La libertà infinita del pensiero plurale

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Supponiamo di essere di fronte alle opzioni X e Y. A una prima considerazione, la scelta di X esclude Y, ma bisogna intendersi: posso scegliere di bere e anche di non bere; sembrerebbe che la scelta di bere abbia lo stesso peso della scelta di non bere; tuttavia, se si sceglie di bere, qualcosa accade, e non qualcosa qualsiasi: accade che un liquido scende pacatamente nello stomaco… E se non si beve, cosa accade? Qualcosa, sicuramente… Ma qualcosa legato al bere? No. Qualcosa di indipendente dal bere. E comunque, bevendo, non ci si preoccupa della non scelta di non bere. Ormai, senza rimorsi e rimpianti, si sta bevendo… e non è possibile tornare indietro.

Ancora un altro esempio: se scelgo di uccidere una zanzara, la possibilità di non ucciderla produrrà i suoi effetti fin tanto che non sia abbattuta. Solo una volta uccisa, non sarà possibile retrocedere a livello di scelta.

Il non bere o il non uccidere rimangono pertanto su uno spazio di possibilità sino al compimento dell’azione.

Cosa succede invece se si sceglie a partire dalla relazione oppositiva, cioè se si sceglie di bere e di non bere, contemporaneamente? Cosa succede se non ci si limita a scegliere di uccidere la zanzara ma si pensa anche alla possibilità opposta? Cosa significa, cioè, scegliere entrambe le possibilità? Si compie forse la scelta di non scegliere? Sembrerebbe che lo spazio della possibilità si ravvivi. Invece, nella negatività, la scelta affonda.

Troppo spesso l’opzione non nasce da noi, non è il frutto di un nostro paziente ricercare; non siamo realmente noi a scegliere… ma tutto nasce da un’imposizione più o meno occulta che proviene dagli uffici marketing alle dipendenze della matrice-Mondo. Ci sembra di scegliere, mentre in verità siamo letteralmente scelti. Vorremmo tornare indietro, ma ci accorgiamo di non esserne capaci. In tal caso, il cosmo ci appare in forma deterministica, un sofisticato orologio di newtoniana memoria. Costretti all’acquisto, torniamo a casa spossati dalla lunga fila alla cassa numero 28. Non sappiamo rinunciare e, l’indomani, ci ritroviamo a rimettere in borsa gli stessi inutili prodotti di cui abbiamo piene le stanze. Tornando a casa, ci viene in mente quel film, Sliding Doors (1998), dove il destino della protagonista (Gwyneth Paltrow) è legato alla possibilità di riuscire o meno a salire sulla metropolitana. Se le porte non si fossero chiuse o se si fossero chiuse un attimo dopo essere precipitosamente saliti, tutto sarebbe cambiato, perché l’orizzonte delle possibilità future dipende dalla possibilità che un evento vada in un modo oppure in un altro. Certo, infinite possibilità si erano racchiuse in quel frangente: che qualcuno si frapponesse tra la protagonista e le porte della metropolitana, o che un pensiero spinga a rallentare la corsa un attimo prima e via discorrendo. I destini possibili sono infiniti.

Nell’ambito della meccanica quantistica, non è possibile prevedere esattamente un evento futuro; ci serviamo della probabilità – che è sorella della possibilità, anche se non si conoscono bene. Una delle conseguenze del principio di indeterminazione di Heisenberg, inoltre, è che l’universo in cui viviamo non è l’unico esistente. A rigore, non si può parlare di universo, perché in questione è un cosmo in cui coesistono un’infinità di universi possibili. In altre parole, da qualche parte, in dimensioni ineffabili, esistono infinite copie di noi stessi, con scelte di vita che possono essere simili o anche del tutto diverse dalle nostre. E allora, ci si chiede: come sarebbe andata se avessi fatto in quel modo? Se mi fossi lavato il viso per un istante in più quella mattina che fui investito da una vettura in corsa? E se fossi tornato prima a casa? E se avessi avuto un euro in più? Domande fatali, che ricordano la “scappatina” di Nicolas Cage in The family man. Secondo la teoria del multiverso, ogni singola scelta rappresenta un mondo a sé, dalle infinite possibilità. Eppure, sembra non sia affatto sufficiente, per noi, comuni mortali, sapere che esista una dimensione dell’alternativo sempre a portata di mano. L’anticipazione del futuro incide sulla scelta. Ma proprio il rimuginio del “come sarebbe potuta andare” induce una sensazione di rammarico persistente che può sfociare nella depressione. «Una certa dose di rammarico è connaturata alla scelta, in quanto l’emozione che accompagna l‘attesa di qualcosa è sempre superiore all’emozione provata quando questa è stata ottenuta. Ma nel rammarico è contenuta una dimensione di apprendimento: valutando gli esiti dei corsi di azione e confrontando le situazioni passate con le presenti, è possibile correggere le scelte che non hanno condotto a risultati soddisfacenti. Un eccesso di rimpianto non è buono per la nostra mente, in quanto ci inchioda ad interminabili, quanto inutili, elucubrazioni su ciò che avremmo potuto fare e non abbiamo fatto. Dal punto di vista del nostro benessere personale eccedere con l’esercizio del pensiero controfattuale può essere dannoso, in quanto alimenta sentimenti negativi e stati depressivi. Un conto è imparare dagli errori, altra cosa crogiolarsi nella riflessione ossessiva sulle scelte compiute»[1].

Occupiamoci ora in modo più rigoroso e approfondito del processo di scelta, partendo dalla premessa metodologica che «i nostri sistemi di valore non possono essere collocati solo nella sfera cognitiva e razionale»[2].

Il momento della decisione è imprescindibilmente congiunto al piano delle emozioni. In ultima analisi, le emozioni sono riconducibili a pensieri – come spiega Martha Nussbaum in un suo ottimo contributo[3] – ma in un senso del tutto specifico. Occorrerà intanto superare la visione dualistica della decisione. Antonio Damasio è uno tra i più perspicaci sostenitori della necessità di superare la dualità, di cartesiana memoria, tra emozioni e pensiero. Raccontando di un suo paziente di nome Elliot[4], il quale aveva subito un intervento chirurgico al cervello, che gli aveva procurato una compromissione delle aree deputate al collegamento tra la corteccia razionale e il sistema limbico, Damasio rileva la sorprendente incapacità di Elliot di pervenire a una decisione. Anche quando doveva aprire l’agenda per fissare il giorno del successivo incontro, Elliot si perdeva in interminabili elencazioni dei pro e dei contro per ogni possibile data, non riuscendo a decidersi per nessun giorno. Aveva perduto anche ogni sensibilità, tutto gli appariva normale, e non provava alcunché persino dinanzi al suo stesso dramma. In passato aveva un buon impiego in un grande studio legale; in seguito all’operazione, cominciò a compiere delle scelte del tutto sbagliate, che lo portarono prima al fallimento, poi a un duplice divorzio, infine alla povertà. Non riusciva a decidere, e la decisione decideva per lui! Cos’era successo al povero Elliot? Evidentemente, mancava ad Elliot il normale raccordo tra cognizione ed emozioni. Avendo perduto parte della zona prefrontale e orbitofrontale del cervello, non si emozionava più. Ciò gli impediva di decidere. Anche altri pazienti avevano questo problema. Sicché Damasio perviene alla conclusione che là dove l’apparato emozionale è compromesso, si fatica terribilmente ad assumere le più piccole decisioni. La vita diventa impossibile. In breve, gli studiosi diedero «inizio ad una considerazione diversa dei processi decisionali e del loro rapporto con le emozioni, dimostrando che il ragionamento non è interpretabile soltanto nei termini di un processo di calcolo logico e astratto. Lo scopo del ragionare è decidere e l’essenza del decidere è scegliere una risposta tra le molte disponibili al momento e in rapporto con una situazione data»[5]. In altre parole, «le scelte razionali chiamano in causa processi di valutazione in cui le emozioni giocano un ruolo fondamentale. Le emozioni i consentono di interpretare il contesto e ci fanno classificare gli eventi come buoni o cattivi per noi. Questa acquisizione consente di superare una concezione dualistica di una mente distinta dal cervello e dal corpo, concezione che a lungo ha segnato la riflessione sui comportamenti individuali»[6]. Il corpo, invero, è una struttura plurale di forze compatibili (ciò che viene chiamato anche omeostasi); ma da ciò non si deve passare alla facile e ingenua considerazione che il corpo sia un unicum, isolabile e non sottoposto a condizione.

«Le nostre scelte sono l’esito delle idee che ci formiamo del mondo, dei fatti e di noi stessi. Sono plasmate dalla nostra identità e dalle relazioni in cui siamo inseriti e sono anche l’esito della memoria di scelte passate. Comportamenti e abitudini lasciano tracce indelebili nei nostri circuiti mentali, anche se di tale tracce non abbiamo coscienza»[7]. In altre parole, ci muoviamo all’interno di una cultura che contribuisce a orientare le nostre scelte. «Contrariamente a quanto [spesso si ritiene], le credenze non sono “forme della ragione”, non attengono soltanto ai costrutti cognitivi, ma soprattutto alle passioni»[8]. Sarà allora importante considerare il ruolo delle preferenze personali – e si pensi anche alla repentina desiderabilità di certi beni, che spinge all’acquisto impulsivo, e all’inspiegabile disapprovazione di altri, che spinge alla loro trascuratezza. «I processi di scelta sono l’esito di complesse influenze la cui comprensione richiede un orizzonte multidisciplinare in grado di ampliare le teorie della scelta, esplorando le risposte emerse dagli studi di economia comportamentale, di psicologia economica e dalle neuroscienze»[9], senza con ciò ritenere che permanendo a livello di tali risposte si possa giungere all’esaustività. Non è per nulla sufficiente rammentare che è meglio avere più alternative di fronte. «Le alternative non sono sempre misurabili, né confrontabili tra loro, il valore soggettivamente percepito può essere sovrastimato; possono verificarsi distorsioni nell’interpretazione delle informazioni e nella rappresentazione delle alternative. Quindi una rappresentazione razionale delle alternative non è semplice, non solo per limiti di competenza»[10]. Entra in questione anche il problema della compatibilità delle nostre scelte con altre scelte (con riguardo non necessariamente alle nostre passate). Cioè, «in ogni scelta sono implicate dimensioni individuali, culturali e sociali».

Ma sono anche implicate componenti “irrazionali”, relative: all’attesa (decidiamo in base a ciò che ci sembra dovrà accadere o in seguito a effetto placebo), alla soddisfazione, reale o presunta, alla maggiore utilità futura (andiamo dal dentista per avere denti sani), alla preferenza (seguiamo l’impulso del momento), alle abitudini (andiamo dal meccanico di fiducia), alla rilevanza per la nostra sopravvivenza (uccideremmo l’uomo grasso?[11]) e così via. Che poi significa presupporre una trama di influenze oltre che la validità di una rete plurale e diveniente di scelte complesse interconnesse. E non è neppure sufficiente rammentare che le informazioni sono filtrate da categorie. Necessario è sottolineare che le categorie sono a loro volta un prodotto di altre categorie. Dimenticare ciò è dimenticare che il cosmo è costitutivamente plurale.

Un pensatore plurale è addestrato a pensare, agire e scegliere compatibilmente a questa struttura.

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[1] M. Franchi e A. Schianchi, L’intelligenza delle formiche. Scelte interconnesse, Diabasis, Parma 2014, p. 80.

[2] Ivi, p. 14.

[3] Cfr. M. Nussbaum, L’intelligenza delle emozioni, il Mulino, Bologna 2004.

[4] Cfr., A. Damasio, L’errore di Cartesio, Adelphi, Milano 1985.

[5] L’intelligenza delle formiche. Scelte interconnesse, cit., p. 43.

[6] Ivi, p. 44.

[7] Ivi, p. 46.

[8] Ivi, p. 15.

[9] Ivi, p. 12.

[10] Ivi, p. 46.

[11] Un carrello ferroviario fuori controllo corre verso cinque uomini che sono legati sui binari: se non sarà fermato li ucciderà tutti e cinque. Vi trovate su un cavalcavia e osservate la tragedia imminente. Tuttavia, un uomo molto grasso, un estraneo, è in piedi accanto a voi: se lo spingete facendolo cadere sui binari, la notevole stazza del suo corpo fermerà il carrello, salvando cinque vite, anche se lui morirà. Voi uccidereste l’uomo grasso? (Cfr. D. Edmonds, Uccideresti l’uomo grasso? Il dilemma etico del male minore, tr. it. G. Guerriero, Raffaello Cortina, Milano 2014).

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