Il rispetto per gli altri e per sé stessi nell’era del Covid-19

Ciò che rifiuto si impossessa di me, ciò che rispetto mi lascia libero

Con questa frase terminò un seminario Bert Hellinger nel febbraio del 2003.

E trovo attuale anche oggi questa frase, nell’era del covid-19.

Da un lato abbiamo coloro che lavorano nell’ambito sanitario che si sentono come in trincea, alcuni dei quali, novelli Don Chisciotte, combattono più contro i mulini a vento del proprio senso di impotenza davanti alla morte e della propria arroganza sottile di giocare a fare Dio e salvare la vita ad un proprio simile contro ogni speranza. Dall’altro lato i “coviddi non ce n’è!” che giocano ad una moderna roulette russa biochimica per sentirsi vivi e fare un inchino al proprio senso di onnipotenza adolescenziale dal quale non si sono ancora emancipati del tutto.

Entrambe le fazioni rifiutano l’essenza di un virus che, direttamente o indirettamente, ne condiziona le esistenze. Reagire contro qualcosa o qualcuno, o fare finta che esso non esista, è comunque dipendere da quel qualcosa o qualcuno. Non è agire partendo da sé stessi e rispettando i limiti della realtà che ci circonda. La realtà ci invita a mantenere la distanza di sicurezza. La mascherina consegue quando non è possibile mantenere tale distanza.

Per chi crede nella meta medicina tutto ciò che ha a che fare con l’apparato respiratorio ha a che fare anche con la paura. Il primo respiro di ognuno di noi è esploso durante la paura della nascita, quando siamo passati da un caldo ad accogliente utero ad un mondo freddo ed accecante, attraverso un travaglio che ci ha donato un primo assaggio della sensazione di morte. Con il nostro corpo stritolato dentro il canale vaginale, senza più l’ossigeno filtrato dentro l’utero dal cordone ombelicale e senza ancora l’ossigeno di quel primordiale grido quando l’aria ha violentato i nostri polmoni vergini per la prima volta.

Il fatto è che sul covid-19, ma non solo su di esso, spostiamo altro. Spostiamo tutto quello che rifiutiamo di noi stessi e della società in cui viviamo. E ognuno rifiuta qualcosa, forse di uguale o forse di diverso, da ciò che rifiutano gli altri.

Io che cosa rifiuto davvero?

Io di che cosa ho paura?

Cosa mi spaventa di mio?

E cosa mi spaventa degli altri?

La paura genera soluzioni: di fronte al pericolo le reazioni possono essere tre. Le prime due le abbiamo ereditate dagli animali: o attacco, o fuggo. Comunque, agisco.

La terza reazione appartiene solo all’homo sapiens sapiens: mi congelo. Così nasce il trauma.

Quando davanti ad un pericolo che percepisco come di vita o di morte, invece di reagire, mi congelo. Rifiuto la realtà per come sta accadendo e la rimuovo, perciò ne sarò inconsciamente sempre impossessato. Tutte le volte che avrò a che fare con qualcosa di attinente con l’evento rimosso reagirò non nel qui e ora ma come se mi ritrovassi ancora in quel passato che nel mio inconscio è un “eterno ritorno” in quanto non ancora risolto.

 

Ma io di cosa ho davvero paura?

Prendere consapevolezza delle proprie paure reali e concrete, magari con una bella lista nero su bianco, è il primo passo.

Il secondo passo è scrivere accanto ad ogni paura se è mia o se sento di averla “presa in prestito” da qualcuno della mia famiglia di origine.

Il terzo passo è restituire le paure non mie al proprietario, magari con una bella lettera.

Il quarto e ultimo passo è scrivere accanto ad ognuna delle paure rimaste la soluzione: cosa posso fare per superare questa specifica paura?

 

Tra il dire e il fare c’è di mezzo… l’agire.

Dal latino significa appunto “spingere, mettere in movimento”.

Di fronte ad una paura che ci congela, che ci immobilizza, sia essa conscia o inconscia, la soluzione è sempre quella di mettersi in movimento, di spingere fuori una soluzione alla situazione che ci troviamo davanti e che ci spaventa. Con la consapevolezza che il pericolo è reale, mentre la paura no, perché si fa carico di tutto ciò che non abbiamo risolto in passato.

 

Il covid-19 non è altro che un semplice virus, come tanti altri che ci sono stati in passato e tanti altri che ce ne saranno in futuro. Averne paura, o fare finta che non esiste, è infantile.

Riconoscere che in questo periodo storico è un compagno di viaggio, conoscerne il comportamento e qual è il reale pericolo, è la soluzione. Sapere è potere.

 

Essere adulti e responsabili significa anche riconoscere sé stessi all’interno del mondo reale in cui si vive.

Rispettando sé stessi e rispettando ciò che ci circonda, covid-19 compreso.

 

TESTO di FEDERICO PIERLORENZI, autore PLURIVERSUM EDIZIONI

Libro di Pluriversum edizioni

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