Lo sfaldamento delle abitudini negative

Quando ammassi di neuroni vengono adibiti a una sola attività, questa prende il sopravvento e si trasforma in abitudine.

 

Ci si chiede se allentare l’ammasso neuronale[1], per effetto di esercizi volti alla differenziazione (o distanziamento) dei neuroni, possa, se non scardinare quantomeno allentare l’abitudine. È chiaro che un’abitudine è tale se condizionante, se induce il soggetto alla reiterazione di un certo comportamento – e, magari, questo non è sempre negativo; anzi, in un certo senso, senza abitudini non si vive affatto. Qui si vuole prendere in considerazione l’ipotesi che si possa intervenire sulle proprie abitudini, delle quali, però, se ne abbia consapevolezza. In mancanza, occorrerebbe parlare di automatismi di natura meramente fisiologica e psicobiologica. Non è di questi ultimi che intendiamo qui parlare, ma del comportamento ripetitivo che l’acquisizione di un’abilità.

 

Intanto, è possibile cambiare contemporaneamente le abitudini?

 

No, non è possibile. Seguiamo Franco Berrino, Daniel Lumera e David Mariani, che propongono un percorso di ringiovanimento in 21 giorni*. «Tentare di cambiare molte abitudini contemporaneamente ci sottopone a uno stress eccessivo. In quanto adulti, siamo animali abitudinari e, se vogliamo riuscire nel nostro intento di cambiare, è consigliabile sostituire le abitudini poco per volta, concentrando la nostra attenzione su un unico aspetto, e agire progressivamente, in modo da non essere sopraffatti dal cambiamento. Non è possibile trasformarci da sedentari ad atleti in un giorno e allo stesso tempo cambiare completamente il regime alimentare e diventare esperti di meditazione, se da vent’anni siamo abituati a uno so stile di vita del tutto diverso. Possiamo iniziare con grande soddisfazione a migliorare l’acquisto dei cibi, che richiede nella pratica un minimo sforzo di volontà, da concentrare soltanto nel momento di fare la spesa. Alo stesso modo possiamo iniziare a camminare pochi minuti ogni giorno, modificando così solo marginalmente le nostre abitudini. La prima grande vittoria è cambiare punto di vista mentale. Poi, uscire dal sedentarismo, migliorare la nostra alimentazione e iniziare qualche pratica di meditazione ci aiuteranno a portare beneficio anche a ogni altro aspetto della vita, originando un circolo virtuoso che rinforzerà la nostra soddisfazione renderà incrollabile la nostra motivazione.»

 

La migliore strategia per cambiare abitudini è quella di sfruttare il metodo aggiuntivo e mai sottrattivo: questo vale per il cibo ma anche per i nostri pensieri; la nostra mente, così come le nostre giornate, non possono contenere un numero spropositato di informazioni e di impegni. Se aggiungiamo un elemento, se ne elimina, anche senza accorgercene, un altro, inviando al cervello non già un messaggio di rinuncia ma di abbondanza. In effetti, la nostra mente processa tutte le esperienze passandole al vaglio del dolore e del piacere. Ma per ovvi motivi legati alla sopravvivenza, evitare il dolore risulta un istinto più forte che ricercare il piacere, ed è come se si agisse più per disperazione che per desideri. quando proviamo dolore alla schiena spenderemmo una cifra pur di farlo sparire, ma raramente diamo peso al fatto che basterebbero alcuni esercizi giornalieri di tipo posturale per prevenire il problema. E dato che fare esercizi è visto come impegno, fatica e sacrificio, lo si evita… (pertanto, il piacere di conservare una buona salute passa in subordine).

 

Facciamo un esempio. Se continuiamo a suonare uno stesso brano al pianoforte e a cimentarci in quell’unico esercizio che preveda piccoli movimenti delle dita, senza troppa creatività, non progrediremo lungo la via dell’apprendimento. In tal senso, l’abilità è una diretta conseguenza dello sfaldamento dell’abitudine. Occorrerà passare oltre ed esercitarsi in nuovi brani che richiedano movimenti delle dita diversi e più complicati, ciò che presuppone appunto l’acquisizione di nuove abilità. Un altro esempio, più generale: se andiamo in stazione sempre imboccando la stessa via, e ne siamo consapevoli, potremmo cambiare abitudine spezzettando il percorso in diverse attività, introducendo elementi non familiari (ci si ferma in un bar per prendere un caffè, o si va più piano, o si prende una viuzza parallela); l’abitudine comincia a sfaldarsi, poiché l’ammasso neuronale che ne è alla base è sottoposto a continua sollecitazione, obbligato a scomporsi per affrontare, nel contesto della vecchia abitudine, nuovi comportamenti. E man mano che questi nuovi elementi richiedono sempre maggiore attenzione, l’abitudine vecchia rilascia nuove proteine e quindi nuovi neuroni, i quali, a loro volta, si mobilitano per la messa in opera delle incombenti sollecitazioni.

 

Tutto si riorganizza, si differenzia.

 

E la pluralità, in tal caso, si fa principio di liberazione dalla dittatura delle abitudini, nello stesso tempo creando i presupposti per una nuova abilità in quanto che gli elementi di nuova insorgenza esigono un maggiore interesse e una più adeguata attenzione; se alcuni di essi prendessero il sopravvento e generassero nuovi ammassi neuronali si approda nell’uniformità comportamentale preesistente – cosa poi del tutto normale, considerando la permanenza biologica dello “schema” costitutivo dell’abitudine. L’abilità, che consiste nel fare una cosa meglio di altre (e non nel fare qualcosa senza saper fare altro) si sta tristemente rimodulando in abitudine.

 

Quali opzioni abbiamo a disposizione per ovviare alla verticalità abitudinaria del pensiero?

 

  1. De Bono consiglia la tecnica della «provocazione», che consiste nel compiere salti sistematici, introdurre elementi casuali o di mera follia. (D’altronde, molte “buone idee” sono state concepite come incidenti di percorso. In tal caso si parla di «serendipità», un neologismo che indica la fortuna di fare felici scoperte per puro caso, ossia trovare una cosa non cercata e imprevista mentre se ne stava cercando un’altra[2]). «Lo scopo della provocazione è proprio di farci deviare dalla strada maestra dei nostri pensieri. Partendo dalla provocazione noi procediamo fino ad arrivare a un punto che a posteriori abbia una giustificazione logica. Importante è riuscire a deviare dall’orbita abituale del pensiero. Il cervello funziona seguendo direzioni prestabilite. Questa è la vera essenza dell’eccellenza del cervello. Al tempo stesso, per essere creativi dobbiamo trovare il modo di uscire da queste orbite prestabilite»[3]. La provocazione è un’altra cosa rispetto all’ipotesi. «Quest’ultima tende a essere ragionevole, mentre di solito, una provocazione mira a essere “irragionevole” per dare uno scrollone al nostro modo di pensare e farlo uscire dai binari soliti […] Sia le ipotesi sia le provocazioni fanno parte del processo creativo e sono nettamente diverse dall’analisi. Questa esamina ciò che esiste già. Le provocazioni e le ipotesi introducono qualcosa che non esiste ancora»[4]. «Importante è mettere in discussione il modo attuale di operare, perché dobbiamo partire dall’ipotesi che questo possa non essere la soluzione migliore e che la persistenza delle procedure attuali sia giustificata solo da ragioni di abitudinarietà. Dobbiamo, inoltre, mettere in discussione i vincoli, le ipotesi, i fattori essenziali e così via al fine di conquistarci la libertà necessaria per proporre cambiamenti. Importante è ricordare che mettere in discussione non significa attaccare criticamente, ma esaminare a fondo una determinata situazione o procedere alla ricerca di un eventuale metodo migliore»[5].

 

«Il cervello plastico riguarda anche le zone più profonde del cervello e arriva a modellare persino i geni»[6]. I geni hanno due funzioni: la prima consiste nel fungere da modello, permettendo ai geni di re-duplicarsi e di produrre copie che vengono trasmesse di generazione in generazione – una funzione fuori dalla nostra portata. La seconda funzione è quella della trascrizione. Ogni cellula del nostro corpo contiene tutti i nostri geni, anche se non tutti i geni sono attivi. Quando viene attivato, il gene produce una nuova proteina che altera la struttura e la funzione della cellula. Allora, le informazioni su come produrre le proteine vengono trascritte o lette dal singolo gene. E questa funzione viene influenzata da ciò che facciamo e pensiamo. «Tutti noi presupponiamo che i geni determinano il nostro comportamento e l’anatomia del nostro cervello.

 

Le ricerche di Kandel[7] mostrano che quando impariamo anche la mente influenza la trascrizione genetica nei neuroni. Quindi possiamo modellare i nostri geni, cosa che a sua volta influisce sull’anatomia cerebrale a livello microscopico»[8]. Comprende le mappe più complesse, quelle legate all’amore, il sesso, le amicizie, le relazioni sociali, e tutto ciò che appartiene al mondo dell’emotività e della sensibilità.

 

La neuroplasticità non è confinata in alcuni distretti cerebrali. «L’ipotalamo, ossia la struttura cerebrale che regola i comportamenti istintivi, tra cui il sesso, è plastico, così come l’amigdala, la struttura che elabora le emozioni e l’ansia»[9]. Agire su tali strutture può davvero migliorare lo svolgimento della propria vita. Ancora, «la plasticità è presente anche nell’ippocampo (l’area che converte i ricordi a breve termine in ricordi a lungo termine) così come nelle regioni che controllano il respiro, l’elaborazione delle sensazioni primitive e del dolore»[10]. E si può persino scendere a livello di midollo spinale: lo dimostrano alcune testimonianze, come quella dell’attore Christopher Reeve, che aveva subito una grave lesione al midollo spinale, riuscendo «attraverso un esercizio instancabile»[11] a recuperare una certa sensibilità e mobilità, pur a distanza di sette anni dall’incidente.

 

Si è già accennato ai disturbi ossessivo-compulsivo, e alle possibilità di trattamenti terapeutici basati sulla plasticità cerebrale. «Ossessioni come la paura di contrarre una malattia mortale, di essere contaminati dai germi, avvelenati da agenti chimici, colpiti da radiazioni elettromagnetiche, o addirittura condannati dai propri geni»[12], o pensieri sessuali e aggressivi possono invadere la mente delle persone, incapaci totalmente di risalire a una causa e di gestirne gli effetti. L’azione compulsiva è posta in essere per fronteggiare lo stato ansioso che insorge repentinamente. Se sentono di essersi sporcati, cominciano a lavarsi, e ripetutamente. E anche se si sono lavati accuratamente, continuano ad avvertire lo stimolo a lavarsi, come se l’essersi sporcati non fosse stato risolto. E se cercano di porre fine alle azioni compulsive, sale una tensione difficilmente gestibile, che genera ansia a catena. Jeffrey M. Schwartz – psichiatra americano di grande fama, uno dei massimi esperti mondiali in tema di neuroplasticità – ha sviluppato un trattamento basato sulla plasticità, efficace non solo per chi soffre di DOC, ma anche per chi è quotidianamente preoccupato per qualcosa e non sa farne a meno, nonostante sappia che si tratti di un’ansia irragionevole[13]. Il trattamento terapeutico è rivolto principalmente ai «chiodi fissi», anche relativamente a gelosia morbosa, giochi d’azzardo, internetmania, abuso di sostanze. L’idea è quella di agire “verbalmente” sull’immagine che abbiamo di noi stessi, al fine di modificare il cervello. Se commettendo un errore poniamo rimedio, il cervello percepisce il superamento del problema e scorre oltre. Il cervello del soggetto affetto da DOC, invece, è come bloccato sulla soglia dell’errore. Anche se si pone rimedio non si riesce ad andare oltre, a voltare pagina. È come se il suo cambio automatico non funzionasse.

 

E allora – sostiene Schwartz – occorre azionarlo manualmente.

 

Grazie alla neuroimaging sappiamo che le ossessioni coinvolgono tre regioni cerebrali: la corteccia orbitofrontale, più o meno dietro ai nostri occhi, tanto attiva quanto più alto è il livello di ossessioni; il giro cingolato, situato nella parte più profonda della corteccia, che, quando si percepisce di essere in presenza di un errore, induce uno stato d’ansia, inviando segnali al cuore e ad altre parti del corpo; il nucleo caudato, in profondità al centro del cervello, fa in modo che i nostri pensieri scorrano liberamente, uno dietro l’altro, di modo che nessuno si fissi per qualcosa. Ma se il pensiero non scorre, lo stato d’ansia permane. E l’azione è ripetuta illimitatamente. Se si riesce ad abituare il pensiero a nuovi pensieri, si riuscirà pure a sbloccarlo. Tutto sta a far prendere consapevolezza che l’errore sia stato risolto, che non sia necessario trovare rimedio, perché il rimedio è stato già efficacemente trovato.

 

L’apprendimento gioca un ruolo fondamentale nello sviluppo di questa patologia. Sicché, si può arguire, lo stesso apprendimento può rivelarsi un rimedio. Schwartz si propone di sviluppare un trattamento che modifica il circuito del DOC, sbloccando il collegamento tra la corteccia orbito frontale e il giro cingolato, riportando infine a normale funzionalità il nucleo caudato. Tutto attraverso un costante esercizio di concentrazione verso pensieri non ossessivi, altri da quello ossessivo, diversi da questo, in modo da indurre il rilascio di dopamina, che costituisce una ricompensa per ogni nuova attività intrapresa, oltre a produrre nuove connessioni neuronali. Per prima cosa, consapevolezza del proprio DOC, e osservazione degli effetti; si deve insegnare al paziente a distinguere il contenuto generale di un DOC dal contenuto specifico del DOC (cioè, che significa DOC e che significa per il paziente). Se tuttavia il trattamento si esaurisse con la presa di consapevolezza del proprio problema, non si riuscirebbe ad andare molto oltre. Anzi, secondo Schwartz, soffermarsi sul contenuto specifico del DOC finirà per indurre il paziente a fissare ancora di più la sua attenzione sul contenuto specifico del suo disturbo.

 

Soffermarsi sul sintomo non è sufficiente. La terapia cognitiva tradizionale è tutta sospesa sul contenuto sintomatico. E anche la psicoanalisi non fa che partire dal sintomo, rintracciando le sue cause, credendo così di superare il sintomo stesso. Spostare invece l’attenzione su un’altra attività, facendo in modo che sia questa a prendere il sopravvento, potrebbe indurre il soggetto ad abbandonare quell’altra. Sembra assurdo, sembra che a un’ossessione se ne sostituisca un’altra, ma il fine è quello di sbloccare il cervello, per rimetterlo in circolo. Con persistenza, perseveranza e sforzo sarà possibile esercitare il paziente a pensare ad altro, di modo che l’ossessione fluirà via spontaneamente.

 

Secondo la «Teoria degli Operatori Costruttivi» (Pascual-Leone e Goodman, 1979), il cervello anziché elaborare l’informazione proveniente da un singolo senso, elabora informazioni più astratte e plurisensoriali. «Un operatore elabora informazioni relative alle relazioni spaziali, un altro al movimento, un altro ancora alle forme. Relazioni spaziali, movimento e forme sono informazioni che vengono elaborate da diversi sensi. Possiamo sia sentire sia vedere le differenze spaziali – ad esempio la grandezza della mano di qualcuno – così come possiamo sentire e vedere movimenti e forme. Alcuni operatori possono essere adatti a un unico scopo (ad esempio, l’operatore del colore), ma gli operatori relativi a spazio, movimento e forma elaborano i segnali che provengono da più di un senso»[14]. In altre parole, è possibile acquisire una nuova abilità reclutando degli operatori dedicati ad altre funzioni, aumentando così le loro capacità operative. È il caso di Omero, poeta cieco, che riesce a scrivere un’opera eccezionale facendo leva su abilità fuori dal comune. Gli operatori utilizzati normalmente per la vista vengono reindirizzati al suono, ampliandone le capacità percettive. Ed è anche il caso di quei grandi memorizzatori di un tempo che riuscivano ad imparare a memoria interi testi, benché fossero analfabeti. Insomma, l’idea di fondo è chiaro: è possibile rimodulare le strutture delle aree cerebrali di modo che si tragga dal cervello il massimo livello di ottimizzazione possibile.

 

Persino, sarà possibile tenere “giovane” il cervello, attraverso attività culturali (oltre che fisiche) impegnative, non di semplice svago. Se il corpo non è pienamente coinvolto in esse, l’effetto sarà minimo, ma se riuscissimo a farne il contenuto di uno stile di vita abituale sarà possibile tenare allenata la mente, lo spirito e il corpo. E non susciterà sbigottimento che «l’architetto Frank Lloyd Wright disegnò il Guggenheim Museum quando aveva novant’anni, [che] Benjamin Franklin inventò le lenti bifocali a settantotto anni»[15]. D’altronde, se anche il cervello di un quarantenne sia più “fluido” di quello di un ottantenne, non si può generalizzare al punto da ritenere l’ottantenne del tutto incapace di competere sul piano della produttività con un quarantenne. «Quando il violoncellista Pablo Casals aveva novantun anni, viene avvicinato da uno studente che gli chiese: “Maestro, perché continuate ad esercitarvi?” Casals rispose: Perché sto facendo progressi»[16].

 

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* Franco Berrino, Daniel Lumera, David Mariani, Ventuno giorni per rinascere, Mondadori, Milano 2018, p. 30.

 

 

 

[1] La densità che si costituisce attraverso l’aumento delle proteine in virtù della costante stimolazione.

 

[2] L’America da parte di Cristoforo Colombo che cercava le Indie. La dinamite da parte di Alfred Nobel. La penicillina da parte di Alexander Fleming causa una errata disinfezione di un provino. Gli effetti psichedelici dell’LSD (dietilamide-25 dell’acido lisergico) da parte di Albert Hofmann nel 1938. Le patatine fritte rotonde da parte del cuoco americano di origini indiane George Crum. Il ruolo del pancreas nel diabete mellito da parte di Joseph von Mering e Oscar Minkowsky che in realtà cercavano di individuare il compito dell’organo sulla digestione. La radiazione cosmica di fondo a microonde dell’universo da parte di Arno Penzias e Robert Woodrow Wilson. I riflessi condizionati dei cani di Pavlov che stava conducendo ricerche sulla salivazione di questi animali. Il primo colorante sintetico, la mauveina (color Malva), da parte del giovane chimico W.H. Perkin nel 1856, mentre cercava di sintetizzare la chinina, un rimedio antimalarico. Il cellophane inventato nel 1908 da Jacques Edwin Brandenberger, un ingegnere chimico svizzero. Il Prozac (fluoxetina ossalato). Il farmacologo David Wong nel giugno 1974 annunciò pubblicamente che la fluoxetina è un inibitore della ricaptazione della serotonina (SSRI). Il Teflon (PTFE, politetrafluoroetilene) nel 1938 da parte del chimico della DuPont R.J. Plunkett che stava usando il tetrafluoroetilene come intermedio per la sintesi di nuovi refrigeranti. La colla dei Post-it, il cui inventore in realtà stava cercando di realizzare un collante estremamente forte ottenendo, invece, un collante debole, che non macchiava e che si poteva attaccare e staccare con facilità. La cottura a microonde. Il Velcro, nome commerciale formato dall’acronimo delle tre iniziali di Velours (velluto) e Crochet (gancio), è un metodo di chiusura ideato da Georges de Mestral nel 1950 e brevettato nel 1955. I neuroni specchio. Mangiando casualmente una banana davanti a una scimmia, il neuroscienziato Giacomo Rizzolatti vide che i neuroni motori del macaco “sparavano” impulsi elettrici, anche se l’animale non stava compiendo nessun gesto. Il Viagra (citrato di sildenafil), scoperto per caso dalla compagnia farmaceutica Pfizer mentre cercava un farmaco per curare l’angina pectoris. Il pianeta Urano da parte di William Herschel, che stava cercando delle comete. Solo quando notò l’orbita circolare, si rese conto che si trattava di un pianeta. I Raggi X, scoperti da Wilhelm Conrad Röntgen mentre eseguiva al buio esperimenti sulla produzione dei raggi catodici. Gola di Olduvai, scoperta casualmente nel 1911 dall’entomologo tedesco Wilhelm Kattwinkel mentre stava cercando di catturare una farfalla. (Fonte: Wikipedia, alla voce “Serendipità”).

 

[3] E. De Bono, Creatività per tutti, tr. it. S. Mosca, BUR, Milano 2015, pp. 196-197.

 

[4] Ivi, pp. 197-198.

 

[5] Ivi, p. 255.

 

[6] Ivi, p. 105.

 

[7] Eric Richard Kandel (Vienna, 7 novembre 1929) è un neurologo, psichiatra e neuroscienziato statunitense. Professore di biofisica e biochimica presso la Columbia University dal 1974: è uno dei maggiori neuroscienziati del XX secolo. È il primo psichiatra americano ad aver vinto il Premio Nobel per la medicina (nel 2000), conseguito per le sue ricerche sulle basi fisiologiche della conservazione della memoria nei neuroni, premio che condivide con i colleghi Arvid Carlsson e Paul Greengard. (Da menzionare qui un eccezionale testo – «una brillante sintesi che avrebbe deliziato Freud» (O. Sacks), che ci riconduce nella Vienna del Novecento, illustrandoci con taglio non semplicemente divulgativo le figure e le tematiche principali dei maggiori scienziati, filosofi e artisti dell’epoca che hanno dato avvio a una rivoluzione nel modo di concepire la mente umana. Cfr., L’età dell’inconscio. Arte, mente e cervello dalla grande Vienna ai nostri giorni, tr. it. G. Guerrerio, Raffaello Cortina Editore, Milano 2012).

 

[8] Ivi, pp. 236-237.

 

[9] Ivi, p. 110.

 

[10] Ibidem.

 

[11] Ibidem.

 

[12] Ivi, pp. 180-181.

 

[13] Cfr., J. M. Schwartz, Il cervello bloccato. Come liberarsi del disturbo ossessivo-compulsivo, Longanesi & C., Milano 1997.

 

[14] N. Doidge, Il cervello infinito, tr. it. F. Zago, Adriano Salani Editore, Milano 2014, p. 228.

 

[15] Ivi, p. 272.

 

[16] Ibidem.

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