L’armonia nonostante tutto

Ebbene, figurati che, in ultima analisi, questo mondo di Dio non l’accetto, pur sapendo che esiste, anzi non l’ammetto per nulla. Non è Dio che non accetto, comprendi, ma il mondo da Lui creato, è il mondo di Dio che non accetto e non posso risolvermi ad accettare. Mi spiego meglio: io sono convinto, al pari di un bimbo, che le sofferenze saranno sanate e cancellate; che tutta l’umiliante commedia delle contraddizioni umane dileguerà come un pietoso miraggio, come la poco nobile escogitazione di un essere imbelle e meschino, come un atomo dello spirito umano euclideo; che in ultimo, alla fine del mondo e nel momento dell’eterna armonia, si compirà e si rivelerà qualcosa di tanto prezioso che basterà per colmare tutti i cuori, per placare tutte le indignazioni, per riscattare tutti i misfatti degli uomini, tutto il sangue da essi versato, basterà perché sia possibile non soltanto il perdono, ma anche la giustificazione di quanto è accaduto fra gli uomini. E sia, avvenga pure e si riveli tutto questo, io però non l’accetto e non lo voglio accettare.

Quando rileggo questo struggente e provocatorio passo tratto da I fratelli Karamazov, di F. M. Dostoevskij, rinvigorisco la passione per la filosofia e la letteratura: lo Yin e lo Yang della saggezza umana. Si medita sull’esperienza, si esplorano i meandri del Mistero. E come sempre riemerge prepotentemente il Problema del male. Qualcuno ha l’ingenuo coraggio di ricondurlo al peccato edenico commesso dalle creature di Dio. Ma il racconto di Genesi non è capace di attribuire tutte le colpe a Eva e a Adamo: in effetti, non nasce spontaneo nel loro cuore il bisogno di infrangere la Legge di Dio. È il serpente l’iniziatore. Il che implica un caos dell’essere originario. Come sosteneva Schelling, è l’essenza del creato la causa del male. Quale essenza? L’essere costitutivamente libertà. Di cui si può essere consapevoli, come nel caso dell’uomo, e inconsapevoli, considerando la materia inorganica e quella organica priva, per così dire, di anima.

Essere coscienti di avere capacità di movimento conferisce all’uomo la responsabilità delle proprie azioni, e lo predispone all’etica. L’uomo sceglie se vivere e convivere nonostante tutto – nonostante il dolore, la malattia e la morte – oppure, come proclama Ivan Karamazov, arrendersi alle forze del male, restituendo il biglietto e perciò la vita stessa.

Platone e soprattutto il suo allievo Aristotele (se non proprio Alessandro Magno, che dai due filosofi greci derivò un’indomita smania di oltrepassamento dei limiti) mi hanno insegnato che rassegnarsi – persino nella forma tragica dell’elegia di Teognide – è incompatibile con l’essenza umana (la quale, come suddetto, è inesauribile libertà).

Quando uno vede la bellezza di quaggiù – avverte Platone – insorge una carica salvifica, un bisogno incontenibile di armonia, che induce a mettere le ali.

Ascoltami: io ho preso come esempio i soli bambini perché la cosa riuscisse più evidente. Delle altre lacrime umane, di cui è imbevuta tutta la terra, dalla crosta fino al centro, non dirò nemmeno una parola, avendo di proposito ristretto il mio tema. Io sono un verme e confesso in tutta umiltà che non posso comprendere a qual fine tutto sia stato così congegnato. Gli uomini stessi, dunque, sono colpevoli: era stato dato loro il paradiso, essi hanno voluto la libertà e hanno rapito il fuoco al cielo, sapendo che sarebbero diventati infelici; non c’è quindi motivo di compiangerli. Oh, nel mio povero spirito terrestre euclideo, io so soltanto che il dolore esiste, che non ci sono colpevoli, che ogni cosa scaturisce direttamente e semplicemente da un’altra, che tutto scorre e si equilibra; ma, già, queste non sono che bubbole euclidee, io lo so bene, e non posso adattarmi a vivere in conformità di esse! Che importa che non ci siano colpevoli, che ogni cosa scaturisca direttamente e semplicemente da un’altra e che io lo sappia! A me occorre un compenso non nell’infinito, chissà dove e chissà quando, ma già qui sulla terra, e tale che io stesso lo possa vedere. Io ho creduto e voglio vedere anch’io, e, se allora fossi già morto, mi si risusciti, perché se tutto dovesse avvenire senza di me, sarebbe una cosa troppo ingiusta. Io non ho mica sofferto per concimare col mio essere, con le mie colpe e le mie sofferenze, la futura armonia in pro di qualcuno. Io voglio vedere coi miei occhi il daino ruzzare accanto al leone e l’ucciso alzarsi ad abbracciare il suo uccisore. Io voglio essere presente quando tutti apprenderanno di colpo perché tutto sia stato così. Su questo desiderio poggiano tutte le religioni della terra, e io credo. Però ecco i bambini: che ne farò? È questo il problema che io non posso risolvere. Per la centesima volta ripeto: le questioni sono molte, ma ho preso soltanto i bambini, perché qui è ineluttabilmente chiaro ciò che ho bisogno di dire. Ascolta: se tutti devono soffrire per acquistare con la sofferenza l’eterna armonia, che c’entrano qui i bambini? Dimmelo, ti prego! Non si capisce assolutamente a che scopo debbano anch’essi patire e perché debbano acquistarsi con le sofferenze quell’armonia. Perché hanno servito anch’essi da materiale e da concime per preparare a vantaggio altrui l’armonia futura? La solidarietà fra gli uomini nel peccato io la comprendo, comprendo la solidarietà anche nella espiazione: ma la solidarietà nel peccato non riguarda i bambini e, se la verità sta realmente nel fatto che anche loro sono solidali coi padri in tutti i delitti da questi commessi, una tale verità non è certo di questo mondo e mi riesce incomprensibile. Qualche bello spirito dirà magari che tanto il bambino crescerà e avrà il tempo di peccare, ma non è mica cresciuto quel fanciullo di otto anni contro il quale furono sguinzagliati i cani! Oh! Aljòsa, io non bestemmio! Comprendo bene come dovrà scuotersi l’universo quanto tutti in cielo e sotterra si fonderanno in un inno solo e tutto ciò che vive o ha vissuto griderà: “Tu hai ragione, Signore, giacché le Tue vie ci sono rivelate!”. Quando la madre abbraccerà il carnefice che fece straziare il figlio suo dai cani, e tutt’e tre proclameranno fra le lacrime: “Tu hai ragione, Signore!”, allora certo sarà l’apoteosi della conoscenza e tutto si spiegherà. Ma ecco, proprio qui è il busillis, è proprio questo che io non posso accettare. E mentre sono sulla terra mi affretto a prendere le mie disposizioni. Vedi, Aljòsa, se vivrò anch’io fino a quel momento o se risusciterò per vederlo, potrà realmente accadere che anch’io esclami con gli altri, vedendo la madre abbracciare il carnefice del suo bimbo: “Hai ragione, Signore!”, ma io questo non lo voglio esclamare. Finché c’è ancor tempo, corro ai ripari e perciò rifiuto assolutamente la suprema armonia. Essa non vale una lacrima anche sola di quella bambina martoriata che si batteva il petto col piccolo pugno e pregava il “buon Dio” nel suo fetido stambugio, versando le sue lacrime invendicate. Non la vale, perché quelle lacrime son rimaste da riscattare. E dovranno essere riscattate, altrimenti non ci potrà essere neppure l’armonia. Ma come, come le riscatterai? È forse possibile? Col vendicarle più tardi? Ma a che mi serve vendicarle, a che mi serve l’inferno per i carnefici, a che può rimediare l’inferno, quando i bambini sono già stati martirizzati? E che armonia è questa, se c’è l’inferno? io voglio perdonare, voglio abbracciare, e non che si continui a soffrire. E se le sofferenze dei bambini hanno servito a completare quella somma di sofferenze che era necessaria per l’acquisto della verità, io affermo fin d’ora che tutta la verità non vale un simile prezzo. Non voglio, insomma, che la madre abbracci il carnefice che fece straziare il figlio suo dai cani! Si guardi bene dal perdonargli! Perdoni, se vuole, per proprio conto, perdoni al carnefice la sua smisurata sofferenza materna, ma non ha il diritto di perdonare la sofferenza del suo bimbo straziato; si guardi dal perdonare al carnefice, anche se gli perdonasse il fanciullo stesso! Ma se è così, se non si ha il diritto di perdonare, dov’è l’armonia? C’è nel mondo intero un essere che possa perdonare e che ne abbia il diritto? Io non voglio l’armonia, non la voglio per amore verso l’umanità. Preferisco che le sofferenze rimangano invendicate. Rimarrei piuttosto col mio dolore invendicato e col mio sdegno insaziato, anche se avessi torto! Troppo poi si è esagerato il valore di quell’armonia, l’ingresso costa troppo caro per la nostra tasca. E, perciò mi affretto a restituire il mio biglietto d’ingresso. E, se sono un galantuomo, ho l’obbligo di restituirlo al più presto possibile. E così faccio. Non è che non accetti Dio, Aljòsa, ma Gli restituisco nel modo più rispettoso il mio biglietto.

– Questa è una rivolta – disse Aljòsa piano, con gli occhi a terra.

La vera rivolta, tuttavia, a me sembra quella opposta, quella del riconoscimento di un caos originario, al cospetto di un’armonia da difendere a ogni costo.

L’armonia deriva dall’accordo degli opposti e quindi non vi può essere armonia se non vi sono opposti. Siamo così messi in guardia da ogni concezione irenista e rassicurante che pensa l’armonia come smussamento delle differenze ed eterno compromesso all’insegna di una visione diplomatica della vita, di quella ricerca così esasperata della mediazione da far perdere ai fenomeni la loro specifica identità. Vi è una differenza fondamentale tra equilibrio statico e armonia, perché l’armonia è sempre dinamica e quindi drammatica (nel senso del termine greco drâma, «azione», dal verbo dráō, «fare, compiere»).

Scaturisce da qui la visione della vita che Pavel Florenskij, scrivendo dal gulag al figlio Kirill nella notte del 7 dicembre 1935, due anni prima di essere assassinato e gettato in una fossa comune per mano e nel nome del comunismo, definiva ottimismo tragico:

“Si tratta della visione della vita dell’antichità greca, di un ottimismo tragico. La vita non è affatto una festa e un divertimento continuo; nella vita ci sono molte cose mostruose, malvagie tristi e sporche. Tuttavia, rendendosi conto di tutto questo, bisogna avere dinanzi allo sguardo interiore l’armonia e cercare di realizzarla”.

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FONTI:

F. M. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Garzanti, Milano, 1979, vol. I.

Platone, Fedro, edizione italiana a cura di Giovanni Reale, Bompiani, Milano 2009.

Vito Mancuso, la via della bellezza, Garzanti, Milano 2018.

Pavel Florenskij, lettera del 7 dicembre 1935, in Non dimenticatemi. Dal gulag staliniano le lettere alla moglie e ai figli del grande matematico, filosofo e sacerdote russo [1933-1937], a cura di Natalino Valentini e Lubomír Žak, Mondadori, Milano 2000.

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