Matsuo Bashō e il linguaggio del cuore

Con le parole parliamo alle cose, alle persone, agli animali, alle forze straordinarie del cosmo. Ma se usiamo un linguaggio crudo, insensibile, distante e sprezzante niente e nessuno ci può rispondere.

E siamo sempre più soli.

Il linguaggio del cuore illumina tutto, basta far parlare le cose attraverso il giusto vocabolo (=ciò che chiama, che reclama).

Esiste una lingua capace di rasserenare gli animi, di indurli a ragionare, a non cedere alla violenza.

Esiste una lingua capace di arrecare piacere, gioia, felicità a chi ascolta, che faccia venire il desiderio di stare insieme.

Esiste una lingua che rompe il mutismo di chi si sente in soggezione.

È LA LINGUA DELLA PLURALITÀ.

Si donano parole, e parole si ricevono in cambio, senza neppure pretendere che il destinatario risponda; le parole, a dir la verità, non si donano, si condividono. E condividere è più che donare. Quando si condivide qualcosa, sempre qualcosa si perde; la condivisione presuppone un animo disponibile a lasciar andare qualcosa per il prossimo.

Come quando si ama: se si ama davvero si ama senza senso. Allo stesso modo, quando si parla con il cuore si parla senza senso, senza un doppio fine – il fine è quello del parlare, appunto, fine a se stesso.

Ma attenzione! Parlare senza senso – come amore senza senso – non equivale a parlare (e amare) senza alcun significato, privi di energia e di voglia, tanto per fare qualcosa.

Parlare è importante. Ogni volta che si parla si è in contatto con il cosmo, e il cosmo subisce un mutamento a causa della vibrazione prodotta dal dire. Ogni volta ci si rivolge a una forma reale del cosmo, si reclama la presenza del cosmo intero. Quella forma reale riceve e a sua volta trasmette ad altro parte di ciò che ha ricevuto, nel quadro plurale di coesistenze che presuppongono differenze, intrecci e separazioni.

Esistono parole vane, cariche di nozioni, eppure vuote, che non riescono a coinvolgere, ad emozionare, a far presa; avulse dalla realtà e dal vissuto quotidiano, sono parole mentali, che non si rivolgono che a se stesse; parole egocentriche, vischiose, monistiche.

Siamo chiamati a riscoprire e assimilare la parola plurale e diveniente, che vive e lascia vivere; rivolta a qualsiasi cosa presente nel cosmo, vicina e lontana, visibile e invisibile, in continuo ineffabile rapporto alle forze straordinarie del cosmo.

Come imparare il linguaggio del cuore della parola plurale e diveniente?

La scrittura è il mezzo.

La scrittura non è un fine. E chi vive la scrittura come fine tradisce il senso dello scrivere, e quindi la grande letteratura e le arti belle.

La scrittura non solo permette di parlare a chi è lontano, nel tempo e nello spazio, ma anche di consolidare le strutture di una forma mentis, che noi desideriamo sia plurale.

Quindi, praticare la scrittura significa porsi in accordo all’infinità del cosmo plurale.

E trarne gioia.

* * *

Si narra che Matsuo Bashō, in una delle sue celebri partenze, incontri sulla strada un bimbo abbandonato. In pericolo di vita. Piangente.

Caro Matsuo,
come stai?
Sono settimane che non ricevo più notizie. Dov’è diretta la tua anima inquieta? Quali pendii risale, quali terreni scivolosi calpesta, quali giacigli accolgono le tue membra affaticate di viaggio e poesie?
La notte non passa mai. Non c’è ora del giorno dimentica di te. È come se ti fossi trascinato l’aria; e mi manca il respiro, sai. Riversa sulla testiera, mi esercito al lume di candela: il concerto è ormai alle porte. La Sala della Musica sarà gremita di gente. Ho tanta paura, ma so che ce la farò anche stavolta…
… per quale plauso, poi? che gioia può esserci senza di te?
Lo so, lo so che non mi vuoi così; lo so, lo so che ti rende infelice sapermi infelice.
E allora sogno…
Avverto le energie che infondi alle mie braccia… e ripeto a me stessa le tue ultime parole del cuore: «Ogni volta le tue dita premeranno un Fa diesis… amore caro, io sarò vicino a te».

Tua
Anne.

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