Muhammad e le origini dell’Islam – Prima parte

a. L’Islam nel contesto dell’Arabia del VI secolo

L’Arabia del VI secolo non è un territorio particolarmente ambito. Se si eccettua forse qualche sporadica attività mineraria di oro e altri metalli, la regione, con i suoi immensi deserti e il clima generalmente ostile, si presentava agli occhi dei più floridi vicini – Bizantini e Sasanidi – assai poco appetibile. L’unica attività produttiva degna di nota era quella del cuoio, utilizzato per selle, finimenti, calzari, scudi, tende e altro equipaggiamento militare.

La penisola arabica (soprattutto per le strisce costiere) costituiva nondimeno una via di transito per carovane e mercanti, nonché una via d’accesso per il Mare arabico e per l’Oceano indiano – pertanto un ponte di raccordo per l’Africa orientale e per l’India. Inoltre, i suoi porti, in particolare quelli di Muza e Qani’, nel sud yemenita, rappresentavano delle tappe obbligate per chi avesse inteso stabilire rapporti commerciali con l’Oriente e in particolare con l’India – da cui pervenivano cotone, pepe e altre spezie.

Non si sono avute vere e proprie spedizioni militari, né da parte dei Bizantini, né da parte dei Sasanidi. Il rapporto decisamente positivo tra costi e benefici non autorizzava a prendere iniziative tendenti a un controllo diretto dei territori arabi. Ci si limitava a stringere accordi (di natura militare, economica e politica) con i clan delle tribù più potenti. I Sasanidi stipularono accordi del genere con i capi della dinastia nasride, che aveva la sua base ad al-Hira, a sud della capitale persiana, Ctesifonte. Nell’Oman, invece, vuoi per la posizione strategica del territorio, vuoi per le sue ricche risorse agricole, vuoi per il clima più ventilato e favorevole, si realizza una presenza più diretta, attraverso la nomina di un governatore permanente a Rustaq. I Bizantini, dal canto loro, seguono la stessa politica, conseguendo l’alleanza con i capi della famiglia jafnide, della tribù di Ghassan, stanziata ad al-Jabiya, presso il Lago Tiberiade. I Jafnidi erano anche detti “filarchi”, “sostenitori”, soprattutto con riferimento all’apporto di uomini che assicuravano alle file dell’esercito bizantino. Nello Yemen la presenza politica bizantina si afferma grazie alla mediazione del regno cristiano di Axum. Dal 523, anno dell’invasione, e per oltre un cinquantennio, i Bizantini possono servirsi di questo potente alleato – riuscito persino a rendersi indipendente da Axum – per praticare più agevolmente il commercio con l’India. Solo durante gli anni Settanta, i Sasanidi di Cosroe II si propongono di interrompere questi flussi commerciali, inviando un corpo di spedizione che, senza dispendio di troppe energie, riesce a condurre lo Yemen sotto il dominio sasanide.

Le due città nelle quali Muhammad trascorse la vita, Mecca e Yathrib (Medina) distano circa 325 km e si trovano (tuttora) nella regione del Hijaz, nell’Arabia Saudita occidentale.

b. Mecca e Medina

La Mecca (arabo: مكة المكرّمة, Makka), ovvero Makka al-Mukarrama (“Makka l’Onoratissima”), in antico Mokaraba, è capoluogo della provincia del Hijaz, in Arabia Saudita, e, per antonomasia, la città santa (prima di Medina e Gerusalemme) per i musulmani. È la città in cui è nato il Profeta, e contiene la più grande moschea del mondo, la Masjid al-Haram.

Non si sa molto della Mecca preislamica. Alcuni studi sono stati in grado di stabilire che si trattasse di un centro di importanti scambi commerciali (mawṣim) e di raduno spirituale, per via del suo haram, ossia del suo spazio sacro (in cui, essendo vietate violenze e spargimenti di sangue, vi si recava per realizzare scambi commerciali e intrattenere relazioni sociali) e della Ka’ba, ove erano custodite e venerate le divinità del politeismo meccano.

Sin dall’ultima parte del VI secolo, Mecca era dominata dalla tribù dei Banu Quraysh (di cui lo stesso Muhammad, del clan Hashim, era membro), che l’avevano strappata ai Banū Khuzāʿa originari dello Yemen, a loro volta diventati signori del centro urbano ai danni dei B. Jurhum. Erano i Quraysh che amministravano il santuario e organizzavano ogni anno almeno due importanti carovane che trasportavano merci dal meridione arabo (oasi di Najrān) al settentrione siro-palestinese (centro di Gaza), per giungere in Siria e fino in Arabia orientale. Queste carovane, che raggiungevano a volte la consistenza anche di duemila dromedari e un numero imprecisato di asini, percorrevano il lungo tratto noto come “via del Ḥijāz” in poco più di due mesi, sostando in quelle aree – appunto, come l’area meccana – in cui era possibile far abbeverare bestie e uomini. La tribù dei Quraysh inoltre partecipava a una fiera che si svolgeva a Ukaz, nelle vicinanze di mecca, luogo d’incontro di mercanti provenienti da molte parti dell’Arabia. Per quanto riguarda l’importanza spirituale della città, c’è da segnalare la presenza della Ka’ba, un edificio sacro che si faceva risalire ad Abramo. Inizialmente custodiva la divinità tribale urbana di Hubal; poi, per agevolare la sosta dei carovanieri e dei pellegrini, vennero accolti numerosi altri idoli, venerati dalla maggior parte delle popolazioni arabe peninsulari. Nel 630, subito dopo aver riconquistato la sua città natale, Muhammad pone fine al politeismo meccano, distruggendoli tutti.

È a Mecca che Muhammad trascorre quasi tutta la sua vita. Quando ha circa quarant’anni, in una delle grotte del vicino monte Hira, gli appare l’arcangelo Gabriele, il quale, per mezzo dell’imperativo “iqrāʾ”, ovvero “leggi!” (dal verbo arabo qaraʾa) – riassunto nell’incipit della Sura 96 del Corano: «Leggi! In nome del tuo Signore che ha creato, / ha creato l’uomo da un grumo di sangue! / Leggi, ché il tuo Signore è il Generosissimo, / Colui che ha insegnato l’uso del calamo, / ha insegnato all’uomo quello che non sapeva» – inaugura la successione delle rivelazioni di Allah.

Yathrib, o Medina (arabo: المدينة المنوّرة‎, al-Madīna al-munawwara, “La città illuminatissima”) è una città dell’attuale regione saudita del Hijāz, nella Penisola araba. Sorge in un’oasi, ed è nota fin dai tempi più antichi, quando ancora si chiamava Yathrib (arabo: يثرب‎) – toponimo che compare già nelle Cronache assire del IX secolo a.C. – o come Yatrippa – che figura nelle opere geografiche romane, specialmente redatte dopo la spedizione nella penisola araba condotta all’epoca dell’imperatore Augusto dal prefetto Elio Gallo, che riuscì a penetrare (senza però poterli assoggettare) nel regno degli Homerites (Himyariti) che governavano le ambite regioni meridionali da dove giungeva il prezioso incenso.

Secondo alcune affidabili ricostruzioni storiche, la città-oasi fu a lungo dominata da tribù ebraiche (secondo alcuni, ebraizzate): i Banū Naḍīr, i Banū Qurayẓa e i Banū Qaynuqāʿ, le quali con l’andar del tempo dovettero cedere spazio politico all’elemento arabo che, inurbandosi, ha lentamente modificato a proprio vantaggio gli equilibri demografici di Yathrib.

La grande Moschea di Medina con la tomba del Profeta (incisione del XIX secolo)

All’epoca di Muhammad, negli ultimi decenni del VI secolo, la città è ormai dominata da una decina di clan idolatri, che però si dedicano principalmente all’agricoltura. Tra questi, i clan di Aws e di Khazraj sono i più potenti. In breve, la volontà di supremazia scatena lotte e vendette in cui, pare, abbiano la peggio proprio i clan ebraici. Si addiviene allora all’elaborazione di un progetto confederativo che avrebbe dovuto garantito agli ebrei locali la prosecuzione delle tradizionali attività produttive e artigianali (basate su complesse tecniche metallurgiche) e alle già citate tribù arabe dei Banū Khazraj e dei Banū Aws di permanere in città senza doversi scontrare più con le comunità ebraiche autoctone. Ma l’eterogeneità etnica e religiosa di Yathrib persiste e si inasprisce. Le tensioni si accrescono, raggiungendo l’acme nel 620, nella cosiddetta “giornata di Buʿāth” (yawm Buʿāth), allorché perdono la vita numerosi medinesi di entrambe le fazioni. L’episodio, particolarmente sentito, induce alcuni abitanti della città a contattare, in veste di arbitro (ḥākam), Muhammad, delle cui doti di saggezza e mitezza, nonostante tutto, già si parlava molto bene. (Il ricorso a un meccano, perciò a uno straniero, per risolvere tensioni interne presuppone se non la fama perlomeno il credito di cui Muhammed già doveva evidentemente godere. È probabile che si fosse venuti a conoscenza diretta di lui in una di quelle fiere che si tenevano in area meccana in cui erano coinvolti, appunto, abitanti di Yathrib e meccani).

Il trasferimento di Muhammad e dei suoi fedeli a Yathrib si realizza due anni dopo, e forse a prescindere dalla chiamata di quei cittadini di Yathrib – invero allorché a lui e ai suoi seguaci gli era divenuto impossibile continuare a vivere a Mecca. Il 16 luglio 622 segna una data “storica”: l’inizio dell’“Egira” – la migrazione – e l’inizio di una nuova era, quella islamica. La stessa Yathrib viene ribattezzata Madīnat al-Nabī, “la città del Profeta”: Medina, appunto.

È a Medina che si costituisce, secondo la Tradizione, la prima comunità musulmana (Umma), ed è a Medina che si prenderanno tutte quelle decisioni politiche che andranno a formare l’impalcatura del modello di organizzazione islamico [1]. È ancora a Medina che Muhammad vive il suo periodo più tranquillo, arrivando a sposare (forse) fino a 15 mogli.

Ma ora si torni indietro, per seguire più da vicino le sue vicende biografiche.

c. Le vicende biografiche di Muhammad e la nascita dell’Islam

Muhammad nasce nel 570 a Mecca. Appartiene al clan Hashim, della tribù dei Quraysh. Rimasto orfano in giovane età, viene allevato da uno zio paterno, Abu Talib – che era capo stimato del clan. Ancor giovane, Muhammad entra nel mondo del culto e del commercio: gestisce attività carovaniere, e acquista grande stima presso i membri della sua tribù. Sposa Khadija, una vedova benestante più anziana di lui di alcuni anni.

Ma ben presto comincia ad avvertire l’esigenza della meditazione, appartandosi in luoghi isolati. In una di quelle grotte in cui si ritirava, gli appare l’arcangelo Gabriele, che gli rivela il messaggio di Dio. Inizialmente è scosso, dice di essere completamente avvinto da quelle voci, a cui non non riesce ad opporre alcuna volontà. Dice di sudare freddo quando gli compare Gabriele, e di cadere a terra come in estasi. Si confida di ciò con la moglie, con gli amici più stretti. E comincia a rivelare il contenuto dei messaggi divini a chi si mostra più comprensivo e disponibile. Qualcuno gli crede, altri no. Sicuramente crede in lui Khadija, che lo sostiene e lo conforta più di ogni altro. Qualcuno già si appresta a mettere per iscritto le rivelazioni; mentre altri gli si oppongono decisamente. Alcuni qurayshiti scorgono nell’unicità di Dio e nel Giudizio Universale una seria minaccia agli equilibri già di per se stessi precari del politeismo meccano. Qualcuno teme di mettere a repentaglio le proprie sostanze patrimoniali; altri, più semplicemente, temono l’insorgere di una “crisi spirituale”. Ma altri ancora, come Ali, figlio di Abi Talib, e S’ad ibn Abi Waqqas (forse un congiunto della madre), rimangono assai impressionati da ciò che ben presto ritengono essere davvero un fatto straordinario. Particolarmente degni di nota sono Abu Bakr, mercante di un clan affine, Talha ibn ‘Ubayd Allah e Uthman ibn Affan, ricchissimo mercante del potente clan Umayya (che poi sposa due delle figlie di Muhammad: Ruqayya e, dopo la morte di questa, Umm Kulthum). Chi vede in Muhammad la minaccia alla “fede dei padri” e ai propri possedimenti, reagisce, dapprima ridicolizzandolo, poi in maniera più violenta. In breve, il clan Hashim viene boicottato e isolato dagli altri clan. Molti seguaci di Muhammad, vittime di persecuzioni e di violenze, cercano di salvarsi lasciando Mecca. La situazione, poi, per Muhammad si deteriora quando muoiono Khadija e Abu Talib, persone che, oltre a essere suoi riferimenti affettivi, gli avevano anche fornito un sostegno economico e sociale. Si rende conto che la maggior parte dei Quraysh gli è estremamente ostile, che rischia persino la vita, tanto più in quanto proprio non demorde dal diffondere quel messaggio divino che avverte sempre più impellente e che via via si va facendo sempre più chiaro nella sua impostazione monoteistica e riformatrice. Sceglie allora di predicare il suo messaggio nelle fiere stagionali, fuori Mecca. Ma non si può dire che riesca a riscuotere maggior successo: nel 619, da Ta’if, città a 100 km da Mecca, viene seccamente respinto.

La situazione entra in stallo, finché non si accorgono di lui alcuni abitanti di Yathrib, che gli propongono di trasferirsi nella loro città, dilaniata da lotte intestine tra comunità ebraiche e gruppi idolatrici. Poco dopo, Muhammad e i suoi seguaci, sospinti dal vento della persecuzione e dalla speranza di trovare rifugio e accoglienza presso Yathrib, decidono di emigrare. Giungono a Yathrib, che assume il nome di Madīnat al-Nabī – come a significarne un nuovo corso. Qui, i Muhajirun (gli “emigranti”) stringono un patto (di accoglienza) presumibilmente con chi li aveva voluti e con chi ora confida in loro (cosiddetti Ansar, gli “ausiliari”); mentre, sin da subito, si rivela difficoltosa la sintonia con gli altri, con quegli ebrei e con quegli idolatri più diffidenti nei loro confronti. Forse tra i più diffidenti vi erano proprio gli idolatri, ai quali era richiesto di confrontarsi con la fede monoteistica dei nuovi arrivati. Invece, le relazioni che si stabiliscono con gli ebrei, appaiono alquanto alternanti: dapprima, forse, dovevano aver accolto i nuovi arrivati, i quali, come loro, dicevano di credere in un’unica divinità; ma poi, probabilmente perché sentono minacciata la propria condizione economica e la propria posizione di potere all’interno della società, rendendosi peraltro conto che il proprio monoteismo non ha tante affinità con quello professato da Muhammad, se ne allontanano [2].

d. Il Documento della umma [3]

Questo è un documento del profeta (al-nabi) Muhammad, tra i Credenti e i musulmani dei Quraysh e Yathrib e coloro che ne sono seguaci e si sono uniti a loro e combattono al loro fianco. Certamente sono una comunità (umma) che esclude le altre popolazioni.

I Muhajirun dei Quraysh continuano a farsi carico dei loro affari […].
I Banu ‘Aws continuano a farsi carico dei loro affari […].
I Banu al-Harith continuano a farsi carico dei loro affari […].
I Banu Sa’ida continuano a farsi carico dei loro affari […].
I Banu Jusham continuano a farsi carico dei loro affari […].
I Banu al-Najjar continuano a farsi carico dei loro affari […].
I Banu ‘Amr ibn ‘Awf continuano a farsi carico dei loro affari […].
I Banu al-Nabit continuano a farsi carico dei loro affari […].
I Banu al-Aws continuano a farsi carico dei loro affari […].
[…].
[…].
[…].
[…].
La protezione di Dio è una per tutti; l’infimo di loro [dei Credenti] può garantire la protezione [al profano] che è vincolante per tutti loro.
I Credenti sono alleati (mawali) tra loro, con l’esclusione delle altre popolazioni.
Chiunque tra gli ebrei ci segua avrà assistenza e trattamento equo. Non saranno oppressi, né [qualcuno di noi] si coalizzerà contro di loro.
La pace dei Credenti è indivisibile. Nessun Credente farà pace [separata] escludendo [un altro] Credente che combatte sulla via di Dio, se non su un piano di equità e giustizia tra loro.
[…].
I Credenti devono vendicare il sangue versato da un altro [Credente] sulla via di Dio.
[…].
Nessun politeista (mushrik) garantirà protezione alla proprietà appartenente ai Quraysh, né a chicchessia; né s’intrometterà contro un Credente.
Chiunque uccida un Credente senza valido motivo, [l’omicidio trovando giustificazione] in base a prova evidente, sia ucciso per vendetta […].
Non è ammissibile che il Credente che afferma [la validità] di questo trattato (sahifa) e crede in Dio e nel Giudizio Universale presti aiuto a un peccatore [omicida?] o gli offra rifugio. […] cali la maledizione di Dio […]; e né suo pentimento o riscatto sarà accettato.
Su qualsiasi questione sarete in disaccordo dovrete appellarvi a Dio e a Muhammad [per dirimerla].
Gli ebrei pagheranno la [loro] quota con i Credenti, finché saranno impegnati in guerra [gli uni a fianco degli altri].
Gli ebrei dei Banu ‘Awf sono una comunità (umma) con i Credenti; gli ebrei hanno la loro religione/legge (din) e i musulmani hanno la loro religione/legge, i loro clienti (mawali) e le loro persone, ma chiunque si comporti ingiustamente e agisca in modo sleale [o peccaminoso] distrugge solamente se stesso e i propri parenti.
Gli ebrei dei Banu al-Najjar hanno gli stessi [diritti e obblighi] degli ebrei Banu ‘Awf.
[…].
[…].
[…].
[…].
[…].
[…].
[…].
La persona virtuosa si guardi dalla slealtà.
I clienti (mawali) dei Tha’laba sono da considerarsi esattamente come loro.
Chi è strettamente associato agli ebrei è come loro.
Nessuno di loro può uscire [da Yathrib? o dalla umma? o andare in guerra?] senza permesso di Muhammad.
A nessuno deve essere impedita la vendetta per una ferita subita].
Chiunque assassini [qualcuno], assassina se stesso e i propri parenti, a meno che [la vittima] sia qualcuno che ha agito in maniera sleale, perché Dio sostiene [la parte] più virtuosa in questo [?].
Gli ebrei devono la loro [quota di] spese, e i musulmani devono la loro [quota] di spese.
Tra loro c’è [mutuo] soccorso contro chiunque dichiari guerra contro la gente di questo trattato (sahifa).
Tra loro c’è franco consiglio e parere.
La persona virtuosa si guarda dalla slealtà.
Un uomo non deve tradire il suo alleato, e si deve assistenza alla persona che ha subito torto.
Il centro (jawf) di Yathrib è inviolabile (o un’area sacra) per il popolo di questo trattato.
La persona protetta (jar) è come se stessi, né le si deve recare danno né deve agire slealmente.
Non si può fornire protezione a una donna senza il permesso della sua famiglia.
Qualsiasi offesa o discordia possa verificarsi in seno alla gente di questo trattato, dalle quali potrebbero generarsi agitazioni, ci si dovrà rimettere a Dio e a Muhammad.
Dio sostiene qualsiasi cosa sia più virtuosa e retta in questo trattato.
Nessuna protezione sarà estesa ai Quraysh, né a chiunque li assista.
Tra loro [tra le parti del trattato] c’è [mutuo] soccorso contro chiunque attacchi Yathrib.
Quando saranno chiamati a stipulare e a rispettare una tregua (suhl), la stipuleranno e la rispetteranno; e quando chiameranno [altri] a fare la stessa cosa, i Credenti saranno obbligati a farlo, salvo scendano in guerra per motivi di religione/legge.
[…].
Gli ebrei degli al-Aws, i loro clienti e loro stessi, sono sullo stesso piano del popolo di questo trattato, con la profonda lealtà del popolo di questo trattato.
La persona virtuosa si guarda dalla slealtà.
[…].
Dio sostiene ciò che di più vero e di più giusto è [contenuto] in questo trattato.
Questo trattato non offre alcuna protezione a chi agisce in maniera ingiusta o sleale.
Chiunque esca è al sicuro, e chiunque rimanga è al sicuro in città [oppure: a Medina], salvo chiunque agisca in maniera ingiusta o sleale.
Dio protegge chiunque è retto e giusto, e Muhammad è l’apostolo (rasul) di Dio.
I più meritevoli di quelli che [sono] in questo trattato sono i sinceramente virtuosi.

e. Il soggiorno medinese di Muhammad

Il Documento della umma (detto anche Costituzione di Medina) stabilisce le linee guida della collaborazione tra i vari gruppi presenti a Medina, all’insegna di alcune importanti prescrizioni etico-giuridiche a sfondo religioso.

Secondo la tradizione, non appena giungono in città, Muhammad e i suoi seguaci si prodigano a delimitare uno spazio per la preghiera collettiva. Un tale spazio, evidentemente di ampie dimensioni, doveva costituire un “luogo sacro di prosternazione”, adatto a uniformare il credo e a garantire una certa unità nei fedeli. Si tratta della Masjid, da cui “moschea” [4]. È probabile che almeno originariamente vi entravano a pregare un po’ tutti i “Credenti” in un solo Dio, cioè tutti coloro i quali avevano abbandonato il tradizionale culto politeista, gli stessi ebrei e, se vi erano, persino cristiani. Per qualche tempo, si pregava rivolti a Gerusalemme, forse per contemperare le esigenze degli ebrei, forse semplicemente per onorare la città sacra di Gerusalemme, forse per negazione, posto che Mecca era considerata in quel momento una città “peccaminosa” da evitare o al più da convertire, forse perché il monoteismo di Muhammad nasceva sullo sfondo della religiosità ebraica (e forse ebraico-cristiana), innestandosi sulla fede primigenia di Abramo.

Dopo un po’, Muhammad decreta il cambiamento della Qibla in direzione di Mecca, in conformità alle nuove direttive di Allah. Forse gli ebrei ne avevano rivendicato l’appartenenza, nel quadro di un rifiuto a “riformare” il proprio credo, reclamando altresì indipendenza rituale e cultuale dal movimento di Muhammad; ma forse, a prescindere dalla divisione tra ebrei e seguaci di Muhammad, il cambiamento della Qibla verso Mecca stava a significare il delinearsi di un progetto di ritorno a Mecca. Questa sollecita politica di auto isolamento, tuttavia, ancorché obbligata, non giova molto alla comunità di Muhammad, privandola di ogni appoggio, e anzi relegandola ai margini dei già consolidati circuiti commerciali medinesi, di cui erano detentori principalmente le comunità ebraiche. Allora, Muhammad, spinto dalla disperazione, invia alcuni dei suoi a compiere una razzia (cioè un’imboscata) alle carovane dirette a Mecca. La razzia (di Nakhla) ha successo: il bottino è cospicuo, e viene salutato con grandi entusiasmi. Ciò non poteva evitare l’inasprirsi dei rapporti con i Quraysh meccani. Peraltro, la razzia pare sia stata commessa nel corso di un mese sacro, quando, secondo la tradizione locale, era assolutamente vietato compiere qualsiasi tipo di violenza. Nel 624, si compie, a Badr, una seconda razzia, con conseguente conquista del bottino.

I seguaci di Muhammad si sentono forti, avvertono il favore di Dio, e tentano persino di rovesciare il dominio medinese delle comunità ebraiche. Molto probabilmente è il periodo in cui Muhammad consegue molti consensi, non solo perché si accresce la prosperità sua e dei suoi seguaci, ma anche perché la sua “dottrina” si definisce in modo sempre più chiaro; forse, tra gli stessi idolatri c’è chi sceglie sinceramente di convertitisi. Sicuramente, sia idolatri sia seguaci di Muhammad si persuadono dei vantaggi che un’alleanza (ovviamente da un punto di vista unicamente “militare” ed economico) può procurare reciprocamente loro, pur di concorrere a indebolire il dominio ebraico. Nel quadro di questo avanzamento e di questo ampliamento in funzione antiebraica, si narra l’episodio di un capo ebreo ucciso dai seguaci di Muhammad poiché, pare, aveva sbeffeggiato il Profeta. Segno di un clima di tensione assai precario. Il clan ebraico Qaynuqa’ viene assediato, sconfitto e allontanato dalla città.

Nel frattempo i Meccani e in particolare il clan degli Umayya, con a capo Abu Sufyan della tribù quaryshita, meditano vendetta: mettono in piedi un’alleanza con le comunità nomadi dell’area meccana, e si apprestano a sferrare un attacco a Medina – e, si noti, a Medina nel suo complesso. Ma a questo punto è chiaro: l’alleanza di Muhammed con gli idolatri medinesi e con gli stessi ebrei della città appare essere una scelta obbligata per difendere tutti insieme Medina. La battaglia si svolge, nel 625, a Uhud: le forze di Muhammad sono sconfitte e lo stesso Muhammad è ferito. Ma i Meccani si sfaldano proprio alla vigilia della vittoria finale, dando modo al Profeta di reintegrare le forze e meditare una controffensiva. Si cercano allora alleanze più consistenti tra le tribù nomadi dell’area medinese; mentre, quelle comunità refrattarie ad ogni accordo con Muhammad, irreprensibili sotto il profilo della fede e paladine della loro posizione economica – comunità ebraiche più che idolatriche – subiscono la reazione di Muhammad. Nel quadro di questo inasprirsi delle ostilità interne, anche il clan ebraico dei Nadir è costretto all’esilio.

I Quraysh, dal canto loro, dopo aver trovato nuove alleanze soprattutto con nomadi esperti nell’arte militare della cavalleria, si apprestano a sferrare il loro attacco. Muhammad fa scavare un fossato intorno alla città, una specie di trincea con finalità difensiviste. Poi, nel maggio 627, si combatte la battaglia (nota con il nome di “Battaglia del fossato”). I Quraysh sono spiazzati, si rendono ben presto conto di essere dinanzi a un baluardo insuperabile. La città è sotto assedio, e non si trovano brecce di alcun tipo. Il conflitto non dà risultati, né da una parte né dall’altra. Sono indubbiamente settimane difficili per tutti, vissute nella confusione più totale e nel timore perenne di perdere la vita. Ma alla fine i Quraysh decidono la ritirata.

Muhammad aveva incoraggiato le solite (e ora più decisive) alleanze con gli ebrei della città, ma è probabile che già più di un abitante si sia dovuto persuadere che si vivesse meglio quando si viveva peggio e che la venuta del Profeta si sia rivelata un bel guaio per tutti… Ad ogni modo, a pagarne le spese era stata ancora un’altra delle tradizionali comunità di ebrei locali.

Cosa sia successo veramente in quei giorni ai Qurayza non è possibile stabilirlo con certezza. Secondo lo storico Fred. M. Donner, i Qurayza sono «accusati di combutta con i meccani durante l’assedio della città. I seguaci di Muhammad accerchiarono i quartieri fortificati dei Qurayza che, con la resa, accettarono di essere giudicati da un loro ex alleato passato dalla parte di Muhammad. La sentenza fu tremenda: sterminio dei maschi adulti e riduzione in schiavitù di donne e bambini» [5].

L’anno dopo, di giugno, secondo le fonti tradizionali, Muhammad marcia con un largo seguito di uomini disarmati verso Mecca, con l’intenzione di compiere l’Umra, il pellegrinaggio minore presso la Ka’ba. I Quraysh non sono disposti a farlo entrare in città. Lo intercettano presso la località di Hudaybiyya, ai confini del territorio sacro di Mecca, e lo bloccano. Qui, le parti stipulano un patto: si decide anzitutto una tregua decennale, poi ci si accorda sulla possibilità per Muhammad e i suoi di ritornare liberamente l’anno seguente a Mecca per compiere l’Umra, accettando stavolta di ritornarsene a Medina.

Per qualche tempo l’accordo funziona. E Muhammad può concentrare la sua attenzione in direzione di altre necessità. Continua la sua politica antiebraica. A farne le spese stavolta è l’oasi ebraica di Khaybar (alleata fondamentale di Mecca ma non esplicitamente protetta da patto di tregua). Agli abitanti è consentito continuare a coltivare le grandi piantagioni di palme da datteri, salvo consegnare a Muhammad parte dei raccolti. Altre spedizioni puntano in direzione della Siria meridionale, ma non hanno successo: le forze bizantine, meglio equipaggiate, sono in grado di respingere le truppe guidate da Zayd ibn Haritha, che rimane ucciso negli scontri.

Nell’estate 629, Muhammad e i suoi seguaci, come stabilito l’anno prima, si apprestano a compiere l’Umra. È anche l’anno in cui molti credenti rifugiatasi in Abissinia al tempo delle persecuzioni meccane, si ricongiungono con la loro Guida a Medina, rafforzandone la comunità. Poi, l’agosto 630, la svolta. Muhammad raduna una grande forza armata (secondo la tradizione di 10.000 uomini, compresi 2.000 alleati nomadi) e marcia su Mecca. Rompeva così i termini del patto, ma rilevava che i primi ad averlo violato erano stati proprio i qurayshiti.

La battaglia che ne consegue volge in breve tempo tutta in favore del suo esercito. Mecca è riconquistata.

Muhammad fa subito rimuovere dal terreno sacro della ka’ba gli idoli pagani, purificandolo in vista del futuro ruolo di centro di devozione monoteistica [6]. Muhammad dà altresì prova di saggezza e intelligenza politica: chiede la conversione al monoteismo dei meccani (perlomeno ai meccani non irriducibili), concedendo loro in cambio di entrare a far parte del suo entourage, conferendo ai suoi vecchi nemici cariche anche molto importanti.

Dopo Mecca, capitola Ta’if. Molte tribù nomadi si recano da lui, indiscusso capo di tutta l’Arabia occidentale, per offrirgli lealtà – suggellata dalla conversione al monoteismo. Sempre nello stesso anno, poi, Muhammad ordina una spedizione militare nel lontano nord, contro la città di Tabuk. Ne derivano cospicui bottini che permettono a Muhammad di “comprare” l’alleanza anche dei suoi più irriducibili nemici, come Abu Sufyan (e i suoi due figli, Mu’awiya e Yazid). Abu Sufyan riceve allora una carica anche piuttosto prestigiosa da Muhammad, cosa che fa storcere il naso a più di un seguace originario.

L’accresciuta forza politica e militare consentono a Muhammad di far a meno di tutte quelle alleanze strategiche intessute con gli idolatri politeisti al solo scopo di accrescere le file del suo esercito, gente che di convertirsi non ne aveva sentito il bisogno. A essi ora è consentito di optare per la conversione al monoteismo oppure opporsi a una lotta senza quartiere [7].

Il 10 marzo 632, il Profeta compie il suo pellegrinaggio maggiore (Hajj) a Mecca, poi rientra a Medina. A novembre si ammala e, senza disporre alcunché di specifico riguardo la successione, muore reclinando il capo nel grembo dell’amatissima e prediletta moglie A’isha. Conformemente alla costumanza locale, è seppellito sotto il pavimento.

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[1] Per questo Medina è considerata unanimemente la seconda città santa dell’Islam. Malgrado l’ostilità delle autorità saudite, Medina è ancor oggi oggetto di pie visite, con la cosiddetta ziyāra, da parte di pellegrini che vogliono rendere omaggio alla tomba del Profeta e a quella dei suoi due successori, inumati in quella che è da tempo chiamata la Moschea del Profeta. La visita avviene nel corso della ʿumra, il pellegrinaggio islamico non obbligatorio che si può compiere in tutti i mesi lunari non riservati al pellegrinaggio canonico (hajj).

[2] Le vicende appena menzionate aprono alcune importanti questioni: 1. chi erano quegli abitanti di Yathrib che avevano contattato Muhammad, richiedendone l’intervento risolutore?; 2. costoro avevano previsto l’arrivo in massa dei seguaci di Muhammad e uno stravolgimento del tessuto socio-economico e religioso?; 3. cosa ne pensarono le comunità ebraiche meno diffidenti? Al di là di ciò, la Tradizione insiste nel collocare a Medina la fondazione di una comunità indipendente (umma) composta da seguaci di Muhammad e da chi sceglie di convertirsi al suo messaggio, aderendo alla sua proposta riformatrice.

[3] Cfr. Fred M. Donner, Maometto e le origini dell’islam, Einaudi, Torino 2011.

[4] La parola giunge all’italiano passando dall’arabo allo spagnolo mezquita, per poi transitare per il francese mosquée.

[5] M. Donner, cit., p. 49. Si è qui preferito citare Donner a titolo di mero esempio, non perché si ritenga efficace e veritiera la descrizione dell’evento; al contrario, la si cita per le problematicità che cela. L’autore, un importante e stimato storico, che insegna Storia del Vicino Oriente all’Università di Chicago dal 1982, liquida la questione in poche superficiali e incoerenti righe. Allora perché citarlo? Il fine è quello di porre un problema di carattere più generale sulla “veridicità” e sul significato che certi episodi rivestono o finiscono per rivestire sia per gli storici sia per la tradizione. Si tratterà di analizzare e soppesare le parole di Donner, al fine di comprendere meglio cosa significa “ricostruzione storica”, altresì delineando i criteri obiettivi dell’approccio seguito in queste pagine. Orbene, si dice che i Qurayza sono “accusati di combutta”, cioè, accusati di tradimento. Non si dice in cosa si sia concretizzato questo tradimento e cosa esso ha eventualmente comportato. Si aggiunge che i seguaci di Muhammad hanno accerchiato i quartieri in cui risiedevano i Qurayza, ma non si capisce se Muhammad stesso sia stato interpellato oppure no. È possibile che Muhammad stesso abbia inviato i suoi contro i Qurayza, ma in tal caso occorrerebbe chiarire come Muhammad abbia saputo del tradimento degli ebrei. Ad ogni modo, non si può escludere a priori che i seguaci di Muhammad hanno di loro iniziativa accerchiato il quartiere dei Qurayza. Resta comunque da stabilire la gravità della loro colpa, e soprattutto le ragioni della loro colpa. Leggendo il brano, evidentemente, semplificativo, si è portati a soprassedere a tali approfondimenti, ma senza tali approfondimenti, sia ben chiaro, la vicenda appare falsata e stereotipata. La tradizione, in genere, mitizza tali episodi, volgendoli a proprio favore, e pertanto, se anche da essa fossero stati particolarmente approfonditi, sottrae loro vitalità – insomma, sottrae “storicità” ad essi. La tradizione può essere un riferimento, ma non è la fonte assoluta della verità. Ma d’altro canto una ricostruzione storica senza approfondimenti e senza articolazioni non può dirsi essa stessa storica. Un fatto è sempre il risultato di una rete complessa di vicende, di cause e concause, qualcosa che per sua natura sfugge, che non è possibile “definire”. Ma qualcosa è indubbiamente successo in quei giorni a Medina. Qualcosa di importante, di diceva. C’è un’accusa. Rivolta da chi? Sulla base di quali prove? Lo storico deve produrre delle prove se sostiene che vi sia stato un seguace di Muhammad (e chi, poi?) a rivolgere l’accusa. E deve produrre delle prove per sostenere che costui avrebbe accusato gli ebrei secondo quella o quell’altra motivazione. C’è forse un atto di accusa a cui lo storico possa riferirsi? Se no, si rimane nell’incertezza. Ma ciò non significa che la questione è chiusa e chiarita! Anzi. Poi, si dice che i Qurayza “con la resa, accettarono di essere giudicati da un loro ex alleato passato dalla parte di Muhammad”. È evidente che, se accettarono, significa che qualcuno glielo propose – o persino glielo impose. Ebbene, chi? Un seguace di Muhammad? Un gruppo di seguaci di Muhammad? E Muhammad, dal canto suo, che fece? Accettò passivamente che altri proponevano (o imponevano) agli ebrei di farsi giudicare da un loro stesso ex alleato? O è stato lui stesso a decidere? Ad ogni modo, perché si fa ricorso a questa persona? Perché ci si fidava tanto di lui? Che ruolo rivestiva? Ma soprattutto: non era stato lui stesso un traditore posto che era passato tra le file di Muhammad? D’altronde bisognerebbe stabilire cosa s’intenda per “essere giudicati”. Invero, costui è giudice o semplice accusatore? Si può pensare a lui come giudice; ma, in tal caso, come mai Muhammad, il quale, non lo si dimentichi, è capo della comunità musulmana (ove per “musulmana” s’intenda l’insieme di emigranti e di convertiti medinesi) accetta che a giudicare sia quella persona e non lui? Se d’altro canto quella persona è solo l’accusatore, c’è da chiedersi chi è il giudice? È probabile che il giudice sia stato proprio Muhammad. E non è da escludere che vi sia stato un vero e proprio processo nei confronti dei Qurayza. Non è da escludere, ma non è nemmeno da includere. Bisognerà, come sempre, provarlo. Ad ogni modo, se il giudice è Muhammad, è Muhammad a emettere sentenza e a ordinarne l’esecuzione. Non si dovrebbe altresì pensare a una sentenza dispotica di Muhammad. Si dovrebbe più correttamente pensare ad un processo tenutosi in conformità degli usi e delle leggi in vigore in quel periodo a Medina. E se il reato di tradimento era punito con la morte, c’è poco da indignarsi, perché la pena di morte è per l’appunto una pena, che tuttora esiste, e persiste persino negli ordinamenti giuridici di stati sedicenti democratici e civili. Infine si rileva: “la sentenza fu tremenda: sterminio dei maschi adulti e riduzione in schiavitù di donne e bambini”. Ora, caricare la frase di “aggettivi” e “sostantivi” così negativi come “tremenda”, “sterminio”, “riduzione in schiavitù”, indice a catalogare la sentenza come sentenza “barbara” e “disumana”. Vi è più di un dubbio in merito. Se c’è stato “sterminio”, c’è stata “strage” di grave entità. Qualche storico parla di 500, 700 esecuzioni – in tal caso sarebbe stato sicuramente uno sterminio (come sinonimo di strage, e si pensi alla strage degli innocenti). Tuttavia, possibile che 500 (e 700) persone siano state tutte egualmente responsabili? possibile che abbiano tutte allo stesso modo tradito Muhammad e contravvenuto al patto stipulato – oralmente? – con lui? Al processo si è provata la responsabilità individuale di ciascuno di loro? E quanto è durato questo processo? Se realmente sono state condannate a morte 500 (e 700) persone e c’è effettivamente stato un processo nel corso del quale ognuno ha portato, presumibilmente, prove a sua discolpa (per non essere condannato a morte), si deve immaginare un processo tutt’altro che breve! Eppure, se si parla di “sterminio”, si induce a credere che non vi sia stato proprio un processo del genere. Che bisogno c’era di fare un processo se la prova di colpevolezza è per così dire “già di per se stessa evidente”? Allora, se la parola “sterminio” è fondata, la vicenda si colora di tinte fosche. Muhammad si è lasciato sfuggire di mano la situazione? Oltretutto, se sono stati sterminati è perché sono stati giudicati colpevoli al di là di ogni presumibile accertamento di responsabilità individuale; cioè, sono stati trucidati non in quanto traditori ma in quanto ebrei. Allora la parola “sterminio” andrebbe più che bene. Se invece non sono stati “sterminati”, e la notizia delle 500 o delle 700 morti è falsa, si deve immaginare un processo nel quale prendono parte solo alcune persone: quelli che hanno effettivamente tradito. Accertata la loro colpevolezza, si è proceduto alla loro esecuzione. Che tipo di esecuzione? Qualcuno ha parlato di decapitazione. Ma qual è la prova? È possibile provare che la pena per i colpevoli era ed è stata effettivamente quella dell’esilio? Sarebbe difficilmente provabile, specie se gli esiliati comprendevano uno sparuto numero di persone. Un esilio di massa sarebbe stato più facilmente documentato e provato. È chiaro che le difficoltà non devono scoraggiare lo storico, se vuole realmente capire la dinamica di certe vicende. Invece, pare proprio che Donner si sia rifatto più comodamente a una ricostruzione stereotipata: sterminio e riduzione in schiavitù.

[6] Secondo la tradizione musulmana, la Ka’ba era stata creata da Abramo quale santuario dell’unico Dio. Col ripristino della funzione originaria, l’azione di Muhammad si scopre nella sua natura più “restaurativa” che riformatrice.

[7] Cfr., Cor. 9: I – 16.

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