Lo spazio domestico di una casa editrice

Ho trovato molto interessante questo frammento di Valentina Fortichiari, esperta in campo editoriale e di gestione ufficio stampa.

Un essere umano, è stato scritto, «è un processo complesso, in cui, come nella nuvola sopra la montagna, entrano ed escono aria, cibo, informazioni, luce, parole, e così via… Un nodo di nodi in una rete di processi chimici, in una rete di emozioni scambiate con i propri simili». Ho trovato questa definizione bellissima nel libro di Carlo Rovelli, L’ordine del tempo (Adelphi 2017). E ancora, in Rovelli: cos’è una famiglia? «Un insieme di relazioni, avvenimenti, sentire.»

Ecco, una casa editrice, un gruppo editoriale possono anche essere una famiglia, un insieme di relazioni umane, integrate nell’affrontare insieme avvenimenti con gli autori, e tese a sentire tutti i caratteri, le anime, le intelligenze che si nascondono in ogni settore. Ho spesso pensato all’azienda editoriale come una casa, nel senso domestico, di famiglia dove ho trascorso i migliori anni della mia esistenza.

E sì, ugualmente ho sempre anch’io pensato a una casa editrice intesa come vera e propria casa… con la sola aggiunta che nel mio modo di concepire l’azienda, anche gli autori ne fanno parte. Non ho mai trattato nessuno come cliente. Tutti come parti integranti del processo.

Eppure, da alcuni autori, questa mia morbida disponibilità, questa tendenza a tollerare ogni cosa, a lasciar correre, a umanizzare i rapporti fino a esprimere sentimenti di vero e proprio affetto per chiunque entrasse in contatto con la Pluriversum, non è stata ben interpretata… e mi ha causato non pochi problemi.

Ma nonostante tutto continuerò imperterrito a perseguire questa via, con l’avvertenza che la mia filosofia della pluralità, cui vorrei si conformasse l’impresa, non equivale ad anarchia. E in effetti a me non sono mai piaciuti i battitori liberi, quelli che lavorano sottobanco per sé, quelli che in qualche modo sfruttano la pluralità per ottenere profitti. Una famiglia coesa che punti a una leadership condivisa è un fine ideale, certo, ma senza idealità la concretezza stessa apparirebbe svuotata di senso.

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