L’inguaribile vanità degli scribacchini

Si può calcolare che in Italia, comprese le domeniche, ogni giorno nasca un nuovo scrittore, quando non ne nascono due o tre. Centinaia di persone, delle più diverse categorie sociali, stanno oggi, a quest’ora, pensando intensamente al capolavoro che dovrà aprire loro le vie della gloria. Nessuna preoccupazione, come quella dell’aspirante letterato, è altrettanto acuta, insistente, inguaribile.
Il primo tentativo
Con una cieca fede nella propria opera, l’autore ha l’impressione che folle sitibonde attendano il suo romanzo e che a questa rivelazione si opponga, per misteriosi motivi, l’insipienza degli editori, che non sanno neppure badare al loro interesse. Finito il romanzo pare che non ci sia un minuto da perdere. Oh, se gli scrittori, nessuno escluso, ignoti e famosi, prima di sollecitare gli editori, chiudessero i loro scritti in un cassetto e li rileggessero dopo quattro o cinque mesi. Quante delusioni risparmiate, quanti libri inutili e brutti di meno sulle bancarelle.
Sulla scrivania dell’editore
Il fattorino (…) deposita ogni mattina sulla scrivania dell’editore due o tre caratteristici plichi. Per quanto le statistiche non siano uniformi presso tutte le case editrici, si può calcolare che il 50 per cento dei nuovi arrivi sia costituito da romanzi. Non si può negare che di fronte a questa quotidiana pioggia di manoscritti, gli editori siano propensi allo scetticismo. L’esperienza ha loro insegnato che le sorprese gradevoli sono rarissime. È molto difficile che uno scrittore degno di tal nome sia completamente ignoto all’atto in cui presenta il suo manoscritto.
L’assedio alla casa editrice
È inevitabile che l’esame di un manoscritto richieda qualche mese. L’autore freme di impazienza, impreca contro la neghittosità degli editori, li accusa di infingardaggine, di mancanza di umanità, concepisce per loro un vero odio.
Pubblicare o no?
La pubblicazione di questo libro sarà o non sarà vantaggiosa? Non è detto che la convenienza materiale sia l’elemento indispensabile per la pubblicazione. Qualche editore intelligente e coraggioso ama talvolta affrontare il rischio (…) egli sa bene che a lungo andare la perdita finanziaria potrà essere compensata dall’accresciuta stima del pubblico per la Casa, con i conseguenti benefici materiali. Gli esperimenti però in genere non si fanno.
Si preferisce, ed è umano, contare su una vendita sicura (…) il semplice nome dell’autore, le sole critiche favorevoli, il solo buon mercato del libro non serviranno mai a far vendere quello che al pubblico non va a genio.
(…) la pubblicazione di un romanzo in Italia è per i grandi editori, molto spesso in perdita.
È troppo facile trovare un editore da ciò che si vede giornalmente (…) bisogna onestamente convenire che oggi è troppo facile far pubblicare un romanzo. O di riffe o di raffe, sarà questione di tempo, ma i torchi finiscono sempre col gemere.
Quanti di quei libri hanno una seppur modesta ragione d’essere? Quanti di essi dicono qualcosa di nuovo e di interessante? Eppure i libri si moltiplicano vertiginosamente. La possibilità di pubblicare un romanzo sembra anzi farsi sempre maggiore. Oggi è più facile di ieri e domani lo sarà più di oggi.
Dino Buzzati, La Lettura, N.6 – 1 giugno 1937

Questo articolo della Lettura, ripubblicato in edizione pregiata dalle indomite Edizioni Henry Beyle, sembra dirci che le colonne su cui poggiano i nostri piedi non sono cambiate poi molto negli ultimi settant’anni. Mutato è il mercato (all’epoca un buon successo era calcolato oltre le duemila copie, oggi un editore industriale con 2000 copie non ci paga nemmeno i costi di avviamento), lo scenario, la società.
Si parla di metà Paese che non legge, ma all’epoca il 50% sarebbe stato un risultato auspicabile.
Non ci sfugga la retorica della fascinazione per un mondo sempre più aperto (siamo tutti rintracciabili, siamo tutti contattabili, siamo tutti pubblici) ma che deve comunque decidere i sì e i no.
Chi sta dentro e chi sta fuori, con un’ovvia polemica dei rifiutati che denunciano la fine della qualità a favore del commercio.
Leggere è un’attività sempre più politica. Più dello scrivere. Chi legge decide cosa pubblicheranno gli editori. Se è vero che la crisi che in pochi hanno ha ridotto il fatturato lordo di tutti gli editori italiani a poco più di un miliardo e cento milioni di euro (meno di un terzo della sola Barilla, tanto per parlare di eccellenze italiane) credo fortemente nel gesto della scelta consapevole.
Io editore scelgo ciò in cui credo e ciò che ritengo possa avere un pubblico (e quindi vendere, pena licenziamento mio e fallimento dell’impresa). Tu lettore indirizzami, guidami, educami. I libri che vendono hanno un pubblico e vanno pubblicati. Chi critica la qualità dei 180 mila titoli in commercio magari critica la qualità delle poche decine che vendono.
E allora si creino comitati, si comprino autori da valorizzare, si obblighino gli editori a credere nei nuovi autori, a sostenere gli editori che resistono alla crisi, a scovare negli infiniti cataloghi le perle che ogni anno vanno sprecate con l’acqua sporca delle rese. Leggere è un gesto politico. Si parta dalle scuole e ci si organizzi.
Si parli con i librai, si creino movimenti. Se si legge poco e male è colpa di chi legge, non di chi non lo fa.
Oppure vorremmo che l’unico libro letto fosse il nostro?
_________
PLURIVERSUM EDIZIONI

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *