L’uomo a una dimensione

In geometria, le rette e le curve sono dette “oggetti a una dimensione”, in quanto riducibili a un solo parametro (ad esempio, una sola coordinata, che misura la distanza da un punto posto come origine). Analogicamente, si definisce “uomo a una dimensione” l’individuo mediocre e burocratico, destinato a riprodurre lo stesso comportamento.

Così, Herbert Marcuse, nel 1964, denunciava la riduzione unidimensionale della persona umana provocata dal totalitarismo industriale. E invero, nell’epoca dell’automazione della conoscenza, della robotica, delle nanotecnologie e delle biotecnologie, di “un click e avrai la risposta”, di un “dimmi pure e ti risponderò”, sembra che sia tutto appiattito, ove la stessa complessità è percepita come virtuale; allora, pensare è veramente divenuto un danno e un vezzo da scongiurare ad ogni costo.

Nella Next Age del tutto e niente, dell’hic et nunc, dell’aut aut, sembra non abbiamo più bisogno di pensare: preferiamo coltivare lo spirito… delegando ad altri l’uso delle facoltà mentali; e intanto – mentre si fa Yoga da camera tra ori, incensi e birra – nelle stanze del potere si decide silenziosamente del nostro destino; noi raggiungiamo il Satori, e ci sta bene così.

È la sensazione di ben-essere ciò che conta al giorno d’oggi, la convinzione di poter tenere sotto controllo la propria salute, magari illudendosi di pensare positivo, mentre ogni tre secondi muore un bambino – il tempo, insomma, di aver pensato positivo. Evadere dalla realtà, girarsi dall’altro lato, socchiudere le tendine e le palpebre dinanzi alle forze del male, non sporcarsi le mani negli affari altrui, tanto non succederà mai a me, è sempre stato lo sport prediletto degli adulti a una dimensione. Per quanto ne pensi Kant, se uscire dallo stato di minorità significa confidare unicamente nelle capacità del proprio cervello, disinteressandosi di quello altrui, attingendovi semmai solo eccezionalmente, in un contesto che mentre privilegia l’autonomia, l’autosufficienza e l’autodeterminazione, incoraggia il solipsismo, l’individualismo e l’egocentrismo, allora, davvero, converrebbe tornare bambini. I bambini non fanno calcoli, non escogitano marchingegni per sottomettere gli altri, non disputano per idee, fedi e convinzioni; certo litigano, piangono e sbraitano, ma non si trattano gli uni con gli altri come mezzi per fini.

Nel mondo degli adulti, gli altri – o altri di altri – sembra assumano funzione suppletiva, di tappabuchi. Nelle comunicazioni virtuali di Facebook, nelle chat notturne e negli sms illimitati, si smarrisce completamente il senso della socialità e della convivialità. Prende il sopravvento una grammatica della valutazione e del giudizio, a discapito della gentilezza, del rispetto, dell’empatia, della collaborazione e della solidarietà.

Però, che lagna! Stiamo ancora qui a rammentare l’imperativo categorico kantiano che esige da noi, soggetti-non-pensanti, di agire in modo da trattare l’umanità, tanto nella tua persona quanto nella persona di ogni altro, sempre nello stesso tempo come un fine, e mai unicamente[1] come un mezzo. La democrazia garantisce libero pensiero; le costituzioni sbandierano ai quattro venti eguaglianza e libertà; e quando si tratta di sborsare fior di quattrini ai professionisti del sapere, che decidono per noi della nostra salute, della nostra cultura, del nostro futuro, non ci pensiamo due volte – forse, neppure una volta; al mattino consultiamo oroscopi, maghi e direttori, pur di affrancarci dall’impiccio di pensare. C’è Wikipedia che risolve tutto, non vi fate problemi, non fate soffrire la testa – si ripete alla fermata del tram. E non sono leggende metropolitane.

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[1] L’avverbio non dovrebbe sorprendere. Nulla vieta a chi agisca moralmente di rapportarsi a sé e agli altri anche come mezzi – per esempio quando un datore si serve dei suoi dipendenti per portare a termine un lavoro – ma esclude che questo possa essere il motivo determinante dell’azione.

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