Pensiero logico-razionale

Si può obiettare: il pensiero plurale, colto da un punto di vista individuale, non può farsi carico di ogni informazione di cui venga a disporre. Patirebbe un sovraccarico intollerabile di dati. Esploderebbe. Se non fosse permesso scegliere [1], se non potesse selezionare ed escludere, soggiacerebbe a condizionamenti ben poco plurali.

L’obiezione è accolta; intendiamoci però, il principio dell’EPAI – cioè, dell’acquisizione mentale dell’informazione e della successiva memorizzazione – non riguarda solo l’esercizio di un pensiero logico-razionale, ma deve essere in grado di contemplare le dinamiche della compatibilità. La scelta non si regge unicamente su presupposti aristotelico-platonici (che stabiliscono criteri epistemologici necessari e universali; da un lato la doxa, opinioni sensibili che non hanno alcun valore, dall’altro l’epistème, un contenuto incontrovertibile fondato e comprovato).

È probabile che un pensatore non particolarmente addestrato alla pluralità avverta disarmonie nel suo modo di pensare e si precipiti a rimuovere da sé ciò che turba. È  fuori discussione la tendenza a permanere nel familiare, confidando in ciò in cui si è da sempre creduto [2]. E poi, «come facciamo a sapere se un’affermazione è vera? Se è strettamente connessa per coerenza logica o associazione ad altre nostre convinzioni e preferenze, oppure proviene da una fonte che ci piace e di cui ci fidiamo, proveremo un senso di fluidità cognitiva» [3], e una tale piacevole situazione è bastevole a indurci a pensare che quella cosa che abbiamo di fronte corrisponda al vero [4].

Chi riesce a fare sonni tranquilli con mille problemi irresolubili che gli frullano in testa?

Il dubbio non è mai buono, quando c’è veramente! Il dubitante potrebbe convincersi (inconsapevolmente) che non sia tenuto a comunicare (mettere in comune) ciò che si profila nel suo orizzonte di senso come non-plurale, sperando così di evitare un dispendio eccessivo di energie nell’assimilare ciò che già in partenza considera non armonizzabile. Proprio perché ritenuto incompatibile con il suo pensiero plurale, non tarderebbe ad allontanare da sé ciò che avverte totalmente inopportuno; auspicando in generale che quell’informazione rimanga ancorata al piano (neutro) dell’ho capito ma… meglio non parlarne più, cioè in quella dimensione apparentemente mansueta del non-detto, dell’inespresso e del non-manifesto, rinunciando a oggettivarla e a rappresentarla concettualmente o anche solo figurativamente.

Se il modulo operativo fosse esclusivamente quello del lógos greco (che si fonda sostanzialmente su un principio di esclusione), e noi delle macchine pensanti, non ci sarebbero più problemi: regoleremmo la nostra vita sociale in base a esso, finendo per non farci più problemi a rispedire al mittente tutte quelle informazioni che – illusi di avere la verità in tasca – riterremmo di volta in volta, senza neppure ascoltarle, valutarle e ponderarle, subdole fallacie, illusioni evanescenti, mostruosi Idola, falsità incontenibili, inganni e superstizioni. Se da un lato è vero che la saccenteria e la presunzione sono diventate il pane quotidiano che si dà da mangiare alla mensa della pólis mediatica, è anche vero, dall’altro lato, che la mente umana non opera in modo così razionale. Anzi, opera per lo più irrazionalmente, il che si rivelerebbe un’ancora di salvezza. Ma purtroppo, non è così.

Siamo fin troppo abituati a non pensare quando dovremmo pensare, e a pensare troppo quando non dovremmo pensare affatto. Prendiamo o respingiamo “a pelle” tutto ciò che non ci aggrada – indipendentemente dall’essere vero, falso o né vero né falso.

Rimane il fatto che ogni informazione ha il suo significato.

Alcune sembrano essere del tutto inaffidabili sotto il profilo della verificabilità – per esempio, non è corretto affermare che il monte Bianco è il fiume più lungo d’Italia. Forse, per un esercizio di creatività andrebbe bene. Se si chiedesse a qualcuno qual è il fiume più lungo d’Italia ottenendo la risposta: il Monte Bianco, non possiamo avere dubbi sul fatto che la riposta è errata. Tuttavia, ripetiamo, se chi parla in modo estroso lo fa per scherzare o per attirare l’attenzione su di sé, il discorso cambia. E ciò che dice risulta essere tanto più efficace in quanto riesce nello scopo di far ridere o di fa voltare tutti quanti. Se siamo nell’ambito della metafora, l’informazione perde il suo peso enunciativo acquisendo il crisma dell’indicazione implicita. E sì, è come tale che andrebbe accolta, non diversamente. L’errore semmai è di non capire la barzelletta. In generale, siamo abituati a sbarazzarci di tutto ciò che non ci “convince”, senza pensarci troppo. Non cechiamo neppure di capire cosa vi sia dietro, non ridiamo e non ci giriamo, perché non vogliamo perdere tempo a capire il motivo di certe scelte linguistiche. Dinanzi all’insolito, rimaniamo sbigottiti. Oggi più che mai. Ma occorrerebbe introiettarle lo stesso, certe informazioni insolite, magari lasciarle riposare lì per qualche tempo, nelle viscere di un pensiero aperto e plurale, forte e strategico, che prova a non escludere nulla aprioristicamente. Allora, arriveremmo anche a ridere da soli.

C’è chi ha pensato a un algoritmo capace di raccogliere dal Web tutte le informazioni – ammesso che siano depositate solo lì – elaborarle e restituirle in forma di conoscenza [5]. La domanda è: qual è il criterio epistemologico adottato? Forse quello della compatibilità e dell’armonia? No di certo. Che ce ne faremo dunque dell’algoritmo onnisciente? In un contesto plurale, ogni informazione è buona per il pensiero: nessuna preclusione, nessun pregiudizio: arte, allo stato puro. Conta la predisposizione all’ascolto, più di ogni altra cosa – ascolto che è alla base di ogni processo realmente comunicativo. Eppure, proprio perché nulla è lasciato all’impensato, sarebbe meglio che tutto fosse sottoposto al vaglio della soggettività pensante concreta, passare, cioè, attraverso una «valutazione di compatibilità», dopo di che, se incompatibile, pazienza! lo si calerà lo stesso su un piano informativo, benché in forma di negazione. All’input non potrà non seguire alcun output, che avrebbe paradossalmente senso solo se si mirasse alla dissoluzione dell’incompatibilità. Il non-plurale dovrebbe essere condotto a innalzare bandiera bianca, senza contraccolpi, spontaneamente – appunto, per riconoscimento di incompatibilità. (Come il «sostrato di sapere» non divenga ostacolo all’acquisizione di nuove informazioni, porta di sbarramento al piano della conoscenza extra-individuale, fonte cioè di sedimentazione monistica e idolatrica, atrofia mentale a tutti gli effetti, e come sia possibile operare nella piena e gioiosa flessibilità, cioè in «regime vibratorio» e in «regime di compatibilità», sono aspetti decisivi a cui il pensiero plurale pone continuamente attenzione).

Andando in direzione della πόλις, ci separiamo dall’ombelico di nostra Madre Terra. Lo sapevano bene gli aristotelici, che amavano pensare camminando più che camminare pensando. E camminando s’incontra dappertutto la fluttuante doxa della gente “comune”. Tuttavia, non siate superbi: la doxa offre un gran servigio: funziona da stimolo, è una delle fonti più importanti del processo di conoscenza. La doxa è la φιλία del Sophos, che possiede in sé il principio della meraviglia: il taumatzein. La doxa incuriosisce l’animo del Wanderer, lo induce a fermarsi in locanda. Per questo va salutata con interesse, premura, gioia.

Accogliamo la doxa e riempiamoci di φρόνησις, di saggezza.

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[1] Avremo modo di riparlare del problema della scelta.

[2] «Quando siamo in uno stato di fluidità cognitiva, siamo con tutta probabilità di buon umore, ci piace quello che vediamo, crediamo a quello che udiamo, ci fidiamo delle nostre intuizioni, e sentiamo che la nostra attuale situazione è confortevolmente familiare. È anche probabile che pensiamo in maniera relativamente informale e superficiale. Quando siamo sotto tensione, tendiamo a essere vigilanti e sospettosi, facciamo più fatica a compiere le azioni in cui siamo impegnati, ci sentiamo meno a nostro agio, commettiamo meno errori, ma siamo anche meno intuitivi e meno creativi» (D. Kahneman, Pensieri lenti e veloci, tr. it. L. Serra, Mondadori, Milano 2012, p. 68).

[3] Ivi, p. 73.

[4] Anche l’effetto esposizione ha un ruolo importante. Un famoso esperimento fu condotto sui giornali studenteschi dell’Università del Michigan e dell’Università statale del Michigan. «Per alcune settimane, sulla prima pagina di quelle due testate apparve un box pubblicitario che conteneva una delle seguenti parole turche (o che suonavano turche): kadirga, saricik, biwonjni, nansoma e iktitaf. La frequenza con cui le parole erano ripetute variava: una era mostrata solo una volta, le altre apparivano in due, cinque, dieci o venticinque distinte occasioni […] Quando la misteriosa serie di annunci terminò, i ricercatori inviarono un questionario alle comunità universitarie, chiedendo se ciascuna parola desse l’impressione di “significare qualcosa di buono o qualcosa di cattivo. I risultati furono spettacolari: le parole che erano ricorse con maggiore frequenza venivano valutate molto più favorevolmente di quelle comparse solo una o due volte. La scoperta è stata confermata da molti altri esperimenti nel corso dei quali sono state usati ideogrammi cinesi, facce e poligoni dalla forma casuale» (ivi, p. 75). Peraltro, l’effetto esposizione «non dipende dall’esperienza conscia della familiarità, anzi, non dipende affatto dalla coscienza: si verifica anche quando le parole o le immagini ripetute sono mostrate così in fretta che gli osservatori non si rendono nemmeno conto di averle viste. Ugualmente, le persone finiscono per preferire i termini o le immagini comparsi più spesso» (ibidem).

[5] Si chiama Knowledge Vault, ed è stato presentato il 25 agosto 2014 a New York, in occasione dell’ultima Conference on Knowledge Discovery and Data Mining, da alcuni ricercatori di Mountain Viev. Pare che su 1,6 miliardi di dati processati, attraverso il Fact-Checking dell’algoritmo, sono stati ritenuti affidabili 271 milioni. Occorre tener conto che i dati in rete aumentano giornalmente a ritmo esponenziale. Eppure, si è detto che un giorno… sarà possibile fare previsioni sul futuro o rileggere il nostro passato.

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