La nefasta bellezza delle fiamme

George Orwell, autore di 1984, appartiene agli scrittori che, verso la metà del XX secolo, hanno riflettuto sull’estetismo antiumanista. In primo luogo egli si interroga sul prezzo che saremmo disposti a pagare per assistere alla nascita di un capolavoro. “Se Shakespeare ritornasse domani sulla terra e si venisse a sapere che il suo passatempo preferito era quello di violentare le ragazzine nelle carrozze dei treni, non gli si dovrebbe dire di continuare così, con il pretesto che potrebbe scrivere un altro Re Lear.” Non lo diremmo, perché ci troveremmo di fronte alla confusione di due prospettive, estetica ed etica (addirittura legale). Ogni atto va giudicato in quanto tale, l’uno non riscatta l’altro. Non è vero, come sosteneva Baudelaire, che

la bellezza del corpo è un dono sublime
capace di trovare un perdono a ogni infamia.

La bellezza caratterizza un aspetto peraltro provvisorio dell’oggetto e dell’essere, non la sua totalità. ” La prima cosa che chiediamo a un muro è che rimanga su”, continua Orwell. “Se rimane su, è un muro ben fatto e la domanda relativa a quale scopo abbia può esserne distinta. Nondimeno, il miglior muro del mondo merita di essere abbattuto se circonda un campo di concentramento. Il muro è un altro elemento essenziale, che non fa dimenticare il suo aspetto, anche quando fosse particolarmente bello. In occasione dei bombardamenti di Berlino durante la Seconda Guerra mondiale, Albert Speer, architetto favorito di Hitler e divenuto ministro degli armamenti, indulge al piacere di gustare la bellezza dello spettacolo, proprio mentre le bombe mettono in pericolo la nazione che egli serve: “Bisognava costantemente ricordarsi il volto atroce della realtà per non lasciarsi affascinare da questa visione”. Quando esplode il reattore di Chernobyl, gli scienziati che abitano nelle vicinanze, sebbene conoscano meglio di chiunque altro i rischi delle radiazioni, non possono evitare di avvicinarsi per guardare: è un fuoco veramente affascinante. Esitiamo ad approvare questo fascino per il bello: sappiamo troppo bene che, ancora una volta, nasconde “il volto atroce della realtà”. A maggior ragione ci riesce difficile ammirare la persona che coltiva la propria gioia estetica senza tener conto delle sofferenze che impone come prezzo del proprio piacere a quanti le stanno intorno. Ecco perché condanniamo Nerone che, secondo l’aneddoto classico, dà fuoco a Roma per ammirare la bellezza degli incendi: la sua estasi estetica è pagata con la rovina degli abitanti di Roma, ma il dolore degli uni pesa molto più della bellezza delle fiamme.

(cfr. La bellezza salverà il mondo, Tzvetan Todorov, Garzanti, Milano 2010, pp. 212-213)

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