L’unicità impossibile di un granello di sabbia – Parte prima

Oggi è una giornata di sole. Perché non vi recate in spiaggia invece di starvene pieghi a leggere sul tablet? Dite di no? Che non c’è il sole? Può darsi, il mio “oggi” non corrisponde al vostro “ora”; e sebbene mi appassioni la prospettiva del contrario, non ho intenzione di contraddirvi.

Ed eccovi là, sudati e sorridenti; camminate a piedi scalzi sulla battigia, godendovi il paesaggio albino, tra un’infinità di granelli di sabbia. Vi chinate a prenderne uno – DIRESTE MAI CHE È UNICO? … – e un altro ancora, riponendo entrambi sul palmo della mano arcuata.

Osservate con calma. Il tempo lo avete. È lecito supporre che ne esaminiate uno alla volta (l’occhio tende a comprimere lo spazio, inducendo a concentrarsi su ogni singolo elemento che incrocia). Non sapete nulla della composizione chimica della sabbia – a meno che non siate dei chimici, comunque non date importanza – vi piace scrutare le forme ondulate della sabbia, le irregolarità e gli interstizi. Ma non riuscirete a fare lo stesso del granello di sabbia: a occhio nudo, vi è impossibile coglierne tutte le sfumature, le venature e i dettagli: vi sembreranno pressoché identici. Sapete però che quelli che avete in mano sono due, di numero – neppure è stato necessario contare (fare operazioni aritmetiche con poche unità è del tutto naturale). Uguali e separati. Che strano! Fa parte del gioco delle forme: anche su ciò che appare più chiaro ed evidente, prima o poi, insorgeranno dei dubbi: e se uno dei due granelli fosse un insieme di altrettanti e chissà quanti micro-granelli? e se tutt’e due fossero il risultato di un processo di aggregazione di più granelli? e cosa garantisce che siano privi di ogni impurità, che siano cioè sostanzialmente e unicamente dei granelli? Insomma, qualche conto non torna su quei due allegri imbroglioni.

In serata, vi recherete in un laboratorio di chimica – sono sempre al lavoro, anche di domenica, perché in Italia, come in altri Paesi civili, i laboratori e le biblioteche, i musei, le accademie e tutti i luoghi di cultura sono attivi e aperti al pubblico 24 ore su 24. Chapeau! Allora, con l’utilizzo di strumenti elettronici atti a fornirvi immagini ingrandite – stando attenti a non rompere nulla… – proverete a scandagliare la materia. Scoprirete con meraviglia, avendo pazienza e cura di interpretare succulente formule matematiche, che persino un atomo, di cui ogni cosa, e pure quei granelli di sabbia, è composta, presenta una struttura plurale: gli atomi, a differenza di quanto pensasse Democrito, non sono elementi in-divisi e in-divisibili ma forme reali del cosmo costituite da (sub)particelle (per esempio, neutroni, protoni ed elettroni), le quali, peraltro, non si assomigliano affatto per struttura e funzione. Soprattutto, non stanno mai ferme!

Ancora una volta, l’occhio tenderebbe a focalizzarsi su una singola parte. Nel caso degli elettroni, però, gli è praticamente impossibile metterne a fuoco il movimento, le accelerazioni e le fluttuazioni. Non bastano rilevatori di particelle, occorrono modelli matematici esplicativi. L’impresa si fa sempre più ardua. E dentro l’elettrone, cosa c’è? Non ci fate caso… finché qualcuno esperto sconvolge ogni vostra labile certezza, parlandovi di bosoni, neutralini e gravitini, persino di antiparticelle e – udite, udite… – di energia e materia oscura. Chiedete lumi. Presto accontentati: la massa dell’universo è sei volte più grande di ciò che si misura conteggiando direttamente stelle e gas; significa che cinque sesti della massa di ciò che vi ostinate a chiamare universo si trova sotto forma di particelle invisibili. Vi avvertono che c’è qualcuno che lavora giorno e notte per individuarle. Ringraziate e fuggite via.

Due granelli di sabbia possono avere una forma tondeggiante e uno stesso colore, ed essere diversi per tanti altri aspetti. Possono assomigliarsi, secondo aspetto e struttura, essere denotati da un medesimo significato o concetto, eppure, ancora, essere diversi per altri e tanti motivi. Pensiamo anche alle meravigliose composizioni cristalline dei fiocchi di neve, che pensiamo siano tutti uguali, tutti bianchi e belli. Che poesia! Se si osservassero da vicino, mentre discendono dal cielo, e se ne esaminasse la forma, prima che l’impatto con il suolo li renda irriconoscibili, ci apparirebbero tutti sorprendentemente diversi. O tutti uguali o tutti diversi. È chiaro che i fiocchi di neve sono uguali e diversi. E questo è assolutamente plurale! Il nome (comune) che le designa, quello sì, è uguale; per tutti: fioco di neve. Il colore idem. Più o meno. Ma con riguardo alla forma e alla grandezza non sono certamente uguali. Poi, siamo sicuri che forma e colore siano parti essenziali delle cose? La bellezza, poi… Che non siano proprietà accidentali?

Certo, le imitazioni, le ripetizioni, il raggruppamento, le classificazioni e la stessa civiltà si fondano sul riconoscimento del simile e dell’uguale; il senso di giustizia e di equità nasce dall’ideale dell’eguaglianza; rimuovere diseguaglianze vistose e promuovere una più adeguata distribuzione della ricchezza è tra i compiti di uno stato sociale democratico e pluralista. Se però l’uguale prende il sopravvento, tutte le differenze, la varietà e ciò che risiede nelle “profondità” dell’essere perdono di colpo spessore e valore; e ciò che caratterizza la specificità delle forme reali del cosmo – vale a dire, il loro essere diveniente e plurale – passa in secondo piano o viene del tutto dimenticato. È la concretezza del cosmo che viene dimenticata. E d’altro canto, se si mettesse in rilievo la sola differenza, in modo da istituire una distinzione irriducibile, senza cogliere alcun tratto comune, si rischierebbe, parimenti, di impigliarsi nella trappola impervia dell’unicum. Di certo, la ricerca di tratti comuni non comporta e non esige il superamento della diversità: nonostante la ricorrenza di ripetizioni, di affinità e di analogie, gli elementi cui quei tratti si riferiscono restano esattamente dove, quanti e quali sono.

«La diversità è tanto ampia quanto tutti i toni di voce, tutti i passi, tutti i colpi di tosse, tutte le soffiate di naso, tutti gli starnuti… Tra i frutti si distinguono le uve, e tra queste i moscati, e poi Condrieu, e poi Desargues, e poi il tale innesto. È tutto? Ha mai prodotto due grappoli identici? E un grappo ha due acini uguali?, eccetera. Io non saprei giudicare intorno a una stessa cosa esattamente allo stesso modo. Non posso giudicare della mia opera mentre la faccio; è necessario che faccia come i pittori e che me ne allontani; ma non di troppo. Di quanto dunque? Andatelo a indovinare.»

(Pascal, Pensieri, tr. it. A. Bausola e R. Tapella, Bompiani, Milano 2000, p. 43).

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