La creatività a fondamento del fluido pensiero

Una forma importante di pensiero plurale coinvolge la creatività[1] (e in genere l’arte e le scienze).

L’essere umano ha una sua essenziale versatilità; possiede una capacità straordinaria di adattarsi e di adattare, di prevedere e di rintracciare, di prepararsi e di riattivarsi, di fermarsi e di rimettersi in cammino. Una mente flessibile e creativa permette di superare ogni difficoltà; persino di far tesoro della negatività. Una mente atrofizzata, ricolma di fatue certezze, appiattita sul molteplice, incapace di guardare oltre, lacerata dal risentimento, è una vera iattura. La creatività è una Via di liberazione… vediamo in che senso…

Quello della creatività – afferma Annamaria Testa[2] – non è un concetto univoco, coerente, oggettivo. In generale, rievoca una forza interiore per molti versi ineffabile (che può trarre risorse anche dall’esterno), capace di spingere a trovare alternative là dove non sembravano essercene, che induce a decidere diversamente, a vedere la realtà da più punti di vista, affrontando i problemi “lateralmente” e in modo “divergente” e “inconsueto”, trovando soluzioni efficaci che rompano gli schemi comuni dell’esperienza[3].

«Al livello più semplice “creativo” significa far nascere qualcosa che prima non esisteva»[4]. E le idee sembra che procedano secondo discontinuità: nascono dal nulla e finiscono nel nulla, contravvenendo ai principi di conservazione e di trasformazione della materia e dell’energia che regolano le sostanze fisiche (per le quali non è possibile concepire il passaggio dal nulla all’ente e viceversa). D’altro canto, l’idea che la creatività s’innesti sul nulla è fin troppo radicata. «La mente può vedere solo ciò che essa è preparata a vedere»[5]. E se non vi è nessun fondo, la creatività assume i caratteri della casualità. Ora, non è della casualità che intendiamo parlare qui, ma della creatività sistematica, quella di cui ci possiamo avvalere imparando delle tecniche e delle strategie particolari. Quella che può essere insegnata anche a dei geni. Ciò che conta, tuttavia, è «la propensione dell’individuo a fermarsi a riflettere e a focalizzare la propria attenzione su qualche aspetto, per poi cominciare a vedere le cose dal di fuori»[6]. La creatività acquista senso per la capacità di rinnovare l’esistente, ampliarlo qualitativamente. Se non c’è creatività c’è ripetitività e consuetudine. Ma se c’è creatività non c’è per forza ribellione e anticonformismo. Se non si parte dalla constatazione che una maggior numero di informazioni non è sufficiente a innescare un processo di creatività rimaniamo invischiati nella convinzione che la quantità faccia qualità.

Avere un’informazione in più è certamente importante. «Il guaio è che raramente l’informazione si presenta sotto forma di pura informazione. Di solito l’informazione si presenta già inserita in concetti e percezioni. Se questi concetti e percezioni vengono fatti propri, il nostro pensiero è costretto entro il tracciato di questi binari»[7]. La creatività allora dipenderà dalla capacità di attivare altre percezioni, sulla base di ciò di cui si dispone. In altre parole, tenendo conto di ciò che si percepisce già, andare oltre, affinando ciò che c’è da affinare, eliminando a piccoli passi l’imperfezione, riconoscendo gli errori e compiendo continuamente nuove ipotesi.

Ma occorre essere consapevoli di ciò che si ha già. Altrimenti è come se si avanzasse ciecamente[8]. Ecco il senso del pensiero laterale: «non si scava un’altra buca approfondendo lo scavo della stessa buca […] Con il pensiero laterale ci spostiamo di traverso alla ricerca di nuove percezioni, nuovi concetti e nuovi modi di affrontare le questioni»[9]. Ma è vero che una forma mentis monolitica e fin troppo consuetudinaria, passiva e ripetitiva, autoreferenziale e limitativa, è indice di malattia; mentre costituisce motivo di salute il possesso di un pensiero plurale e creativo. Per preservare la propria salute e non cadere così facilmente nei gangli della rigidità inconsapevole, occorre esercitare continuamente un pensiero aperto e creativo, compatibile alla struttura plurale e pluralmente diveniente del cosmo. Naturalmente, ciò non basterà a renderlo immune dalla rigidità involontaria[10]. Permetterà tuttavia di renderlo più forte e possente, più reattivo e intuitivo.

E se epi istemi significa ‘stare sopra’, tenersi saldi a una verità stabile e possente, l’ex-stasi indica il fuoriuscire dalla stabilità e dalla permanenza. Ogni atto creativo possiede lo slancio a oltrepassare la verità epistemica, nella dialettica di una trasgressione volta al riassorbimento del diverso, alla reazione anti-conformista del pensiero plurale. La ragione che si afferma epistemica, che si fonda su contenuti certi e universali, finisce per restringere il campo della creatività, quindi delle arti e delle scienze. Paradossalmente, una ragione epistemica fonda la verità, pur senza averne a disposizione…

«Ogni creazione è singolare e il concetto come creazione propriamente filosofica è sempre una singolarità. Il primo principio della filosofia è che gli Universali non spiegano niente, ma devono essere spiegati»[11].

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[1] A tal proposito, traiamo utili informazioni, sia pure a carattere introduttivo, da un articolo di U. Curi, Alle radici di un attributo divino e umano – pubblicato sul Corriere della Sera del 30 agosto 2013, pp. 40-41 – del quale si ripropone qui di seguito ampio stralcio. La derivazione più attendibile del verbo italiano ‘creare’ – spiega il filosofo veronese – è quella dal sanscrito ‘kar-‘, che ritroviamo nel greco ‘kaino’, ‘produco’, oltre che in ‘krantor’, il ‘dominatore’ e ‘kreion’, ‘colui che fa’, sempre col significato di ‘produrre’, ‘generare’, ‘fabbricare’. Ne troviamo traccia anche in crescere (una forma incoativa di “creare”), che starebbe appunto a indicare il processo mediante il quale qualcuno o qualcosa si va formando. La medesima radice sanscrita la troviamo nel nome di due divinità: Kronos (il «creatore», padre di Zeus) e Ceres («quella che produce», divinità delle messi e della coltivazione dei campi). Ciò confermerebbe il fatto che la creatività rappresenta una forma specifica del fare, con particolare accentuazione sulle potenzialità generative. La concezione cristiana del Dio «creatore» chiarisce ulteriormente il quadro concettuale: vi è ribadita la funzione «generativa» della creazione, con l’aggiunta di un ex nihilo che sottolinea l’anteriorità cronologica e ontologica di Dio rispetto ai prodotti della creazione. Il mondo greco antico conosce due modi ben distinti e due termini per alludere a ciò che chiamiamo intelligenza: nous e metis. La prima è l’intelligenza inattiva e contemplativa, quella che intus-legit, ‘legge dentro’ le cose, le conosce nella loro essenza, senza tuttavia preludere ad alcun tipo di azione o di comportamento. È l’intelligenza astratta, disimpegnata da ogni vincolo con il «fare». Ben diversa è invece la metis, l’intelligenza attiva ed esecutrice, preposta all’azione, dunque provvista di abilità e di prudenza, di astuzia e pazienza. Il nous contempla; la metis, come la creatività, genera. Già nell’Iliade, Odisseo è presentato come polymetis, ‘molto astuto’ e polymechanos, ‘molto abile’, polytlas, ‘molto paziente’: un campione di quell’intelligenza pragmatica capace di creare soluzioni anche in situazioni all’apparenza senza sbocchi. La guerra di Troia si concluderà per quello che potremmo chiamare un esempio di vivace creatività, un vero «colpo di genio» di Ulisse, al quale si potrebbe dunque riferire ciò che Eraclito scrive di Pitagora quando lo accusa di essere kopidon archegos, ‘inventore primo di inganni’. Ma campione della metis è anche Prometeo (che la metis porta già nel suo stesso nome). Egli sarà assunto come patrono degli artigiani, perché accreditato della capacità di produrre e di «pensare prima». Senza dimenticare che Zeus riuscirà a vincere la lotta per la conquista dell’Olimpo solo quando avrà ingoiato colei che egli aveva scelto come sua compagna, Metis, appunto, riuscendo con ciò ad aggiungere a Kratos e Bia, al Potere e alla Violenza, anche l’intelligenza pratico-creatrice (quasi a dire che, per governare, non basta l’esercizio della violenza e l’uso del potere, ma occorre la creatività). Così si comprende anche per quale motivo la dimensione temporale che più si addice alla creatività della metis non è il chronos, il tempo della successione, la misura del divenire, l’accezione quantitativa di tempo; connesso alla metis è piuttosto il kairos, il tempo opportuno, l’attimo che fugge, e cioè quella variante qualitativa del tempo in cui si manifesta un evento extra-ordinario, che va afferrato al volo, come insegna la raffigurazione classica del kairos: un giovane calvo sulla nuca e provvisto di un vistoso ciuffo sulla fronte, che dobbiamo afferrare quando ci viene incontro, se non vogliamo perdere il «momento buono». Ciò che nella nozione originaria di metis appare ancora implicito e indistinto, esplode nella cultura moderna e contemporanea talora in forma di contrapposizione insanabile. Soprattutto nella concezione romantica, la creatività è un requisito attinente all’affettività e ai sentimenti ma non alla ragione (il cui dispotismo geometrico è considerato in contrasto con la libera espansività della creazione artistica). Già dai primi decenni del Novecento, però, l’irrompere della Gestaltpsychologie prima e del cognitivismo poi, in campo psicologico, nonché l’affermazione travolgente delle neuroscienze conducono a un simmetrico rovesciamento dell’impostazione romantica. Non l’arte, ma la scienza, non gli affetti ma la razionalità, costituiscono il terreno di espressione della creatività. Si profila con ciò una sorta di dualismo fra due accezioni diverse di affettività, a seconda che essa venga riferita all’intuizione e alla sfera generale dei valori poetici, in una visione in sostanza anti-razionalistica che sopravvive nel pensiero francese fino all’inizio del nostro secolo; ovvero che essa sia collegata allo stereotipo dell’uomo di genio in campo scientifico, capace di produrre innovazione anche in campo tecnologico, secondo una concezione che gode di particolare credito nei Paesi di lingua inglese. Al di là di questo dissidio, la recente forte ripresa di interesse per la creatività non può occultare un punto decisivo, e cioè che essa conserva tuttora un margine di enigmaticità, tale da renderla solo parzialmente decifrabile, al punto da far apparire tutt’altro che paradossale la corrosiva battuta di Einstein: «Il segreto della creatività è saper nascondere le proprie fonti».

[2] Cfr. A. Testa, La trama lucente. Che cos’è la creatività, perché ci appartiene, come funziona, Rizzoli, Milano 2010.

[3] Shelley Carson, psicologa della creatività presso la Harvard University, è giunta ad affermare, in seguito a ricerche e sperimentazioni, che «una buona dose di conoscenze è il primo passo verso la creatività» (questa e le successive citazioni sono tratte da un articolo di N. V. Bryce, Il momento dell’intuizione, in Mente & Cervello, n. 120, dicembre 2014, pp. 26 e ss.). Ma è necessario lasciare la mente libera di vagabondare. In altre parole, se la mente è attiva e accoglie qualsiasi cosa gli capiti di pensare, leggendo qualsiasi testo e anche scrivendo di qualsiasi argomento, errando nella caotica molteplicità, perverrà a sviluppare doti creative. Intendiamoci, tuttavia. Occorrerebbe invero verificare fino a che punto sia stata la confusione e non l’attività conoscitiva stessa ad aver sospinto in direzione dell’originalità creativa. È vero che la mente, se lasciata a se stessa, trova un equilibrio (omeostatico) e un riordinamento dei pensieri, nella sua spontaneità processuale. Se un tale processo fosse invece ostacolato dalla premura di voler formalizzare ciò che si ritiene una grandiosa intuizione (e non solo attraverso la messa per iscritto ma anche attraverso una semplice espressione orale), si finirebbe per oggettivare e inibire ciò che è ancora in fase di sviluppo. La miglior cosa da fare è attendere che il pensiero dia il via, senza precipitarsi a esternare tutto ciò che sovvenga. D’altronde, le soluzioni ai grandi problemi richiedono pratica, abilità e studio; ma l’esito creativo si ha quando la propria esperienza è messa in pratica in campi nuovi. «Che stiate cercando di provare l’ultimo teorema di Fermat o di pianificare una festa di compleanno, trovare soluzioni nuove implica un po’ di esperienza. La quantità di preparazione necessaria è variabile, ma più si conosce il problema, migliori saranno gli strumenti a disposizione per risolverlo». La scrittura “automatica” di ascendenza futurista-espressionista, affonda le sue radici in un pensiero che si è già strutturato e ora fa riaffiorare quanto ha accumulato nel tempo della sua esperienza conoscitiva. E si struttura se si è impegnato in un lavorio propedeutico, in cui la dimensione conscia dialoga con quella conscia, rendendo possibile un determinato contenuto creativo. «Una ricerca congiunta delle università di Amsterdam e di Bologna ha dimostrato che dormire alla vigilia di un problema e immergersi in un’attività alternativa può aiutare a elaborare inconsciamente soluzioni creative […] Lo scrittore Robert Louis Stevenson e il musicista Paul McCartney, per esempio, si servivano dei sogni come spunti per nuove opere. Sono diversi i problemi quotidiani che si possono risolvere in questo modo, e ciò spiega perché molti sostengono di essere incappati nell’idea che cercavano mentre facevano la doccia o durante una passeggiata». Se al termine “automatica” attribuiamo il significato di “spontanea”, “impulsiva”, “estemporanea”, non solo ci si sta riferendo a una forma di espressione scritturale infantile ma anche a un modus operativo che di fatto strozza la creatività nel mentre crede di liberarla. Pensare prima di agire è sempre il consiglio migliore che si possa dare a chi intenda compiere un percorso di reale consapevolezza. Un pensiero meditativo che qui dialoga con il pensiero creativo, nella coesistenza di compatibili funzionalità. Secondo alcuni studi, il momento dell’intuizione si accompagna a un picco di attività alfa a livello della corteccia visiva. «Questa attività […] inibisce la segnalazione neuronale: ciò significa che quando il cervello fa un passo avanti dal punto di vista intellettivo è meno coinvolto nell’elaborazione dell’informazione visiva, forse perché questo tipo di stimoli può essere una distrazione. Questi risultati indicano che, per aiutare il cervello, ad avere un’intuizione potremmo dover semplicemente chiudere gli occhi». Tuttavia, nessuna intuizione nasce dal caso e a prescindere dall’attività intellettuale stessa.

[4] Creatività per tutti, cit., p. 21. Sul tema (peraltro vario e articolato) sussiste una sconfinata letteratura; si suggerisce, oltre i testi di De Bono, M. Michalko, Strumenti per la creatività, tr. it. A. Cerchiari, Alessio Roberti, Urgnano (BG) 2009; Ed Catmull e A. Wallace, Verso la creatività e oltre, tr. it. P. Lucca, Sperling & Kupfer, Milano 2013; S. Bartezzaghi, Il falò delle novità, De Agostini, Novara 2013. Per un’analisi dettagliata del tema, secondo la prospettiva della psicologia, cfr. P. Cherubini, Psicologia del pensiero, Raffaello Cortina, Milano 2005.

[5] Creatività per tutti, cit., p. 48.

[6] Ivi, P. 24.

[7] Ivi, pp. 53-54.

[8] Si tenga conto che il concetto stesso di “intuizione” non rimanda soltanto ad acume e perspicacia; essa riguarda anche la capacità di avere una sensazione come frutto dell’esperienza e della riflessione. «Il problema è stabilire se c’è un processo mentale produttivo che si svolge al di fuori della nostra coscienza. Anche se questo non avviene, può verificarsi una specie di riorganizzazione delle informazioni che alimentiamo nella nostra mente, senza che da parte nostra ci sia alcuno sforzo consapevole per produrre un risultato» (ivi, p. 64). Ad ogni modo, oltre all’intuizione occorre la motivazione, cioè l’essere disposti a dedicare tempo alla creatività e alle sue tecniche di apprendimento.

[9] Ivi, p. 83.

[10] Di immunologia se ne parlerà approfonditamente in un prossimo articolo.

[11] G. Deleuze, F. Guattari, Che cos’è la filosofia?, tr. It. A. De Lorenzis, Einaudi, Torino 2002, p. 45.

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