Liberiamoci dal rancore, imbocchiamo la Via del perdono

Molta, troppa gente vive all’ombra del risentimento; se subisce un torto, se lo “lega al dito”. E non parliamo di torti immani (come l’uccisione di un figlio da parte di un folle assassino), ma di semplici diverbi, parole grosse volate a causa di reciproche, sia pure inconsapevoli, incomprensioni; ci riferiamo al rancore per una frase o un gesto inappropriati.
La vita è altrove, ma chi si sente colpito, aggredito, offeso, poi, talvolta con superbia, tal’altra con malcelato orgoglio, si difende a spada tratta, trascinando il fardello della vendetta sin su la vetta, come le lumache con il proprio guscio. Ma almeno un guscio può servire. Il rancore, invece, non serve a nulla. Il rancore annichilisce l’animo e smorza lo slancio vitale. Induce la malattia e sgretola i rapporti sociali.
Al contrario, perdonare risponde a una nuova forma di consapevolezza, a una vera e propria strategia evolutiva di adattamento e convivenza. Porta salute e benessere; permette la costruzione di relazioni interpersonali più serene e durevoli. Vivere in armonia con tutti, e non solo con chi ci aggrada, amplia le possibilità di ricevere aiuto, disponibilità e collaborazione, e determina un miglioramento sostanziale della qualità di vita.
Difficile, perdonare. Chi lo mette in dubbio. Ma le cose buone e belle sono sempre conquiste dello spirito.
Immaginate che sentimento possa provare qualcuno che ha commesso un errore, ne è consapevole e vorrebbe, in qualche modo, rimediare. Immaginate il senso di straniamento, frustrazione e impotenza nel voler recuperare terreno, anche semplicemente un sorriso, o il saluto, ritrovandosi dinanzi a un’invalicabile roccia. Si è in presenza di un disequilibro indefettibile e irredimibile; di una spina nel fianco dolorosamente perpetua. La paura di subire altro e più grave torto impedisce ogni espiazione di colpa. E il risentimento è il modo migliore, così si crede, per scongiurare la possibilità di una nuova esposizione al male.
Certo, la separazione funzionale degli incompatibili, alla luce dei principi di filosofia plurale, può essere la via giusta, purché sia per l’appunto funzionale alla non conflittualità e non fonte di nuova e non meno tragica lotta con sé stessi.

Invero, perdonare non significa riallacciare il rapporto e fare come se nulla fosse accaduto. Significa trasformare le energie negative in risorse. Significa purificare il sostrato emotivo e volgere il pensiero in direzione del domani. Per ritrovare una reale serenità.


Il mercato editoriale, già da diversi anni, è pervaso da innumerevoli pubblicazioni sul tema, evidentemente rilevante, del perdono. Le neuroscienze stanno portando prove a sostegno del fatto che vivere senza risentimento potenzia il corpo e produce effetti benefici sui sistemi circolatorio, immunitario e nervoso.
Ma per alcuni è aria fritta. Preferiscono svegliarsi con il sapore dell’odio in bocca, meditando vendetta, foss’anche quella del disprezzo per mezzo dell’indifferenza, non meno terribile che affrontarlo vis a vis e sciogliere la rabbia in una scazzottata. Preferiscono addormentarsi tra false certezze, senza mai tentare di liberarsi dalla carica emozionale negativa che hanno accumulato, senza lavorare su di sé per rielaborare le vicissitudini di un turbolento passato, comunque passato. Niente da fare! E allora si abdica pure al proprio futuro.

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