Logan (2017) – L’ultimo assalto di Wolverine

Non è così facile trovare un film sui supereroi che riesca a mettere d’accordo tutti, specialmente nell’ultimo decennio che ha visto le due grandi case fumettistiche americane (Marvel e DC Comics) suonarsele al botteghino di santa ragione. Critica e pubblico sono sempre stati sostanzialmente divisi, tranne poche eccezioni (Il cavaliere oscuro, Captain America: the winter soldier).

Logan, da qualche tempo nei cinema di tutto il mondo, è l’ultimo capitolo della trilogia personale del più famoso mutante di Casa Marvel, quel Wolverine che già dalla sua prima apparizione nel film X-Men (2000) aveva fatto saltare sulla poltrona gli appassionati; perché, diciamolo, Hugh Jackman è riuscito più di qualsiasi altro attore a calarsi nelle parti di uno di questi personaggi. Postura, fisicità, mimica facciale, attenzione per i particolari ne hanno subito segnalato la somiglianza con l’originale di carta.

Pur non avendo giovato di due capitoli precedenti all’altezza, che però tutto sommato a me erano piaciuti (X-Men Origins: Wolverine del 2009 e Wolverine, l’immortale del 2013), Jackman torna a sfoderare gli artigli di adamantio in un film che più cupo, sabbioso e disperato non ce n’è.
Il regista James Mangold aggiusta il tiro rispetto al secondo assolo del mutante (quasi) immortale e presenta una regia più simile a un incrocio tra un road movie e un western d’altri tempi e che forse ha qualche debito d’onore verso il mitico Non è un paese per vecchi (2007) dei fratelli Coen.
Grazie a una sceneggiatura che non nasconde più di una strizzatina d’occhio alla saga a fumetti Old Man Logan, questo film si innesta subito su un binario che finora per i comic movie era stato evitato: quello della violenza. E del resto ogni fan che si rispetti si era sempre chiesto come mai il più aggressivo e sanguinario “eroe” della Marvel fosse apparso al cinema sempre un po’ troppo politically correct. Bene, in questo film di sangue e violenza ce n’è in abbondanza, ma non fine a sé stessa, perché serve comunque a raccontare la storia dell’ultimo cammino di Logan.
Per dirla con Stephen King: se serve a raccontarmi una storia, non temere di infastidirmi. Impressionami.

Logan è un film che colpisce per realismo (detto per un cinecomic sembra un’assurdità) e per profondità. Non ci sono le smaglianti tute aderenti, non ci sono bei sentimenti sfavillanti, non ci sono i buoni che vincono e i cattivi che perdono, perché in un certo modo tutti ne escono sconfitti, ridimensionati, schiacciati da una realtà polverosa da vecchia storia della frontiera.

Siamo nel 2029. I Mutanti hanno perso e uno dei pochi sopravvissuti è proprio lui. Ha ancora lo scheletro di metallo indistruttibile, ma ha perso buona parte della sua capacità rigenerativa. Fa l’autista, tra alcool e farmaci, e il badante al suo invecchiato mentore, quel Charles Xavier che una malattia cerebrale degenerativa ha reso pericolosissimo per tutti (un Patrick Stewart eccezionale): il Professor X che voleva il bene di tutti per tutti ora è un vecchio malato, scorbutico e volgare che non è capace di controllare il suo devastante potere telepatico.
Logan lo tiene rinchiuso e sotto farmaci per non rischiare un altro disastro (che è successo, ma che nel film viene solo accennato) e tenta di racimolare più denaro possibile per andarsene dal Texas verso il Messico. Insieme a loro un altro mutante, Calibano, intollerante alla luce del sole e che ha la capacità di poter rintracciare altri mutanti, qualora ve ne fossero, in un mondo che li vuole sterminati tutti. Fino all’ultimo.

Braccati da un gruppo di mercenari al soldo di un folle scienziato, i tre si ritrovano a dover partire anzitempo dopo l’arrivo di una new entry: Laura, una ragazzina silenziosa che nasconde un’incredibile segreto (una sorprendente Dafne Keen alla sua prima prova sul grande schermo).
Così, ecco che Mangold porta in scena quello che tutti avevano sempre sperato di vedere in un film di Wolverine: sfoderati gli artigli, il sangue inizia a colare. Logan si sporca realmente le mani questa volta e la pellicola giova ampiamente di questa visione realistica e cruda di un personaggio che non è mai stato pulitino ed educato, e chi conosce le storie a fumetti lo sa bene.
Il dipinto che si compone è quanto mai sudicio, cruento, vecchio e logoro quanto i protagonisti, ma espresso con una potenza tale da lasciare in bocca un retrogusto amaro di verità.

L’incontro con una famiglia afroamericana durante la fuga, le scene di (possiamo dirlo) amor filiale dove Logan si prende cura del vecchio professore, il rapporto che si sviluppa con la piccola Laura sono tutte chicche importanti in una pellicola dove nulla è scontato e il resto, quello che assapori e che non vedi, ti lascia senza respiro.
Il vecchio Logan andrà incontro al suo destino nello stesso modo in cui la piccola comprenderà il suo: senza pietà. E mentre si chiude un arco narrativo di molti film (a tratti, ammettiamolo, incongruenti) ci si rende conto che se doveva esserci una chiosa perfetta, Mangold è riuscito a coglierla.
Jackman è perfetto, più che mai, nei panni dell’artigliato e chiarisce perfettamente perché ha amato tanto questo personaggio e ha voluto a tutti i costi che questo film avesse la potenza e la prepotenza del vero Wolverine. Doveva essere così e solo così.

Logan è un film secco come un colpo di frusta, ma anche geniale, perché porta il livello di “semplice” fumetto ben più in alto di qualsiasi altro film. Forse solo Il cavaliere oscuro di Nolan è stato altrettanto ficcante e poderoso, ma non aveva la polvere, la sporcizia, le tinte sanguinolente e il raggelante humor in bianco e nero di questo. Inoltre, da non sottovalutare, questo film ha il pregio di poter essere visto anche da chi ha perso i capitoli precedenti, perché la caratterizzazione dei personaggi è profonda, stabile, pregna.

Certo, forse non è un film per tutti, ma dovrebbe essere visto, almeno una volta.
Anche perché il finale è tra i più belli, e amari, di questo genere cinematografico un po’ troppo bistrattato e, onestamente, patinato.

Se è vero, come sembra, che questa è stata l’ultima volta di Hugh Jackman nei panni di Wolverine, beh, non poteva che concludersi così: ad artigli – insanguinati – sguainati.

(di Marino Monti)

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