla forma della realtà della sua negazione. Due piani diversi di realtà. La realtà dell’Uno è realtà pensata, filtrata dal pensiero, tant’è che non sarebbe possibile vedere l’Uno senza concetto. La realtà della sua negazione è una realtà reale a prescindere dal pensiero. Realtà che esiste di per sé. Ciò che è di per sé può essere pensato e non pensato, e, se pensato, non nella sua totalità, altrimenti sarebbe come pensare una sola realtà… cioè l’Uno… Pensare la negazione dell’Uno significa non pensare all’Uno.

Si era detto, tuttavia, che pensare la pluralità significa non solo non pensare all’Uno, ma anche non pensare ai Molti. La pluralità che si pone a superamento dei Molti afferma la non negazione della negazione dell’Uno. Si definisce allora una nozione con funzione denotativa del non-Uno; positivizzando infine il risultato (della negazione), si ottiene un’identità non dualista: non-Uno/non-Molti = plurale**.

L’Uno, in quanto concetto, non possiede alcuna potenzialità denotativa; l’oggetto di un concetto è un costrutto linguistico, una definizione, non una forma reale del cosmo. Mentre il plurale denota il cosmo e anche le singole parti del cosmo, l’Uno non denota che sé stesso. Tende eccome a identificarsi con il cosmo – per gli Stoici l’Uno coincide con il Tutto, al punto che sovente al termine hen preferiscono pan – ma non può esserlo, un tutto… perché non è possibile raccogliere ad unicum tutto il plurale costituirsi e disfarsi di forme reali. Non potrebbe neppure vivere, l’Uno, senza aggrapparsi alle forme reali della pluralità. E Plotino, con la dottrina neoplatonica dell’emanazionismo ne fa un essere creatore, sicché qualsiasi ente è un prodotto dell’Uno, come se fosse un prolungamento dell’Uno, di modo che permanga un collegamento tra l’Uno e i Molti, tra il Padre e il Figlio***. Da allora, nessuna forma del cosmo è pensata come indipendente dall’Uno, o anche solo come diversa dall’Uno.

Ma la realtà si presenta nonostante tutto secondo una struttura inequivocabilmente plurale: c’è forse un tratto comune che unisce la pluralità delle forme e degli eventi? I primi filosofi avevano indagato la natura – tutta piena di dèi, diceva Talete – fino a scorgervi l’archè. Con Parmenide e Anassagora in parte, con Platone e Aristotele soprattutto, comincia l’operazione del pensiero idealistico intento a trasfigurare il tratto comune in lógos unificante: se ne sceglie uno – con Plotino, direttamente l’Uno – e lo si idealizza, ipostatizza, assolutizza.

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Ci chiediamo: è sufficiente pensare all’Idea totalizzante di Perfezione ipostatica per costringere altri concetti all’inesistenza?**** Nell’unicità del dire, il concetto si assolutizza. Solo nella pretesa unicità delle assolutizzazioni. Nella relazione dia-logica e pluri-logica nessun concetto è in grado di porsi come il Concetto per eccellenza. Nello spazio oppositivo, nella relazione co-concettuale, esso subirà un veemente ridimensionamento. Basta un altro concetto oltre l’Uno per far cadere le pretese unicistiche dell’Uno. E d’altro canto, se il pensiero soggettivo non è tutto, di modo che sia possibile ammettere una pluralità di soggettività e, con Cartesio, una res extensa accanto e di fronte a una res cogitans, non più «è lo stesso pensare ed essere», sebbene pensare implichi essere*****.

Il “pluri” è apertura semantica. Lo stesso pluralismo, che sovente lo si associa ai sistemi democratici, di cui ne definirebbe il carattere fondamentale, e che poi declina in tante forme e articolazioni – pluralismo giuridico, pluralismo religioso, pluralismo scientifico, dialogo interreligioso, prospettivismo filosofico ecc. – costituisce solo un aspetto della sua poliedrica semantica. Ora, chi dovrebbe pensare alla liberazione del pensiero se non il pensiero stesso? Quale pensiero, tuttavia? Un pensiero dell’Uno, un pensiero dei Molti, o un pensare in armonia con la natura plurale del cosmo? Non può essere il pensiero delle origini mitiche, che ha sin da subito obliato la pluralità, allorché il mythos è confluito nel lógos. Il pensiero monistico si è sin da subito predisposto a negare l’esistenza del non-Uno. È un’operazione affidata al pensiero evoluto della pluralità, già presente nell’avvenire di una filosofia libera dall’Uno e dai molti, opportunamente ricondotti a concetto e neutralizzati nelle loro pretese totalizzanti: la molteplicità è parte, l’Uno è parte, parti entrambi della pluralità, non più in grado di narcotizzare, ammaliare, ammansire i sensi.

Non si danno, le forme reali del cosmo, in quanto entità immutabili. Tutto diviene. E anche se fosse necessario, per rendere intellegibile, il movimento stesso, far ricorso a un capo di imputazione, a un sostrato, a un riferimento, il cosmo muta comunque. Perché un conto è l’esigenza aristotelica di comprendere il movimento, altro è l’essenza del movimento, che si dà a prescindere dalle pretese di conoscenza dell’uomo.

Il cosmo è essenzialmente plurale ma anche pluralmente diveniente: totalità α-πέρας di forme nomadi, fluide e viscose, che – come avevano intuito i pluralisti greci – s’intrecciano e separano, si espandono e restringono, sospinte da forze ineffabili e ingovernabili. Vediamo un treno che sfreccia; uno che rallenta e poi si ferma. Vediamo il sole, che appare e scompare. Poi, vediamo tornare il treno che ha percorso un lungo giro e di nuovo il sole, che ha vagato per la galassia ed è tornato. Crediamo sia lo stesso treno, lo stesso sole. Si assomigliano tanto quel treno partito è il treno sopraggiunto in stazione, il sole del crepuscolo e il sole dell’alba. Ma non sono le stesse forme. Niente può essere lo stesso se si cambia posizione, e ci si incontra e scontra con altre forme. Ogni forma, poi, è molecola, atomo, quark, stringhe in fermento, schiuma e chissà che altro. Ogni forma è plurale nella sua natura.

Secondo un ulteriore livello argomentativo, il “pluri” esige un orientamento alla totalità, vale a dire, l’allontanamento dalla (sia pure plurale) singolarità. Ad ogni azione di compressione dell’incomprimibile corrisponde lo slittamento illusorio del pensiero nella direzione opposta: verso l’unicità della singolarità. Eppure, posto che a decretare questo infelice restringimento dell’infinito nel finito, è proprio il pensiero, il pensiero dovrà farsi carico di ritrovare nuovamente il suo rapporto all’infinito, superando la pluralità della singolarità con la relazione delle singolarità plurali alla plurale pluralità del cosmo.

Sarebbe sufficiente, a questo punto del discorso, rilevare la natura eminentemente plurale del pensiero – anche come insieme di pensieri – per dimostrare che possono coesistere insieme “più” forme reali pensanti. Ma per fare un deciso passo in avanti occorrerebbe riconoscere la sussistenza di forme reali indipendenti dal pensiero. Ed ecco che incominciano i dubbi della filosofia: secondo il paradigma idealistico neppure sussiste la differenza tra forme ed enti testé adombrata, poiché – si argomenta – è tutto, ogni cosa, riconducibile a ente. La forma, proprio perché “pensata” non è più oltre e altra dal pensato (allorché la sua dimensione noumenica perda ogni interesse). I fautori dell’idealismo – interpretativisti, costruttivisti o post-moderni quali che siano – sostengono che non è possibile oltrepassare l’orizzonte fenomenico del pensiero, dacché ogni tentativo di ristabilire l’esistenza autonoma delle cose è destinato al riconoscimento che si sia passati comunque attraverso acquisizioni di pensiero. Eppure, se fosse proprio il pensiero a liberarsi di se stesso, sottraendosi al predominio idealistico e ponendo non già se stesso ma la pluralità cosmica al “centro”, non l’Io ma il Non-io all’origine degli assi cartesiani? Non arriverebbe forse a sentirsi parte di essa, e persino a percepirsi come oggetto pensato dal cosmo, a sentirsi destinatario di messaggi provenienti dalle infinità forze straordinarie del cosmo? Crediamo si possa dare risposta affermativa.

Non intendiamo rinfocolare la disputa degli universali e la polemica tra realisti e idealisti, né ci prefiggiamo, in questo libro, di fondare teoreticamente il discorso sulla filosofia del pensiero plurale – anche perché, quando lo si è tentato di fare, ci si è dispersi al punto da non sapere più cosa fosse un pensiero plurale (sempre ammesso che qualcosa sia). L’epoca della métarécit e della stessa ontologia classica è terminato – mentre, in compenso, è iniziata quella dello storytelling e della superficialità; non sarà questa l’occasione di una riesumazione e di una recidiva, benché sia chiaro che una retrospettiva ad ampio raggio di tematiche così complesse, frammentarie e intricate richiederà un impegno non indifferente sotto il profilo speculativo e generativo della ricostruzione di senso.

Interessa qui rilevare un’importante premessa metodologico: infinite sono le forme (e plurale è quindi il cosmo); il pensiero è solo una parte della pluralità cosmica – che possiamo chiamare ente, per distinguerla dalle altre forme. Una forma, e non tutte le forme; il che indurrebbe a ritenere che il plurale del cosmo si opponga al plurale del pensiero. Non si equivalgono, certo, ma non differiscono incompatibilmente. Il primo è invero un plurale di totalità, il secondo un plurale nella totalità. Nondimeno, se ogni forma è in se stessa plurale, anche il pensiero, in quanto forma-ente in relazione dinamica a infinite forme, lo è. Ma la pluralità cosmica è dimensione orizzontale, che si esprime in spazialità, mentre quella del pensiero è dimensione verticale, che si esprime in profondità; d’altronde, la verticalità non ha potere sull’orizzontalità. Se la determinazione della pluralità del plurale fosse opera del pensiero, posto che omnis determinatio est negatio, non solo ci si lascerebbe dietro ciò che in tale operazione definitoria venga negato, ma si espanderebbe oltremisura le capacità del pensiero, fino a trasfigurare l’ente stesso in totalità. Si compierebbe lo stesso gesto totalizzante dell’idealismo monistico. Si tornerebbe nel regno della fissità parmenidea. Si deve ammettere, quindi, che il plurale, nella fattispecie cosmica dell’orizzontalità, non provenga dal pensiero, ma, al contrario, sia la pluralità cosmica a renderlo possibile, ad acconsentirne l’uso e l’esercizio.

Parlare di “pensiero”, al singolare, avendo posto e presupposto una struttura del cosmo (e del pensiero) eminentemente plurale, non può avere più nessun significato. L’espressione “pensiero plurale” rimanda invero a un pensiero non dis-articolato ma stratificato in (più) pensieri, alcuni dei quali giustapposti tra loro, altri invece del tutto compatibili. Questa dinamicità, o versatilità, sembra essere la sua forza e non la sua debolezza. Occorrerà darne conto. Ciascuno di noi, a modo suo, ha d’altronde potuto sperimentare la meravigliosa varietà dei pensieri. Vi sono pensieri che richiedono impegno e tempo (ciò che chiamiamo riflessione – che rievoca un flettere, perciò uno sforzo) e pensieri, per così dire, accessibili. Tra quelli impegnativi, ve ne sono alcuni – come i dilemmi o gli indovinelli – che richiedono determinate capacità (di logica, di pazienza, di lucidità mentale). Tra quelli accessibili, ve ne sono alcuni automatici (che cadono sotto la categoria delle intuizioni creative o del condizionamento inconsapevole). E poi si parla di logica, di argomentazione, di definizioni. Di pensiero deduttivo e induttivo. Di pensiero sintetico e analitico. Di pensiero corretto e fallace. Di verità e di falsità. Di pensiero conscio e inconscio. Vi sono pensieri che sembrano incastrarsi gli uni agli altri in modo da formare sistemi e strutture, e altri, incompatibili, che si respingono a vicenda. Infine, con riferimento ai contenuti “culturali” del pensiero, si parla di pensiero scientifico, pensiero politico, pensiero filosofico ecc.

L’impiego del termine “forma” – fin qui disinvoltamente utilizzato – può sembrare ridondante, se non proprio impreciso; però permette di focalizzare l’attenzione sugli aspetti non contenutistici e non materiali di ciò che costituisce la pluralità cosmica, nonché di sottolinearne l’aspetto trasformativo. Il termine risale alla filosofia greca antica, che lo utilizza secondo tre significati: μορφή (morphé, forma sensibile), σχήμα (skhēma, modo in cui una cosa si presenta), είδος (èidos, forma intelligibile). Qui, a noi, interessano i primi due significati, con l’avvertenza che l’attributo di “sensibile” vada letto in senso ampio, fino a ricomprendere il quid solo percepibile (si pensi alla materia oscura, che sappiamo esistente solo in quanto ne rileviamo gli effetti sulla materia visibile). Quando pensiamo alla bottiglia che era sul tavolo, non facciamo altro che rievocarne l’immagine. Ma è un’immagine per lo più sfocata, generalmente priva di quella lucentezza con la quale ci era prima – dal vivo, si dice – apparsa la bottiglia. E anche se ci sembra di rivederla, nello spazio umbratile della mente, non si è dinanzi alla stessa esperienza percettiva. L’esperienza originaria è andata perduta, e solo se si ammettesse un tempo illimitato sarebbe possibile ipotizzare che ritorni. In tal caso, comunque, si tratterebbe di mera replicazione di una determinata configurazione del cosmo******. Ciò che è passato ritorna invero in forma di ricordo: l’immagine si deposita nella memoria – da quella “breve” dell’ippocampo a quella “durevole” della neocorteccia – ma ogni volta che procediamo, più o meno volontariamente, a recuperarla, non facciamo altro che alterarne l’aspetto. Sicché, ogni volta che ripensiamo alla bottiglia, la bottiglia della percezione originaria si allontana sempre di più, fino quasi a uscire dall’orizzonte di memoria, ciò dal momento che la sua stessa immagine si trasforma e sbiadisce al punto che sarebbe persino sbagliato continuare a presupporne un qualche collegamento. In altre parole, non ritorna lo stesso pensiero neppure con riferimento a uno stesso oggetto. E inoltre, c’è da considerare il fatto che l’oggetto – qualsiasi oggetto – è soggetto a un’incessante trasformazione, ricollocazione, tra spostamenti e riconfigurazioni. Dovremo chiederci quindi se sia possibile rintracciare una qualche legge (meta-aristotelica) che ci permetta di gettare una luce ulteriore sulla natura di tale movimento.

L’ontologia – come disciplina che indaga la struttura dell’essere – è sorta, quasi venticinque secoli fa, per indagare sulle condizioni di possibilità del tratto comune, considerato fondamentale e fondamento imprescindibile delle cose. Dapprima, lo individua su base fisica, sotto forma di acqua, aria, fuoco, terra: è l’ἀρχή dei naturalisti ionici – poi eleva il discorso sul piano meta-fisico, individuando l’ἄπειρον, il νοῦς, il Numero, l’Atomo, l’Uno, l’λόγος, l’εἶδος, il sostrato, la sostanza. Pochi decenni, e l’ontologia è sul tavolo, pronta per essere azzannata. Ci si sbaglia di grosso, però, perché sarà l’ontologia che, intrecciandosi ai monoteismi mediorientali e plasmando così una visione onto-teologica totalizzante, azzannerà l’uomo, contaminando il suo innocente pensiero. L’onto-teologia, circoscrivendo il reale nell’orizzonte mentale del pensato, con gesto chirurgico, separa il suo conclamato tratto comune dalle forme reali del cosmo, e sotto il sigillo dell’ipostasi, lo innalza ad essentia universale.

Una filosofia del pensiero plurale che sfrutti la forma mentis plurale del pensiero stesso si propone di infondere nuovamente l’anima – leggi anche: la libertà – alle forme tristemente abbandonate al loro destino e ridotte a insignificanze (un processo che Marx ha descritto come mercificazione onnipervasiva). E quando le cose hanno perduto l’anima, allorché nessuno si è detto disposto a riconoscergliela, si è affacciato alle porte il nichilismo, in un’epoca in cui la τέχνη, in tutte le sue aberranti manifestazioni (dalle architetture naziste all’omologazione planetaria), ha assunto il predominio totale sull’uomo. Max Weber chiamò questa deriva tecnicistica e burocratizzante Entzauberung der Welt, sintetizzando esemplarmente i tratti decisivi della storia di una tale manipolazione/mistificazione.

Restituire alle cose la luce che originariamente le apparteneva, e che le appartiene, può voler significare un ristabilire l’ordine naturale delle cose. Il pensiero plurale si batte per un’esigenza di giustizia cosmica, affinché ogni forma esistente sia libera di essere ciò che è – emulando semmai Yahweh, che pure rivendicò per sé solo un tale diritto.

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* Da un frammento di Empedocle, 17 DK, 10

** Per una disamina del rapporto uno/molti, cfr. L’Uno e i molti, a cura di V. Melchiorre, Vita e Pensiero, Milano 1990.

*** M. Abbate, Parmenide e i neoplatonici. Dall’Essere all’Uno e al di là dell’Uno, Edizioni dell’Orso, Alessandria 2010.

**** Il concetto di “perfetto” (in greco, teleios) rievoca etimologicamente ciò che è completo in tutte le sue parti, qualcosa di ben fatto. Al perfetto, quindi, non manca nulla. L’Essere di Parmenide è già concepito come perfetto, ma anche come finito (cioè, non infinito, non aperto, sì come lo aveva pensato, per esempio, Anassimandro). L’Universo fisico, in Aristotele e nella filosofia stoica, assume i tratti della perfezione e della finitezza/compiutezza. Nel contesto neoplatonico poi anche un concetto, come l’Uno, ne assume la configurazione, al punto che l’Uno, che è Tutto, e da cui tutto deriva, è perfetto, e non c’è Uno al di fuori dell’Uno – non c’è Dio al di fuori di Dio!

***** Ma cosa sono i concetti? I concetti sono parole dotate di definizione; hanno per significato oggettivo un costrutto linguistico e non denotano, perciò, direttamente una forma reale del cosmo. Ne individuano, semmai, caratteristiche e proprietà; in generale si riferiscono a qualcosa del quale si sia fatta esperienza. Che tipo di esperienza? Per esempio, dell’amore, non si fa solo esperienza percettiva e sensibile, ma anche conoscitiva, l’una e l’altra spesso insieme. È un problema, questo, molto importante; ma anche quello del concetto in genere è molto importante. Da entrambi non si potrà facilmente soprassedere nell’affrontare seriamente lo studio di una filosofia del pensiero plurale.

****** Avremo modo, in seguito, di tornare su questo punto.

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