Le style c’est l’homme

La filosofia della pluralità è originariamente meta-fisica o, per meglio dire, si propone l’oltrepassamento dell’apparenza. Andare oltre le apparenze significa attribuire valore all’essenza, a ciò che si cela dietro l’aspetto esteriore, fare in modo che eleganza non decada in stravaganza, e cioè in una forma fine a sé stessa, priva di stile.
​Il termine “stile”…


…deriva dal latino stylus che in prima battuta designa un corpo acuminato conficcato nel terreno per usi agricoli o militari, quindi “palo”, “piolo”, “fusto”, e poi viene a indicare lo strumento mediante cui si scriveva sulle tavolette di cera, lo “stilo”, e da qui il modo di scrivere e di esprimersi, ovvero esattamente ciò che noi intendiamo per stile. 
La radice st- esprime una situazione di stabilità e di stasi, come mostrano i termini da essa formati e che descrivono un’assenza di movimento: per esempio stare, stato, statica, stampa, statua, statuire, statuto, stazione, stazionare, stazionario, stanza ( nel senso di una lunga sosta a seguito della quale si diviene stanziale). Lo stile quindi è ciò che, all’interno dei numerosi e spesso disordinati movimenti della vita, li unifica e li accomuna, quasi come se li condensasse in un unico tratto. Quindi ciò che rende riconoscibile la mano o il tocco di un grande artista, così come la singola esistenza concreta nel suo modo di parlare, ridere, guardare, camminare, insomma di essere. “Le style c’est l’homme”, disse il conte di Buffon, nel discorso pronunciato il giorno del suo ingresso all’Académie français. (Vito Mancuso)

In letteratura, lo stile è un insieme di tratti formali che caratterizza il linguaggio di un autore, di un’opera, di un genere letterario, e che risulta da una scelta consapevole che si allontana dall’uso o dalla norma corrente. Nella retorica antica per stile si intende più l’organizzazione dell’elocutio che la scelta dell’inventio e della dispositio, dando al concetto di stile un’idea di “ornamento” (con funzione di aumento di gradevolezza o di efficacia), legato alle figure e ai tropi. In Cicerone e in Orazio si parla di stile come di proprietà tipologica del discorso, individuando stile tragico, comico ecc.

La teoria medievale distingueva tre diversi stili, a loro volta legati a tre tipologie differenti di genere letterario:

  • alto o sublime (opere legate a grandi personaggi e che raccontano vicende importanti);
  • medio (opere di personaggi e vicende di media importanza);
  • basso o umile (personaggi di umile condizione e vicende quotidiane). Una caratteristica della nuova era, l’Umanesimo, è ben rappresentata da François Rabelais che con Gargantua e Pantagruel smantella le frontiere tra i vari stili conciliando lo stile alto con quello basso.

La scelta linguistica è quindi legata al genere, e riguarda il lessico, ma anche la scelta dei nomi da dare ai personaggi, le ambientazioni in cui far svolgere le vicende e gli argomenti. Ma una rottura si compie con Dante (almeno secondo la lettura di Erich Auerbach), che rifiuta un latino ormai sclerotizzato per lanciare il volgare quale lingua nobile o comunque degna di trattare temi alti. Il concetto di stile quindi si allarga e nel XVIII secolo va a significare quasi l’aspetto individuale dell’opera (tanto che Buffon dirà che “lo stile è l’uomo stesso”). Insomma, qualsiasi emozione procuri un cambiamento psichico corrisponde a un allontanamento dall’uso linguistico normale (e viceversa), anche se questo modo di dirlo è più moderno.

Le divisioni di stile secondo generi e intenzioni cadono con le ricerche del XX secolo, in particolare con la distinzione saussuriana tra “langue” e “parole”, quando diventa chiaro che “ogni atto di parole costituisce, anche, una scelta fra un ventaglio di possibilità offerte dalla langue” La stilistica è allora quel campo che studia “il valore affettivo dei fatti del linguaggio organizzato, e l’azione reciproca dei fatti espressivi che concorrono a formare il sistema dei mezzi d’espressione d’una lingua”

Lo stile non è più una forma (derivante dall’idea che il linguaggio è un bene comune e altamente convenzionale) che si oppone al pensiero (solo luogo improntato di personalità), ma è la combinazione di forma e contenuto che detta insieme pensiero ed espressione. Non è un caso che Raymond Queneau chiami Esercizi di stile una serie di cento racconti che variano attorno allo stesso breve accadimento ripetuto.


«Lo stile si manifesta nell’eleganza del portamento, nell’abito che si indossa che non è per forza di moda ma deve rappresentarci e, se scegliamo un abito che ci peggiora, significa che lo stile è molto lontano dal nostro indirizzo. Avere stile vuol dire saper parlare sottovoce perché agli altri delle nostre telefonate non importa nulla. Avere stile vuol dire non sfoggiare la nostra cultura come se fosse la coda di un pavone. Avere stile significa non rovesciarsi addosso una bottiglia di Chanel n. 5 per dimostrare di essere ricchi. Avere stile vuol dire emanare fascino capace di affiorare da una interiorità matura, tranquilla, saggia. Avere stile vuol dire fare un passo indietro piuttosto che dire castronerie perché si ignora quel argomento. Chi ha stile non stona mai in qualunque momento, luogo, situazione, perché possiede la capacità di adattarsi ad ogni misura.» (Maria Giovanna Farina).

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