Muhammad e le origini dell’Islam – Seconda parte

In seguito alla morte di Muhammad, avvenuta nel 632, i musulmani si ritrovano la patata bollente della successione. La potente tribù dei Banū Quraysh, alla quale il Profeta apparteneva, aveva realizzato il sogno di riprendersi La Mecca sotto l’egida di Allāh, dopo appena un decennio di lotte, proclami, tregue e rivelazioni. Si trattava, adesso, di amministrarla secondo i dettami del Corano e degli stessi ḥadīth riconducibili a Muhammad. Eppure, ecco un primo problema: cos’ha realmente detto e fatto il fondatore dell’Islam? Chi poteva farsene credibile testimone?

Intanto, non vi erano eredi maschi; la scelta per il primo khalīfa cadde su Abū Bakr, detto “Il grandemente veritiero” (al-Ṣiddīq), secondo alcuni muhājirūn assolutamente meritevole di ricoprire il ruolo di guida spirituale e politica della comunità islamica universale (al-Umma al-islāmiyya).

Pare che Alī ibn Abī Ṭālib, altro possibile candidato, cugino di Muhammad e marito della figlia Fāṭima, non fosse stato interpellato in quanto impegnato nelle operazioni di inumazione rituale. L’episodio è avvolto nel mistero. Si potrebbe ritenere che si volesse evitare la discussione su un argomento assai rilevante come la successione; che si preferisse non correre il rischio di accreditare uno scomodo precedente per cui solo i parenti più stretti – quale Alī per l’appunto era – possedessero i requisiti di eleggibilità; o, più semplicemente, che in una fase cruciale dell’affermarsi di una nuova religione con evidenti ambizioni espansionistiche, non si potesse puntare su un trentenne con scarsa esperienza politica (anche se qualche volta Muhammad lo aveva nominato suo rappresentante a Medina) e dal carisma non certo paragonabile a quello del suo illustre predecessore. Si optò quindi per l’uomo tutto sommato più innocuo, una brava e saggia persona, coetaneo del Profeta, il primo, secondo la tradizione, ad aver abbracciato l’Islam. Ne conosceva senz’altro precetti, storia e finalità. Non avrebbe mutato direzione e sostanza, ma garantito una continuità.

Secondo la Tradizione, dopo l’elezione Abū Bakr proferì il seguente discorso:

“O popolo! Giuro su Iddio che non ho mai sognato questa carica né di giorno né di notte, né ho mai avuto per essa qualche inclinazione. Voi avete posto sulle mie spalle un compito molto gravoso il cui compimento è al di là delle mie forze, a meno che l’Onnipotente non venga in mio soccorso. Sono stato eletto vostro capo anche se non sono il migliore tra voi. Aiutatemi se sarò nel giusto, correggetemi se sbaglierò. I deboli tra voi, saranno forti con me, finché non avranno ottenuto i loro diritti; i forti tra voi saranno deboli con me finché non avrò ottenuto da loro ciò che è dovuto. Obbeditemi finché obbedirò Iddio e al suo Profeta. Quando dovessi disobbedire a lui o al suo Profeta, allora non obbeditemi più”.

Uno dei primi provvedimenti del califfo fu quello di negare ad Alī parte di un patrimonio che ovviamente costui si sarebbe riservato se avesse assunto il comando. Tutto ciò inasprì i rapporti e creò non pochi malcontenti se non addirittura aperta ostilità nei confronti di un gruppetto – con Umar ibn al-Khaṭṭāb in posizione privilegiata – che palesemente si arrogava il potere di decidere. Pur tuttavia il valoroso Alī non rinnegò mai l’Islam e anzi partecipò alle spedizioni militari deliberate dal gruppo di comando.

Umar stesso, dopo la morte di Abū Bakr, avvenuta nel 634, assunse la carica di califfo, per volontà dello stesso predecessore. E in breve tempo si consolidò l’uso dell’espressione “Comandante dei credenti” (Amīr al-mu’minīn) in luogo di “Successore dell’Inviato di Dio” (Khalīfat rasūl Allāh), mentre si profilava un impero non indifferente: oltre la Penisola Arabica, furono annessi i territori siro-palestinesi, l’Egitto, la Mesopotamia e la Persia occidentale.

Nel 644, Umar venne ucciso. Da chi? Non è possibile individuare una matrice politica. Ma di certo, non si può sostenere che si respirasse un’aria armoniosa intorno ai Compagni del Profeta[1] (Ṣāḥib). Fece in tempo, “Colui che sa distinguere” (al-Farùq), a disporre che il successore fosse designato da un Consiglio (Shūrā), e pertanto sulla base di criteri di efficienza e non di appartenenza familiare – ciò che avrebbe ancora una volta escluso dal potere il nascente Partito di Alī (shiʿa).

Dal clan omayyade dei Banū Quraysh emerge invero Uthmān b. ʿAffān, il quale è ricordato per aver messo per iscritto il Corano, in seguito a meticoloso lavoro di recupero delle rivelazioni susseguitesi negli anni da La Mecca a Medina, e per essersi circondato da “gente di fiducia”. Non è da trascurare, d’altronde, l’accusa di nepotismo che gli venne rivolta da chi evidentemente si sentiva relegato ai margini. Ne scaturì un clima di crescente ostilità: un manipolo di congiurati entrò infine all’interno della sua abitazione a Medina e lo freddò con un colpo di spada, mentre era immerso nella lettura del suo caro testo sacro, macchiatosi di sangue vendicativo.

Assunse il potere Alī, l’ultimo dei rāshidūn. Molti storsero il naso. Nei mesi successivi esplose una prima fitna (letteralmente, “grave e violenta crisi, ai limiti della guerra civile”).

Nel corso della celebre Battaglia del Cammello (Mawqaʿa al-jamal), nel dicembre 656, presso Bassora, il nuovo califfo dovette vedersela con Ṭalḥa b. Ubayd Allāh e al-Zubayr b. al-Awwām, entrambi sostenuti dalla sua vedova di Muhammad, Āʾisha. Gli contestavano l’elezione califfale.

Nello scontro Talha e al-Zubayr perirono. Non morì invece Āʾisha, che venne scortata a Medina e destinata a una vita domestica.

Ma fu lo scontro seguente, quello con il governatore della Siria, Muʿawiya ibn Abi Sufyan – altro pretendente al califfato[2] – che segnerà le sorti dell’Islam delle origini e della sua storia sino ai nostri giorni.

Muʿawiya era convinto del coinvolgimento di Alī nella morte di Uthmān, suo parente prossimo; reclamava che si facesse luce sull’attentato. E non accettava la rimozione da governatore siriano, per delibera del suo antagonista.

Nel corso della Battaglia di Siffin, sull’Eufrate (657), il ribelle, vedendosi accerchiato dalle truppe di Alī, si appellò al Corano. Si giunse a un arbitrato, osteggiato dai kharigiti (che rifiutavano sia Muʿāwiya, in quanto ribelle, sia Alī, in quanto clemente). L’arbitrato (che si svolse in Transgiordania) decretò che la morte del terzo califfo fosse da ritenersi “ingiusta”. Non altro. Gli assassini rimanevano impuniti.

I kharigiti furono affrontati a Nahrawān nel 658; se ne fece strage. Non fu possibile impedire uno spirito di indomita vendetta: nel 661, Ibn Muljam, un superstite, colpì il califfo alla testa con una spada intinta nel veleno mentre entrava nella moschea di Kufa (in Iraq) per guidare la preghiera del mattino.

Il suo corpo fu inumato in una località segreta per evitare profanazioni da parte dei suoi nemici [3].

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[1] La tradizione vi annovera anche Alī e chiunque sia stato in contatto, sia pure occasionale, con Muhammad.

[2] Fu anche kātib, segretario con il compito di compilare gli atti amministrativi e trascriverli sui registri (dafātir), da conservarsi poi nel dīwān (gli archivi in cui si raccoglievano in età classica i documenti più importanti). Le fonti riportano che Muʿāwiya si convertisse poche ore prima della presa di La Mecca. Pare che lo stesso Muhammad lo avesse incaricato, con altri, di conservare e mettere per iscritto parti orali del Corano.

[3] Solo dopo molti anni, al tempo del califfo abbaside Hārūn al-Rashīd, venne scoperta la sua sepoltura a Najaf, nei pressi di Kufa. Allora, a causa delle fervente devozione goduta da Alī nel mondo musulmano in generale e sciita in particolare, divenne la più importante città santa, dopo La Mecca e Medina, luogo preferito di sepoltura per milioni di fedeli sciiti.

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