Pensiero plurale e Mushin

L’importante è pensare di più. Lo abbiamo detto tante volte. Ma prima di pensare di più, bisognerebbe imparare a pensare. S’impara a pensare pensando! S’impara a pensare esercitando la mente a pensare. Come qualunque muscolo, se non è all’opera svigorisce. Eppure, un pensiero sempre in azione, incapace di fermarsi, di distendersi, proiettato solo a un accrescimento di conoscenze, senza freni e senza limiti, più che rievocare la tragicomica vicenda di Bouvard e Pécuchet, o quella drammatica del dottor Faust, rimanda a un trenino a moto perpetuo. Non già intelligenza, ma insipienza mentale: equivale al non saper pensare. Il pensiero potrebbe volare troppo vicino al sole, prendere il sopravvento, fino a rivoltarsi contro se stesso e precipitare a valle come Icaro troppo vicino al sole. Il pensiero agisce meccanicamente. La pura accumulazione di sapere, sotto forma di nozioni, concetti e informazioni, è invero meccanismo privo di reale movimento.

Non basta l’esercizio di una mente linguistico/immaginativa protesa a sapere sempre di più; che se ne farà di tutto quel sapere? Costituiscono momenti essenziali nello sviluppo della conoscenza esperienziale la riflessione, la rielaborazione di ciò che si è raccolto, la messa in pratica del sapere.

E fin qui nulla di nuovo…

La novità del pensiero plurale consiste nella capacità della mente di trascendere se stessa. In altre parole, la non-azione del pensiero, o, se si preferisce, l’azione del non-pensiero – meglio dire: la non-azione della mente – costituisce una sua caratteristica essenziale. Ed è di questo che intendiamo discutere in questo articolo divulgativo.

Quando il pensiero agisce sino al limite delle sue potenzialità, non avanza con impeto e tempesta, senza accorgersi che le truppe sono rimaste dietro, come pare sia accaduto a Cesare Borgia nella sua ultima battaglia. Al contrario, la sua forza dirompente consiste nella capacità di sapersi fermare. Per esempio, si parla tanto, si parla troppo, tutto sembra svanire. Il discorso ha preso una brutta piega. Occorre fermarsi…

Non si tratta di risorse eccezionali, di cui usufruire di tanto in tanto. Pensiero e non-pensiero sono forze complementari che interagiscono continuamente e s’infondono energia a vicenda. La relazione, colta nella sua staticità, può assumere la forma di una complementarietà oppositiva (o anche di un’opposizione complementare); posto un qualsiasi contenuto mentale, è possibile inquadrarlo in una relazione oppositiva attraverso la negazione della singola determinazione (pur senza determinare la soppressione dei contenuti mentali stessi). Ma alla negazione non negatoria si perviene anche negando la totalità dei contenuti mentali, colti nel loro insieme soggettivo. La mente e la non-mente descrivono, proprio in virtù della loro opposizione complementare, lo spazio dell’infinita pluralità. Negare la mente, in quest’ordine di cose, per quanto incredibile possa apparire, significa accettare contenuti non meramente corporei (ammesso che la mente sia non solo parte del corpo ma corpo stesso) e aprirsi al trascendente (immanente, non dualistico). Concretamente, l’operazione consisterebbe nell’arresto di un processo acquisitivo/conoscitivo. In un’estensione del pensiero in corrispondenza di un arresto del flusso mentale. Tutto è finalizzato a ridimensionarne l’impatto totalizzante della mente. Ne deriva peraltro che la negazione di una negazione non riconduce necessariamente all’ente negato, anche se riconduce la negazione a una determinazione. Ne deriva inoltre la configurazione eminentemente contraddittoria, non contraria, della dualità oppositiva. La coesistenza degli opposti si dà per necessità logica. La coesistenza, in tal caso, non produce in se stessa coesione degli opposti, la quale si realizza solo in regime di compatibilità. Siamo in presenza pur sempre di opposti, ma l’indeterminatezza della negazione induce a legittimare una complementarietà possibile tra la singola determinazione di partenza e quella che si presenta per effetto della negazione. Quando la negazione, dal piano puramente generale passa al piano concreto della specificità formale, non un qualsiasi ente ma un determinato ente entra nell’orbita della singola determinazione originaria, e si può in tal caso parlare del rilascio di energie che si erano come assopite. Se è un “contrario” la coesistenza permarrà sul piano della semplice compresenza. Se invece non è un suo contrario, la coesistenza risulterà essere la condizione necessaria di una possibile coesione – necessaria, ma non sufficiente. Invero, non basterà che gli enti s’intreccino secondo compatibilità. In altre parole, la compresenza dei contrari, se considerata in se stessa e per se stessa, non basta a determinare una coesione degli enti e una dissoluzione della dualità. I contrari sussistono tuttavia in forza dell’opposizione originaria, trovano in essa giustificazione; e perciò esistono in quanto che interagiscono a partire dalla stessa pluralità.

Pensiero e non pensiero, dunque, come affermazione di pluralità. Il giorno non esiste senza la notte. Un cervello cognitivo non funziona senza raccordo a un cervello emotivo. Nelle arti marziali giapponesi si parla di mushin (letteralmente, ‘senza mente’) per indicare la separazione tra chi agisce e l’atto stesso, con l’avvertenza che ciò si realizza quando si smette di domandare: “che faccio?”. Solo un modo di pensare plurale, aperto e vigile, che si mantenga in uno stato di attesa strategica, è capace di volgere a proprio favore gli eventi, sapendosi fermare al momento giusto. Non è che all’azione corrisponda un reale non-pensiero. Il pensiero c’è ma “non si vede”; si dispiega in forma di medit-azione. Cioè si manifesta nel non manifesto. Anche comprendere l’essenza del mushin dipende dal mushin: più si pensa meno lo si comprende!

Prima di proseguire, c’è da fare un chiarimento. Una negazione oppositiva è una negazione di una determinazione semantica e non una negazione di un termine indeterminato o altamente problematico e vago. Se non si partisse da una precisa definizione di mente, qualunque sia, la negazione stessa si perderebbe nel vuoto. Siamo passati dal piano fisico al piano eminentemente concettuale: attraverso la comprensione del senso dell’opposizione (in quanto divergenza e in quanto complementarietà) è possibile accedere a inesplorate dimensioni dell’essere. Con l’esercizio del pensiero plurale è possibile proiettarsi verso l’ignoto infinito. È forse in questi momenti che sgorga l’energia portentosa, come proveniente da uno strato latente, sottostante (o sovrastante)? Si presenta una modalità di “essere pensiero” non ordinaria, con l’impiego di strutture meta-cognitive e ultra-mentali, senza con ciò identificarsi con il meramente istintivo. La mente che si serve di una forza (esterna o interna che sia) non mentale è una mente plurale, rivolta all’infinito; infinita essa stessa, essendo la negazione oppositivo-complementare un’apertura all’infinito. Naturalmente, non l’infinito in quanto tale – come concetto in se stesso conchiuso – interessa qui. Se la negazione che apre all’infinito è in grado di stabilizzarsi intorno a una determinazione qualsiasi (ciò significa “mistero”), è determinazione determinata (e plurale) rapportata a una determinazione indeterminata (e misteriosamente meta-plurale). In questa specie di straordinaria simmetria è racchiusa tutta la forza del mushin.

L’atto mentale, che accompagna e sorregge l’azione, è la fonte per un arretramento del pensiero nello spazio del silenzio, come condizione di ritorno in se stessi e rilascio di nuove energie. È vero che un’azione può compiersi senza esserne consapevoli, indotta da reconditi meccanismi karmici inconsci e automatici, ma, in linea di principio, è pur sempre riconducibile alla struttura corporea e al suo funzionamento. L’azione del non-pensiero, intesa nella sua alterità reale e concettuale, non è vincolata ad alcun meccanismo corporeo – e neppure il mushin andrebbe sic et simpliciter ricollegato al corporeo, sia pure nella fattispecie della dimensione inconscia. Il non-pensiero, in quanto negazione del pensiero, si riferisce invece all’essenza plurale del cosmo, trovando in essa la sua fonte. La relazione descrive uno spazio che può essere colto secondo complementarietà, coesistenza o compresenza*.

In conclusione, esercitare un pensiero plurale significa sì pensare di più, aprendosi alla quantità, ma anche e soprattutto rivolgersi alla qualità, e saper non pensare più: retrocedere sul piano del silenzio meditativo, e si potrebbe persino dire della mistica; avanzare in direzione del cosmo plurale, per lasciare manovra al cosmo stesso e alle sue forze straordinarie. L’attenzione, nel primo caso, è posta sull’interiorità e si rivolge al piano della struttura non direttamente percepibile dell’essere; occorre saper lavorare con ciò di cui si dispone già, benché risulti ignota la propria dotazione. Più che a un suo rimescolamento e riordino qualitativo, si deve pensare a un riemergere di capacità latenti. Si tratterebbe, insomma, di imparare a conoscersi meglio, nella pienezza della propria forma psicofisica, a prendere consapevolezza dei propri limiti – anche quelli che coinvolgono oggettivamente la sfera cognitiva (si pensi solo agli scherzi della memoria, ai momenti di stanchezza che inducono a vedere appannato, ai corti circuiti del cervello ecc. – ma anche delle forze e delle capacità di cui siamo (naturalmente) in possesso. L’auto-consapevolezza è sufficiente a promuovere lo spontaneo rilascio di energie latenti. Nel secondo caso, invece, come consapevolezza dell’altro e dell’oltre, è al cosmo che ci si rivolge, nella sua ineffabile grandezza, per osservare il fluire di ogni forma reale. Allora, la propensione stessa all’infinito può essere capace di generare una risposta inaspettata proveniente dalle distanze infinite del paesaggio cosmico.

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* Non si confonda, comunque, la complementarietà – come effetto della totalità – con la coesistenza/compresenza. Là dove possibile (cioè in regime di compatibilità) la coesistenza/compresenza evolve in coesione. Per contraddittoria s’intende generalmente la relazione oppositiva tra un contenuto mentale e la sua negazione indefinita (eppure potenzialmente positiva) – che significa: tra un certo ente e un qualsiasi altro ente che non sia quello di partenza.

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