La dottrina plurale del Karman

Nella tradizione del pensiero indiano, la dottrina del karman è legata in modo essenziale a quella della trasmigrazione degli esseri viventi attraverso nascite successive. «Io vidi gli esseri morire e rinascere – insegna il Buddha – e compresi che essi sono inferiori o sublimi, belli o brutti, sfortunati o fortunati, secondo le loro azioni (kamma) … Qual è, o monaci, il risultato delle azioni? Triplice io dico essere il risultato delle azioni: nell’esistenza presente, nell’esistenza futura e nel corso di nascite successive» (Gnoli, I, p. 391; cfr. McDermott, p. 165). Ogni individuo è l’erede delle azioni meritorie o delittuose, compiute in una esistenza precedente.

È sufficiente riflettere sulla struttura interna di questa dottrina, per rendersi conto che essa non è che una trasposizione e un’esplicitazione sul piano cosmico della nozione di karman/crimen: la sua stessa possibilità riposa secondo ogni evidenza sul fatto che karman significhi crimen, che vi sia, cioè, qualcosa come un’azione imputabile e produttrice di conseguenze. La prossimità tra la concezione per così dire giuridica del crimen e quella etico-religiosa della trasmigrazione appare con chiarezza nell’esemplificazione che si può leggere nell’Anguttara Nikaya delle due classi di azioni colpevoli: «quelle che producono le loro conseguenze nell’esistenza presente (dittadhammika) e quelle che le producono in un’esistenza futura (samparāyika). Esempio della prima classe è un uomo che commette un furto, è arrestato dalle autorità e punito con la tortura per il suo crimine. Alla seconda classe appartengono le azioni commesse con il corpo, con la parola o con il pensiero che verranno punite in una rinascita corrispondente» (McDermott, p. 178). L’idea della trasmigrazione non fa che estendere alle esistenze future le conseguenze dell’atto colpevole.

Non sorprende, pertanto, ritrovare anche nei teorici indiani l’avvertenza, che ci è familiare, secondo cui l’azione, per essere imputabile, dev’essere intenzionale o voluta. «Io dico, o monaci, che cetanā (l’intenzione) è kamma: solo avendo inteso (cetayitvā), un uomo compie un’azione con il corpo, con la parola o con il pensiero» (ibid., p. 181; cfr. Gnoli, I, p. 498). E, come precisa uno studioso, «intenzione» non significa qui il semplice atto della decisione in sé, ma, come per i giuristi occidentali, ciò che mette in moto l’azione e la congiunge al risultato (Guenther, p. 42).

Se, sulle tracce di un celebre articolo di Antoine Meillet su La Réligion indo-européenne, si volesse parlare, sia pure con le dovute cautele, di qualcosa come un’etica indoeuropea, allora il concetto di karman/crimen sarebbe certamente la sua categoria fondamentale. Senza questa nozione, infatti, sia la dottrina buddhista di una liberazione dell’uomo dalla sfera karmica del fare concatenato, sia la concezione della colpa e della pena, dell’agire virtuoso e della sua ricompensa, che stanno alla base del diritto e della morale dell’Occidente, non avrebbero semplicemente senso.

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[Giorgio Agamben, Karman. Breve trattato sull’azione, la colpa e il gesto, Bollati Boringhieri, Torino 2017, pp. 49-52]

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