Multilinguismo e plurilinguismo

Di solito si usa il termine multilinguismo per indicare la capacità di una persona di esprimersi in una varietà di lingue; ma più precisamente il termine indica la compresenza, in una data area geografica, indipendentemente dalle sue dimensioni, di più lingue. Se intendessimo riferirci alla capacità di padroneggiare più lingue*, occorrerebbe impiegare il termine poliglottismo (dal greco πολύγλωσσος polýglōttos, composto da poly- ‘poli-’ e glṓtta ‘lingua’). Secondo il Consiglio d’Europa, con il termine plurilinguismo si intende invece la varietà di lingue che un individuo o un insieme di individui è in grado di utilizzare.

Nell’ambito della filosofia plurale, il plurilinguismo individua una forma mentis in grado di gestire e coordinare diversi linguaggi. Basterebbe avere una qualche dimestichezza di comprensione linguistica; se poi si riuscisse ad apprendere un crescente numero di lingue, sarebbe ancora meglio. Imparare una lingua senza vivere nel luogo in cui si parla è più che un’utopia (come imparare a nuotare implica il gettarsi, coraggiosamente, in acqua;alo stesso modo, apprendere un’altra lingua (oltre quella madre) necessita di una duratura esperienza in territorio straniero, a meno che non ci si illuda che un corso in DVD sia in grado di sopperire all’esperienza concreta.

Emil Krebs (Freiburg, 15 novembre 1867 – Berlino, 31 marzo 1930) imparò a parlare e scrivere in 68 lingue, studiandone altre 120. Neppure maggiorenne conosceva già dodici lingue. Il suo curriculum già comprendeva il latino, l’ebraico e il greco classico. Dopo pochi anni, imparò il cinese a tal punto da raggiungere il livello di un madre-lingua ben istruito. Nel 1891, conseguì con buoni voti, l’esame di Stato in campo giuridico, e l’anno dopo diviene avvocato presso la Corte d’Appello di Berlino. Ma sono le lingue ad attrarlo: studia turco al Seminario per le lingue orientali all’Università di Berlino. E nel 1893 viene inviato a Pechino come aspirante interprete. Il cervello di Emil Krebs è stato studiato dal neuroscienziato Katrin Amunts, determinando che l’area di Broca, responsabile per il linguaggio, era organizzata in maniera differente da coloro che parlano una sola lingua.

Secondo Tullio De Mauro, la questione della lingua interessa in particolare un’Europa alle prese con il serio tentativo di unificarsi politicamente, economicamente e culturalmente. Nel suo libro In Europa son già 103. Troppe lingue per una democrazia?** il linguista (recentemente scomparso) si dice preoccupato per il proliferare di lingue prive di una lingua comune. E a chi gli obietta che il multilinguismo è una peculiarità europea, risponde: «ricordo che l’aspirazione all’unità nazionale, statale, intorno all’italiano è stata un filo conduttore della nostra storia. Tanti, compreso qualche linguista, pensavano che l’unità linguistica, raggiunta negli anni Sessanta, avrebbe spazzato via i dialetti, ma non è successo: oggi, dopo 50 anni, i dialetti sono ancora vivi. Così, adottando diffusamente una lingua comune in Europa, non è prevedibile che vengano lese le lingue nazionali radicate nella storia e nella cultura» (pp. 43-44). Allora, non si tratterà di disperdere il patrimonio delle lingue nazionali e dialettali, quanto di estendere la propria competenza linguistica a quella lingua che si reputerà essere comune – forse l’inglese…

L’Unione europea, dal canto suo, ha sempre considerato una ricchezza la sua grande varietà di culture e lingue. L’idea di fondo è rendere le istituzioni europee accessibili e trasparenti a tutti i suoi cittadini, favorendo la creazione di uno spazio democratico e giuridico comune in Europa, nel rispetto della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo e di altri testi di riferimento relativi alla tutela dell’individuo. Ogni cittadino europeo ha il diritto di candidarsi alle elezioni per il Parlamento europeo. Rispetto alle altre istituzioni dell’UE, il Parlamento ha l’obbligo di garantire il massimo livello possibile di multilinguismo. Il regolamento riconosce espressamente il diritto di ogni deputato di leggere e redigere i documenti parlamentari, seguire le discussioni ed esprimersi nella propria lingua. Ovviamente, si dovrà anche assicurare che i testi legislativi approvati siano espressi ineccepibilmente in tutte le lingue ufficiali. La legislazione dell’Unione sancisce il diritto dei cittadini europei di seguire l’attività del Parlamento, fare domande e ricevere risposte nella propria lingua.

La coesistenza di più lingue è un fatto remoto, di cui si è avuto consapevolezza sin dalle origini. Nella narrazione biblica della Torre di Babele, ad esempio, la pluralità linguistica assume il carattere di una punizione celeste. E nel più antico Inno ad Aton (metà XIV secolo a. C.), si ricorda che tutti parlano diverse lingue, aggiungendo: «ecco, tu gli uomini li crei differenti». Però, se nell’Antico Testamento la pluralità assume una connotazione evidentemente negativa, e anzi spregiativa, nel contesto egizio «appare come benedizione». Da notare che già il Nuovo Testamento, con l’episodio delle Pentecoste (negli Actus Apostolorum, 2,1-13), ribalta la tradizione biblica anteriore: il donum linguarum è necessario per la trasmissione stessa del messaggio evangelico (che ha il buon cuore di non imporre una propria forma linguistica solo perché si ritiene essere sostanzialmente universale e comprensibile da chiunque). Il filosofo John Locke (1632-1704) a questa sostanzialità del nucleo cristiano rivolgerà una fervente critica, dal momento che essa giustificò più di una missione civilizzatrice nelle Americhe del dopo Colombo.

Ora, nessuno è in grado di negare la molteplicità linguistica al cospetto di ben settemila lingue attualmente censite nel mondo; ma in molti – linguisti, filologi, filosofi – si sono impegnati animatamente nella ricerca di radici comuni alle lingue stesse. Qualcuno è andato alla ricerca della lingua perfetta******, di quel protolinguaggio che solo parzialmente sarebbe rinvenibile per esempio nell’ebraico, nel sanscrito o anche nell’arabo, per non parlare di tutta la problematica connessa all’esperanto******* e all’indoeuropeo. Per quest’ultimo, Giovanni Semeraro, un fine studioso di lingue europee e mesopotamiche, ha parlato icastica-mente di «favola», sostenendo l’inattendibilità di un indoeuropeo alla base delle lingue europee (motivo: l’enorme quantità di vocaboli che risulterebbero ancora privi di una convincente ricostruzione etimologica)********.

«Stanti le imprevedibili esigenze adattive e creative che caratterizzano la specie umana, le lingue appaiono fatte per [diversificarsi]». Esse mutano, anzi, «possono e devono cambiare» (p. 46).

Se le lingue non evolvessero e non s’innovassero, non potrebbero assumere la funzione di strumenti comunicativi. Lo sono in quanto riescono ad adattarsi alle esigenze, sempre mutevoli, degli interessi umani. «La diversità e molteplicità delle lingue non appartiene dunque alla patologia, ma alla fisiologia del linguaggio» . Si tratta di una linea di pensiero che da Humbdolt giunge a Wittgenstein, passando per il linguista ginevrino Ferdinand de Saussure. Persino Noam Chomsky, «il più tenace assertore contemporaneo degli aspetti universali delle lingue» , evidenzia la natura duale della dinamica linguistica: «un idioma è la sedimentazione del convergere di un particolare gruppo umano che nell’atto stesso diverge e si differenzia da altri» . Si tratta di una dialettica nient’affatto straordinaria, perché è proprio della lingua il suo carattere essenzialmente plurale e diveniente. Pur rintracciando radici comuni – e si badi: radici, al plurale – non si può sic et simpliciter ricondurre il linguaggio stesso a quelle basi . Il linguaggio non è un insieme di sparuti fonemi dal sapore animalesco, ma una composizione variegata e articolata di suoni e di regole, al punto che gli uni senza le altre non sortirebbero effetti comunicativi. Possedere una lingua non significa parlare a versi, ma utilizzare parole secondo criterio. E il genere umano, considerando la struttura plurale del suo cervello, con delle aree appositamente dedicate alla funzione linguistica, è più il risultato di un lungo processo di affinamento della pluralità che di un mero trapasso dalla potenza all’atto, come se la pluralità dovesse irrompere ex-nihilo.

Eppure, non sarebbe neppure il caso di ribadirlo, ma una pluralità irriducibile, al limite ricondotta al parlato di ogni singolo individuo, non è certo linguaggio: se tutti parlassero una propria lingua, nessuno in realtà parlerebbe. Parlare equivale a comporre una relazione interlocutoria. Il linguaggio è apertura, e ha senso nell’instaurazione di un rapporto comunicativo efficace. Le esigenze della scuola, della politica, dell’economia e delle fedi, poi, con il tempo hanno decretato una certa linea di stabilità e durevolezza delle espressioni linguistiche. Con riferimento a una data comunità statuale, le lingue si sono strutturate fino a fissarsi intorno a determinate regole, convenzioni, criteri. Al di là degli aspetti puramente pragmatici, le lingue tendono alla restrizione e alla continuità, senza con ciò smarrire un carattere eminentemente o implicitamente plurale. «Solo da pochi anni la Chiesa di Roma ha abbandonato l’uso liturgico ma non quello ufficiale, del latino nelle forme orali e scritte che questa lingua assunse intorno al IV secolo dopo cristo» . Eppure, già Platone, nel Fedro, si era mosso a elogiare i lógoi ágraphoi, i discorsi parlati. E molti altri autori, da Dante a Leopardi, da Manzoni a Gadda, si sono spinti a valorizzare il “volgare” fino a promuover-ne l’uso letterario. Nella storia d’Europa, poi «il multilinguismo è un tratto costitutivo, una iusta possessio di beni nativi quali sono le lingue acquisite senza violenza (nec VI), in modo palese, consapevole, conclamato (nec clam), e possedute da cinque, otto, dieci secoli (nec precario)» .

Molte sono le continuità, ma anche tante le trasformazioni. Il neogreco afferma, per esempio, la sua continuità con la lingua della Grecia antica, ancorché se ne diversifichi al punto che sarebbe difficile trovare delle radici elleniche e bizantine nell’idioma di un ateniese di oggi.

I circa 740 milioni di abitanti europei usano 62 lingue ufficiali. Di queste, 50 hanno lo status di lingue nazionali ufficiali, altre di lingue lesser used o moins répandues o di minoranza. Più o meno tutte si sono formate in epoca rinascimentale; per esigenze nazionali. Nel corso dei secoli, sono evolute, naturalmente. Ma senza produrre grossi cambiamenti. E quando è stato necessario rinsaldare l’unità nazionale, lo strumento più idoneo è stato ancora quello della lingua. Allora, per emanciparsi dallo straniero, si pensi all’Italia risorgimentale, non pochi autori, tra i quali spicca Alessandro Manzoni, e molti uomini politici restii a considerare le istanze delle minoranze – si pensi al Meridione – si son dati da fare per dar risalto all’italiano, lingua nazionale, vero motore dell’auspicata indipendenza. Ma è anche il caso, oggi, del Basco, con riguardo alle richieste di autonomia della regione della Navarra e della Comunità (pur già) autonoma dei Paesi Baschi, del Nord della Spagna.

Le lingue appaiono, tuttavia, anche imparentate. Prendendo a esempio l’inglese, si scopre che il 75% del suo lessico è composto da parole prese in prestito o dal francese o direttamente dal latino classico, medievale e moderno. Che significa evidenziare consonanze con altre lingue di analoga derivazione. Anzi, a un’attenta analisi, si rinvengono consonanze profonde tra le lingue europee. Un fatto molto importante, ad avviso di Tullio De Mauro: la costruzione dell’Unione europea dipendeva (e dipenderà) dalla capacità di valorizzare queste, a discapito delle specificità. In particolare, proprio l’inglese potrebbe assurgere a lingua d’Europa, senza con ciò cancellare la pluralità linguistica di fondo, la quale – aggiungiamo noi – esiste e sussiste a prescindere da qualsiasi tentativo di dissoluzione o di salvaguardia.

Una valente sociolinguista nordamericana, Ana celia Zentella, diversi anni sostiene

«che il nostro cervello non è uno sciacquone in cui, se si versa una nuova lingua, esce la precedente».

Benjamin Lee Whorf ha introdotto l’espressione «Standard Average European», ricavando, da analisi comparate delle lingue europee, tutta una serie di elementi sintattici/fonetici come fattore di unità. Ma qui il termine “unità” è inteso nel senso “buono” di “collante” tra le diverse popolazioni europee. In virtù di questa “base comune”, non si rimane generalmente disorientati al cospetto della lingua del “vicino”. Disagio che invece insorge quando si entra a contatto con le genti dell’Estremo Oriente, che peraltro utilizzano ideogrammi (Kanji) e non i comuni grafemi latini (Rōmaji), cirillici e greci.

Più lingue possono (ma anche devono) coesistere per fare della mente stessa un fluido strumento di comunicazione plurale. Detto altrimenti: la questione di una lingua comune per l’Europa come fattore decisivo per l’esercizio di una comune vita democratica si sposta dal piano esclusivamente linguistico al piano dei suoi presupposti. Vogliamo davvero che alla storia e al presente dell’Europa corrisponda una reale democrazia europea? Se la risposta è sì, bisogna costruire la comunanza di lingua, non come globalesisch o inglese aeroportuale, turistico, commerciale, ma come pieno possesso di una lingua ricca di tutto il suo spessore e della capacità di arricchirsi degli apporti di tutte le culture e lingue dell’Europa. E il luogo primario della costruzione non va inventato dal nulla: è la scuola. Innalzare il livello d’istruzione dei cittadini è la condizione fondante di vita della pólis, come già ventitré secoli fa insegnava Aristotele; se si vuole comunicare con il resto del mondo, [bisogna] avere rapporti con una pluralità di lingue, che poi significa rinunciare all’unicità della lingua madre e attivare curriculum di studio delle lingue straniere sin dalle elementari. È noto il cervello-spugna dei bambini… Occorrerà inoltre affinare metodi didattici sempre più efficaci, senza mai confidare in uno solo (perché le vie dell’insegnamento sono sempre plurali).

Soprattutto, bisognerà superare ogni indugio e ogni pregiudizio.

L’esortazione, però, è rivolta a quei paesi, come l’Italia e la stessa Inghilterra, che non riescono a scrollarsi di dosso l’antipatia nei confronti dell’altro idioma. Non è invece per nulla rivolta a quei paesi, come l’Olanda, il Belgio, Lussemburgo, Norvegia e dintorni, ove la maggior parte delle persone è pressoché bilingue, e molti ne sanno perfettamente anche quattro o cinque. Motivo? Semplice. Si inizia sin dalla culla a parlare altre lingue!

Sembra, oltretutto, provato che l’esistenza di lingue transglottiche, che i linguisti chiamano anche “di superstrato”, non ostacola la vita di lingue locali: anzi, concorre al loro effettivo sviluppo. Nella fattispecie, il latino, mentre permetteva maggiori interrelazioni umane, soprattutto sul piano politico, economico e religioso, di fatto creava i presupposti dell’incontro e dello scambio culturale. Sicché la sua diffusione non oscurava affatto le altre lingue, che continuavano a essere liberamente esercitate; al contrario, le integrava, fomentando poi lo sviluppo di un pensiero comunicativo che si esprimesse sia in lingua locale che in latino (perlomeno in certi strati della popolazione più colta). In altre parole, la “seconda” lingua, mentre rinsaldava i rapporti culturali (e politici, economici e religiosi) tra gli europei, ne sollecitava gli incontri. Allora, il latino, al di là del suo carattere universalistico, ha gettato ponti tra le diverse tradizioni linguistiche, e noi europei di oggi possiamo assaporarne ancor più i benefici. La stessa cosa del latino un tempo, fa oggi l’inglese. E in tutti i paesi nei quali è penetrato, si pensi all’India, non ha preteso cancellare le tradizioni linguistiche locali. Di fatto ciò non sarebbe stato possibile, perché le lingue possiedono – e non lo si dimentichi – un carattere plurale e diveniente.

Non è l’unicità che conta, ma la diversità, la quale non sopprime la possibilità di tratti comuni e somiglianze.

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* Il linguista Richard Hudson nel 2003 ha coniato il termine “iperpoliglotta” per indicare una persona che parla fluentemente sei o più lingue.

** De Mauro, In Europa son già 103. Troppe lingue per una democrazia?, Laterza, Roma-Bari 2014.

*** http://www.corriere.it/scuola/medie/14_novembre_03/si-all-inglese-lingua-europea-allarme-rosso-la-scuola-6d04024c-6333-11e4-bb4b-8f3ba36eaccf.shtml.

**** Cfr. http://www.europarl.europa.eu/aboutparliament/it/007e69770f/Multilinguismo.html.

***** L’articolo 158 del Regolamento del PE recita nel modo seguente: «1. All documents of Parliament shall be drawn up in the official languages. 2. All Members shall have the right to speak in Parliament in the official language of their choice. Speeches delivered in one of the official languages shall be simultaneously interpreted into the other official languages and into any other language the Bureau may consider necessary. 3. Interpretation shall be provided in committee and delegation meetings from and into the official languages used and requested by the members and substitutes of that committee or delegation. 4. At committee and delegation meetings away from the usual places of work interpretation shall be provided from and into the languages of those members who have confirmed that they will attend the meeting. These arrangements may exceptionally be made more flexible where the members of the committee or delegation so agree. In the event of disagreement, the Bureau shall decide».

****** Cfr. U. Eco, La ricerca della lingua perfetta nella cultura europea, Laterza, Roma-Bari 1993.

******* L’esperanto – da “colui che spera” – è una lingua sviluppata tra il 1872 e il 1887 dall’oftalmologo polacco di origini ebraiche Ludwik Lejzer Zamenhof. Il fine è di far dialogare i diversi popoli attraverso l’acquisizione di una seconda lingua, semplice ed espressiva, appartenente all’umanità e non a un popolo. Dunque, l’esperanto ha solo apparentemente una connotazione monistica. Si ritiene, infatti, che gli idiomi minori sono condannati all’estinzione per il prevalere di lingue nazionali forti; se invece, come lingua forte, si parlasse il solo esperanto, che non ha radici nazionalistiche (ma su questo il dibattito è tuttora acceso), si potranno proteggere e diffondere i principi della democrazia linguistica.

******** G. Semeraro, La favola dell’indoeuropeo, a cura di M. F. Iarossi, Paravia Bruno Mondadori, Milano 2005.

[14] Benjamin Lee Whorf ha introdotto l’espressione «Standard Average European», ricavando, da analisi comparate delle lingue europee, tutta una serie di elementi sintattici/fonetici come fattore di unità. Ma qui il termine “unità” è inteso nel senso “buono” di “collante” tra le diverse popolazioni europee. In virtù di questa “base comune”, non si rimane generalmente disorientati al cospetto della lingua del “vicino”. Disagio che invece insorge quando si entra a contatto con le genti dell’Estremo Oriente, che peraltro utilizzano ideogrammi (Kanji) e non i comuni grafemi latini (Rōmaji), cirillici e greci.

 

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