La Bibbia non parla di Dio?

Non esiste, nella lingua ebraica impiegata nell’Antico Testamento, una parola che indichi Dio nel senso inteso dalla teologia cristiana: come Ente supremo, trascendente, eterno, infinito, onnipotente, onnisciente, Bene e Amore assoluti, creatore, altissimo e perfettissimo.

Lo sostiene Mauro Biglino nel suo libro La Bibbia non parla di Dio, pubblicato presso Mondadori nel 2015. L’articolo che segue prende le mosse dall’intrigante testo del lo studioso torinese e sviluppa alcuni concetti di natura filologica e teologica.

Anzitutto, cos’è la Bibbia?

Il termine “Bibbia ebraica” è solitamente usato per indicare i testi sacri della religione ebraica, l’etimologia di Bibbia è greca e significa semplicemente, come si è visto, libri, il termine più frequentemente usato è tuttavia Tanakh, acronimo privo di significato nella lingua ebraica e formato dalle iniziali delle parti nelle quali vengono raggruppati i 24 libri:

Torah (= Legge o anche Insegnamento; Pentateuco = 5 Testi (Libri) in greco)

Neviim (= Profeti) a loro volta divisi in profeti anteriori e posteriori

Ketuvim (= Scritti; Agiografi = scritti sacri in greco)

Tutti i libri della Bibbia ebraica sono stati scritti principalmente in ebraico con alcune piccole parti in aramaico.

Nell’ambito dell’ebraismo antico alcune correnti, in particolare i sadducei, consideravano come sacra la sola Torah, i samaritani hanno mantenuto una posizione simile, considerando canonici solo la Torah e il Libro di Giosuè.

Le antiche comunità ebraiche di lingua greca, oggi estinte, seguivano invece un canone più ampio dell’attuale canone ebraico, il cosiddetto Canone alessandrino, derivato dalla versione dei Settanta della Bibbia. Nel I secolo d.C. per l’ebraismo venne considerato come definitivo il Canone palestinese, più ristretto di quello alessandrino.

«Tutte le Scritture sono state scritte per questo: perché l’uomo capisse quanto Dio lo ama e, capendolo, s’infiammasse d’amore verso di lui». (Sant’Agostino, De catechizandis rubidus 1,8).

La Bibbia cristiana comprende l’Antico Testamento e il Nuovo Testamento, specifico cristiano, cioè la parte relativa a Gesù e alla nascente Chiesa apostolica.

Le chiese protestanti, seppure con differenze a seconda dei periodi, escludono dall’Antico Testamento gli stessi libri esclusi dal Canone ebraico. La Chiesa cattolica e quelle ortodosse seguono invece il Canone alessandrino (con alcune differenze), che comprende libri in origine scritti sia in ebraico che in greco.

I libri che non appartengono al canone della Bibbia ebraica sono detti deuterocanonici dai cattolici mentre sono considerati apocrifi dai protestanti, i quali il più delle volte li inserivano come appendice a parte fra i due testamenti.

Anche per il Nuovo Testamento, scritto in greco (anche se forse l’evangelista Matteo compose il suo libro in ebraico o aramaico), in età antica vi erano state differenze fra le varie chiese sul numero dei libri da recepire come ispirati. In particolare erano sorti dubbi sulle epistole non attribuite a Paolo di Tarso e sull’Apocalisse. I libri controversi del Nuovo Testamento furono detti nell’antichità antilegomena.

Antico Testamento

L’indice della Bibbia cattolica non segue la cronologia dei testi, ma è divisa in quattro parti in base al contenuto: cioè il Pentateuco, i Libri Profetici (anteriori = Libri Storici e posteriori = profetici propriamente detti), Scritti (tra i quali i Libri Sapienziali), Deuterocanonici. Il numero, l’ordine ed il titolo dei vari libri varia a seconda dei diversi canoni. I libri contenuti al suo interno sono 46 e parlano del popolo ebraico, dei suoi padri, re e profeti. Ci sono anche testi appartenenti all’epoca ellenistica, prima della nascita di Gesù, tranne Sapienza ultimo libro della Bibbia (Antico Testamento) scritto nell’era cristiana all’inizio del I secolo d.C. I Libri deuterocanonici non sono riconosciuti come ispirati e quindi appartenenti al canone dalle chiese protestanti e da alcune altre confessioni.

Fonti del testo ebraico

Circa le fonti dell’Antico Testamento ebraico, i testimoni più antichi sono i manoscritti biblici di Qumran, ritrovati nel 1947, che contengono frammenti più o meno ampi di tutti i testi della Bibbia ebraica escluso il libro di Ester. Nel complesso risalgono a un ampio periodo che va dal 250 a.C. circa al 68 d.C.

I testimoni più autorevoli prodotti dai masoreti e che sono risultati sostanzialmente concordi coi manoscritti biblici di Qumran sono:

Codice del Cairo, datato 895-896 d.C.

Codice di Aleppo (A), datato 925-930 d.C.

Codice di Leningrado b19A (Codex Lenigradensis, L). Risale al 1008-1009 d.C.

Il testo critico (cioè che tiene conto delle varianti dei principali testimoni) usato attualmente come modello per il testo ebraico è quello della Biblia Hebraica Stuttgartensia (BHS), basato su L, realizzato da Karl Ellinger e W. Rudoph nel 1966 (1977, 1983, 1990) della Deutsche Bibelgesellschaft di Stoccarda (Stuttgart, donde il nome).

Fonti del testo greco

Pagina del Codice Vaticano (IV secolo), riferimento principale del testo greco.

Circa le fonti del Nuovo Testamento e dell’Antico Testamento greco, i testimoni più antichi sono alcuni papiri risalenti al II secolo d.C. Si sono poi conservati complessivamente oltre cinquemila manoscritti. Di questi i più autorevoli sono:

Codice Alessandrino (A), datato inizio o metà del V secolo.

Codice Vaticano (B), composto probabilmente in Egitto nel IV secolo.

Codice di Efrem (C), che è un Palinsesto così detto perché fu scritto sopra alcuni testi, prima raschiati via, del teologo siriano Efrem. Si crede che risalga al V secolo.

Codice di Beza (D) o Cantabrigensis (di Cambridge), così chiamato perché appartenne al calvinista Teodoro di Beza. Risale al V secolo.

Codice Sinaitico (S o א): risalente alla metà del IV secolo.

Il testo critico (cioè che tiene conto delle varianti dei principali testimoni) usato attualmente come modello per il testo dell’Antico Testamento in greco, includente i libri deuterocanonici è l’edizione realizzata nel 1935 dal filologo tedesco Alfred Rahlfs (vedi Bibbia Rahlfs).

Il testo critico usato attualmente come modello per il testo greco del Nuovo Testamento è quello del The Greek New Testament (GNT), basato su B, curato da K. Aland, M. Black, Bruce Metzger, A. Wikgren, Carlo Maria Martini, B. Aland. United Bible Societies. Edizioni: 1966, 1968, 1975, 1983 e 1993.

In sintesi: «…è necessario comprendere che, quando parliamo di Bibbia, solo illusoriamente ci riferiamo a un testo unico, coerente, scritto in modo unitario in un momento preciso del lontano passato… L’Antico Testamento è un insieme di libri tra i più scritti, riscritti, manipolati, emendati, interpolati, modificati, cancellati, corretti, eliminati e poi ufficialmente ritrovati nella storia dell’umanità» (P. 22) «Le Bibbie che possediamo sono redatte sostanzialmente sulla base della Bibbia Stuttgartensia, ossia la versione a stampa del Codice masoretico di Leningrado: il codice, redatto tra il VI e il IX secolo d.C., dai cosiddetti masoreti (custodi della masorah, cioè la tradizione) della scuola di Tiberiade, appartenenti alla famiglia di Moshes ben Aaron ben Asher)» (p. 23). La Chiesa romana non ha utilizzato la traduzione dei Settanta, ma il testo in Ebraico (forse perché più vago e malleabile).

La versione dei Settanta (Septuaginta in latino, indicata anche, secondo la numerazione latina, con LXX o, secondo la numerazione greca, con la lettera omicron seguita da un apice O’), è la versione della Bibbia in lingua greca, che la lettera di Aristea vuole tradotta direttamente dall’ebraico da 72 saggi ad Alessandria d’Egitto; in questa città cosmopolita e tra le maggiori dell’epoca, sede della celebre Biblioteca d’Alessandria, si trovava un’importante e attiva comunità ebraica. Questa versione costituisce tuttora la versione liturgica dell’Antico Testamento per le chiese ortodosse orientali di tradizione greca. La Septuaginta non va confusa con le altre sette o più versioni greche dell’Antico Testamento, la maggior parte delle quali ci sono arrivate in frammenti. Fra queste ricordiamo le versioni di Aquila, Simmarco e Teodozione presenti nell’opera di Origene, l’Esapla.

L’origine della traduzione è narrata leggendariamente dalla Lettera di Aristea a Filocrate. Secondo tale racconto, il sovrano egiziano Tolomeo II Filadelfo (regno 285-246 a.C.) in persona commissionò alle autorità religiose del tempio di Gerusalemme una traduzione in greco del Pentateuco per la neonata biblioteca di Alessandria. Il sommo sacerdote Eleazaro nominò 72 eruditi ebrei, sei scribi per ciascuna delle dodici tribù di Israele, (secondo altre versioni 70), che si recarono ad Alessandria e vennero accolti con grande calore dal sovrano. Stabilitisi nell’isola di Faro completarono la traduzione in 72 giorni in maniera indipendente. Al termine del lavoro comparando fra loro le versioni, si accorsero con meraviglia che le rispettive traduzioni erano identiche. Alcuni riferiscono fossero in realtà solamente cinque i traduttori, settanta invece sarebbero i membri del tribunale (sanhedrin) che approvò la corrispondenza fra testo tradotto e originale.

Questa leggenda, improbabile circa l’effettivo contenuto storico, è tuttavia preziosa per cogliere l’alta considerazione che questa versione godeva presso l’ebraismo antico. Verosimilmente, secondo gli studiosi moderni, il Pentateuco fu tradotto ad Alessandria d’Egitto sotto Tolomeo Filadelfo (regno 285-246 a.C.). La richiesta del re ellenistico e il contributo ‘dall’alto’ del tempio di Gerusalemme potrebbe anche essere una leggenda volta a conferire autorevolezza al testo. In tal caso il lavoro potrebbe essere stato realizzato da ebrei autoctoni di lingua greca per l’uso liturgico della nutrita comunità giudaica locale e poi accolto nella celebre biblioteca.

Per la traduzione dei restanti libri, l’opera fu realizzata da una scuola di traduttori che si occupò del salterio, sempre ad Alessandria, verso il 185 a.C.; in seguito furono tradotti Ezechiele, i Dodici Profeti Minori e Geremia. Dopodiché vennero fatte le versioni dei libri storici (Giosuè, Giudici, Re), e infine Isaia. Gli altri libri, Daniele, Giobbe e Siracide furono tradotti verso il 150 a.C. A parte il Pentateuco e il Salterio, di origine appunto alessandrina, vi sono incertezze sulla località in cui vennero tradotti gli altri libri. Si situa invece in Israele nel I secolo a.C. la versione del Cantico dei Cantici, delle Lamentazioni, di Rut e Ester, poi quella dell’Ecclesiaste, probabilmente di Aquila.

I più antichi manoscritti della LXX comprendono frammenti di Levitico e Deuteronomio, risalenti al II secolo a.C. (Rahlfs nn. 801, 819, e 957), e frammenti del I secolo a.C. di Genesi, Levitico, Numeri, Deuteronomio e Profeti Minori (Rahlfs nn. 802, 803, 805, 848, 942, e 943). Manoscritti relativamente completi della LXX sono il Codex Vaticanus e il Codex Sinaiticus del IV secolo e il Codex Alexandrinus del V secolo. Questi peraltro sono i manoscritti quasi completi più antichi dell’Antico Testamento: il testo ebraico completo più antico risale al 1008 (Codex Lenigradensis).

«I rotoli del Mar Morto, i cosiddetti testi di Qumran, ci hanno restituito una versione del libro di Isaia, e questo ritrovamento non fa altro che aumentare le incertezze: tra il testo trovato in quei rotoli e la versione contenuta nella redazione curata dai masoreti ci sono più di duecentocinquanta varianti, tra cui parole intere che si trovano nell’uno e non nell’altra, e viceversa)» (pp. 26-27)

Secondo l’appassionata analisi di Biglino ciò che intendiamo con il termine “Dio” ha più a che fare con un concetto filosofico che con un Ente realmente esistente. Un concetto scaturito da un’elaborazione teorica successiva alla nascita del cristianesimo stesso, nell’alveo aperto dalla cultura ellenistica e dalla teologia d’impostazione platinica. Il termine greco theos giunge a noi attraverso il latino. Tuttavia la Bibbia, per quanto concerne i testi più antichi d’ispirazione accadico-sumerica e quelli redatti durante la cattività babilonese e nei decenni subito successivi, utilizza l’ebraico e, sia pure in minima parte, l’aramaico. Gesù stesso parlava l’aramaico, non il greco, e si può supporre, senza essere bollati di apostasia, che non conoscesse la filosofia di Socrate, Platone e Aristotele (con buona pace dell’onniscienza divina). Il Nuovo Testamento invece non prescinde dal greco. Paolo di Tarso si esprimeva in greco.

Eppure, la tradizione sostiene che i primi documenti cristiani non furono scritti direttamente in greco ma in una lingua semitica, l’ebraico oppure l’aramaico, come del resto sembrerebbe intuitivo pensare se si ammette che la religione cristiana sia nata in Palestina dall’ebraismo nel I secolo e di qui si sia propagata. L’ebraico era nel I secolo la lingua “ufficiale” della religione e della letteratura giudaica mentre si pensa che l’aramaico fosse la lingua parlata di fatto dagli ebrei in quel periodo.

Cominciamo con il constatare che nella lingua ebraica biblica non esiste un verbo che indichi l’atto del creare. Il verbo “bara”, che viene tradotto con “creare” non si riferisce all’intendimento che ne dà la teologia classica, in quanto creatio ex nihilo. Bara significa ‘plasmare’, ‘fabbricare qualcosa utilizzando materie prime o grezze’, nel senso di ‘intervenire in una situazione già esistente per modificarla’. (Si rimanda qui al testo di Mauro Biglino intitolato, per l’appunto, Non c’è creazione nella Bibbia). Ma nella Bibbia non si parla neppure di eternità, giacché il termine “olam” indica un tempo considerevolmente lungo e non la condizione di chi è senza principio né fine.

Ma veniamo ai nomi di “Dio”.

Troviamo diversi vocaboli:

– Elyon

– Elohim

– El

– Eloah

– Yahweh (Adonai)

tutti riferibili al Dio Padre d’ispirazione cristiana.

Attraverso traduzioni, rettifiche, copiature e rielaborazioni si è compiuto il miracolo della creazione di Dio, giustificandone l’esistenza sulla base della Sacra Scrittura biblica, che tutti i credenti ritengono non solo ispirata ma scritta da Dio.

Elyon

Originariamente, il termine rievoca “ciò che sta in alto”, e nel testo biblico lo ritroviamo diverse volte con questo significato.

– in Ezechiele 41,7: Salendo da un piano all’altro l’ampiezza delle celle aumentava, perciò la costruzione era più larga verso l’alto. Dal piano inferiore si poteva salire al piano di mezzo e da questo a quello più alto.

– in Giosuè 16,5-6: Questi erano i confini dei figli di Èfraim, secondo i loro casati. Il confine della loro eredità era a oriente Atròt-Addar, fino a Bet-Oron superiore; 6continuava fino al mare, dal lato occidentale, verso Micmetàt a settentrione, girava a oriente verso Taanat-Silo e le passava davanti a oriente di Ianòach.

– nel Salmo 89,28: Io farò di lui il mio primogenito, il più alto fra i re della terra.

Come si può evidentemente notare, il termine Elyon appare associato al significato di “stare in alto”, ma non tanto da essere “Altissimo” e trascendente! Si può dire di un re che è al di sopra di tutti gli altri, quasi un re dei re. Eppure, leggiamo Deuteronomio 32,8 dalla traduzione della Bibbia CEI: Quando l’Altissimo divideva le nazioni, quando separava i figli dell’uomo, egli stabilì i confini dei popoli secondo il numero dei figli d’Israele. La traduzione del termine “Elyon” qui è del tutto impropria, ne camuffa il senso, ne mistifica il significato. Una traduzione letterale, seguendo quella di Biglino, che procede da destra verso sinistra, risuona esattamente così:

 

«È chiaro che Elyon indica il comandante che, in quanto tale, aveva il potere di definire i confini dei popoli assegnando i territori alle varie genti» (Biglino, p. 39). Ma procediamo con calma, e riportiamo la traduzione di Deuteronomio 32,9 che offre la Bibbia CEI: Perché porzione del Signore è il suo popolo, Giacobbe sua parte di eredità.

Mentre quella di Biglino è la seguente:

 

In pratica, c’è un certo Yehowah che riceve dal suo re, forse da suo padre, in eredità una terra; anzi, un popolo – quello della stirpe giacobita – per poi scoprire che trattasi di “una terra deserta”, di “una landa di ululati solitari” (Deuteronomio 32,10); il che lo induce dapprima a porla a coltura, senza l’aiuto di nessuno (Deuteronomio 32,12); e infine a dichiarare guerra ai suoi “fratelli”, rei soltanto di aver ricevuto terre più ospitali e rigogliose, identificate come terre di Canaan, “terre promesse”.

Leggiamo Genesi 14, 18-19-20: Intanto Melchìsedek, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo 19e benedisse Abram con queste parole: «Sia benedetto Abram dal Dio altissimo, creatore del cielo e della terra, 20e benedetto sia il Dio altissimo, che ti ha messo in mano i tuoi nemici». Ed egli diede a lui la decima di tutto.

Emerge chiaramente la natura regale di Elyon, inteso quale comandante supremo della gerarchia militare degli Elohim.

Molto importante per la comprensione della figura di Yahweh e del ruolo da lui svolto l’attribuzione da parte di un re-comandante di una terra e di un popolo. E mentre per la tradizione monoteista Elyon e Yahweh sono lo stesso unico Dio, vien da chiedersi come sia possibile che uno dà, l’altro riceve e trattasi della stessa persona!

Chi sarebbero poi quegli altri componenti della famiglia di Elohim – propriamente “dinastia”?

Trattasi di altri eredi, tutti Adonai (sovrani) e guerrieri. D’altronde, se il termine Adonai si traduce con Signore, il termine Yahweh deriva da una traslitterazione di un misterioso tetragramma di origine egizia (forse, ma non indubbiamente ebraica… se è vero che Mosè lo incontra nel XIII secolo a. C. e la prima testimonianza di ebraico antico risale a tre secoli dopo: nel senso che non vi sono testimonianze di preesistente ebraico).

Secondo alcuni studiosi Yahweh «potrebbe derivare da una interiezione, una esclamazione che avrebbe poi assunto valore culturale: “Yahu”, che significherebbe “è lui”» (Biglino, p. 54), supponendone la derivazione dal verbo essere (in ebraico); non sappiamo, tuttavia, se il tetragramma biblico in origine fosse formato effettivamente dalle consonanti che poi sono state usate per trascriverlo. «Sappiamo però per certo che il popolo di Mosè non fu il primo a udirlo e a conoscerlo … Le nazioni mediorientali del secondo millennio a. C. sapevano che su quel territorio governava un individuo di nome YHW o YW o YWH, e che aveva addirittura una compagna che conoscevano con il nome di Ashera e che gli Ebrei della colonia di Elefantina in Egitto, ancora molti secoli dopo, chiamavano Anat-Yahu» (Biglino, p. 54-55). Da notare, infine, che il termine (forse di origine egiziana) “ish” indica un individuo maschio, da intendersi come “uomo di guerra”, “guerriero” – cosa che la stessa Bibbia afferma: Il Signore è un guerriero, Signore è il suo nome (Esodo, 15,3).

Infine, verifichiamo fino a che punto Yahweh (e come lui anche ogni Elyon) sia comparabile con qualcosa di simile all’amore… basteranno queste due citazioni bibliche…

Leggiamo da Numeri 31, 1-20:

Il Signore parlò a Mosè e disse: 2«Compi la vendetta degli Israeliti contro i Madianiti, quindi sarai riunito ai tuoi padri». 3Mosè disse al popolo: «Si armino fra voi uomini per l’esercito e marcino contro Madian, per eseguire la vendetta del Signore su Madian. 4Manderete in guerra mille uomini per tribù, per tutte le tribù d’Israele». 5Così furono reclutati, tra le migliaia d’Israele, mille uomini per tribù, cioè dodicimila armati per la guerra. 6Mosè mandò in guerra quei mille uomini per tribù e con loro Fineès, figlio del sacerdote Eleàzaro, il quale portava gli oggetti sacri e aveva in mano le trombe dell’acclamazione. 7Marciarono dunque contro Madian, come il Signore aveva ordinato a Mosè, e uccisero tutti i maschi. 8Tra i caduti uccisero anche i re di Madian Evì, Rekem, Sur, Cur e Reba, cioè cinque re di Madian; uccisero di spada anche Balaam figlio di Beor. 9Gli Israeliti fecero prigioniere le donne di Madian e i loro fanciulli e catturarono come bottino tutto il loro bestiame, tutte le loro greggi e ogni loro bene; 10appiccarono il fuoco a tutte le città che quelli abitavano e a tutti i loro recinti, 11e presero tutto il bottino e tutta la preda, gente e bestiame. 12Poi condussero i prigionieri, la preda e il bottino a Mosè, al sacerdote Eleàzaro e alla comunità degli Israeliti, accampati nelle steppe di Moab, presso il Giordano di Gerico. 13Mosè, il sacerdote Eleàzaro e tutti i prìncipi della comunità uscirono loro incontro fuori dell’accampamento. 14Mosè si adirò contro i comandanti dell’esercito, capi di migliaia e capi di centinaia, che tornavano da quella spedizione di guerra. 15Mosè disse loro: «Avete lasciato in vita tutte le femmine? 16Proprio loro, per suggerimento di Balaam, hanno insegnato agli Israeliti l’infedeltà verso il Signore, nella vicenda di Peor, per cui venne il flagello nella comunità del Signore. 17Ora uccidete ogni maschio tra i fanciulli e uccidete ogni donna che si è unita con un uomo; 18ma tutte le fanciulle che non si sono unite con uomini, conservatele in vita per voi. 19Voi poi accampatevi per sette giorni fuori del campo; chiunque ha ucciso qualcuno e chiunque ha toccato un caduto, si purifichi il terzo e il settimo giorno: questo tanto per voi quanto per i vostri prigionieri. 20Purificherete anche ogni veste, ogni oggetto di pelle, ogni lavoro di pelo di capra e ogni oggetto di legno».

E poi leggiamo Giosuè 10, 36-40:

Da Eglon Giosuè e tutto Israele salirono a Ebron e l’attaccarono. 37Presero e passarono a fil di spada la città, il suo re, tutti i suoi villaggi e ogni essere vivente che era in essa. Non lasciarono alcun superstite, come avevano fatto a Eglon: la votarono allo sterminio, con ogni essere vivente che era in essa. 38Poi Giosuè, e con lui tutto Israele, si volsero a Debir e l’attaccarono. 39La presero con il suo re e tutti i suoi villaggi, li passarono a fil di spada e votarono allo sterminio ogni essere vivente che era in essa: non lasciarono alcun superstite. Trattarono Debir e il suo re come avevano trattato Ebron e come avevano trattato Libna e il suo re.

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[1] È possibile eseguire uno studio del testo del Nuovo Testamento al fine di stabilire se esistono porzioni, capitoli, libri interi scritti originariamente in aramaico o ebraico? Una simile analisi deve basarsi sul testo greco in quanto è quello più antico che ci è pervenuto, inoltre deve considerare anche le traduzioni del Nuovo Testamento nelle altre lingue soprattutto quella aramaica (Peshitta) in quanto esse potrebbero fornire preziose indicazioni. Inoltre occorre tenere conto che se in Palestina si parlavano sia l’ebraico che l’aramaico il greco era molto diffuso e conosciuto in quanto da Alessandro Magno in poi era diventato una sorta di lingua franca internazionale, parlata un po’ ovunque nella sua versione detta koinè, che si discosta significativamente dal greco letterario degli autori classici.

Una ricerca sullo stile di scrittura e sulla grammatica del Nuovo Testamento e sui rapporti di questo con l’ebraico deve operare su due fronti:

  1. quello delle prove esterne, ovvero l’individuazione delle fonti esterne al Nuovo Testamento in senso stretto secondo cui quel corpus di scritti – o i documenti sopra i quali è stato costruito – fu redatto originariamente in semitico oppure in greco;
  2. quello delle prove interne, concernente lo studio linguistico del testo greco finalizzato a evidenziarne le anomalie eventualmente spiegabili sulla base dell’influsso di una lingua semitica.

In teoria esistono testimonianze molto antiche negli scritti dei Padri della Chiesa (le cosiddette prove esterne) che riportano informazioni sia sull’ordine di stesura dei Vangeli, sia sulla lingua nella quale vennero originariamente scritti. Secondo queste antiche testimonianze la lingua originaria dei Vangeli non era affatto il greco. Ad esempio lo storico della Chiesa Eusebio di Cesarea (265-340 d.C. circa) nella sua Storia Ecclesiastica, opera scritta tra il 315 e il 320 d.C. e pervenutaci in greco, riporta una citazione di Origene (185-250 d.C. circa) tratta dal “Commentario a Matteo” su questo argomento. Origene è il primo autore che fissa una cronologia certa per la stesura dei Vangeli. Inoltre egli afferma che il Vangelo di Matteo venne scritto originariamente in ebraico:

Cit. di Origene in Eusebio di Cesarea, Storia Ecclesiastica, 6.25.3-6 – “Il primo a scrivere fu Matteo che era un esattore delle imposte e più tardi divenne un apostolo di Gesù Cristo; egli pubblicò il Vangelo in ebraico per i fedeli ebrei. Il secondo fu Marco che scrisse seguendo le direttivo di Pietro che lo riconobbe come figlio nelle sua lettera: vi saluta la comunità che è stata eletta come voi e dimora in Babilonia; e anche Marco, mio figlio. Il terzo fu Luca che scrisse il Vangelo predicato da Paolo per i gentili. Dopo tutti venne Giovanni.”

Origene parla esplicitamente di un Vangelo di Matteo scritto in ebraico. L’esistenza di una primitiva versione ebraica di questo testo è testimoniata anche da San Girolamo (340-420 d.C. circa), l’autore della Vulgata latina, secondo cui ai suoi tempi un esemplare del Vangelo ebraico di Matteo veniva ancora conservato presso Cesarea, verso il 392 dopo Cristo. Eusebio, nella sua Storia Ecclesiastica, riporta anche queste frasi attribuite a Papia vescovo di Gerapoli ([6]) (70-150 d.C.) tratte dalla sua opera “Esegesi degli Oracoli del Signore” che descrivono Marco come redattore o curatore (“interprete”) di un Vangelo e collaboratore dell’apostolo Pietro: Cit. di Papia di Gerapoli in Eusebio, Storia Ecclesiastica, 3.39.4 e 3.39.15 – “Appena mi si presentava l’occasione di incontrare uno che avesse conosciuto i presbiteri, io chiedevo loro ciò che avevano detto questi presbiteri, ciò che avevano detto Andrea, Pietro, Filippo, Tommaso, Giacomo, Giovanni, Matteo, qualche altro discepolo del Signore e ciò che dicono Aristione o Giovanni. Io non credevo che quanto contengono i libri mi potesse rendere più grande servizio della voce viva e sussistente […] E diceva quel presbitero: Marco, interprete di Pietro, scrisse con cura, ma senza ordine, tutto ciò che egli [Pietro] ricordava delle cose dette o fatte dal Signore. Perché egli [Marco] non aveva mai ascoltato o accompagnato il Signore ma più tardi, come ho detto, accompagnò Pietro. Questi riportava i suoi insegnamenti secondo l’occorrenza ma senza fare una composizione dei detti del Signore. Marco non commise errore nello scrivere come si ricordava; egli non aveva che un solo scopo: non tralasciare nulla di quello che aveva inteso e non commettere errore in quello che riportava.”

Nella Storia Ecclesiastica Eusebio citando Papia di Gerapoli utilizza proprio il termine greco ermhneuthj Petrou che significa interprete, traduttore (di Pietro) con riferimento a Marco. Questa parola in greco infatti è relativa a una traduzione piuttosto che a una composizione o a un commentario. Nel Vocabolario del Greco Antico di R. Romizi, Zanichelli, Bologna, seconda edizione, 2005 viene spiegato che ermeneuthj significa interprete o espositore. E’ nota poi anche la seguente citazione di Papia vescovo di Gerapoli sempre per opera di Eusebio di Cesarea che scrisse: Cit. di Papia di Gerapoli in Eusebio, Storia Ecclesiastica, 3.39.16 – “Matteo mise per iscritto i loghia del Signore nella lingua ebraica, che poi ciascuno interpretò come potette.”

Nel testo l’enigmatica frase “ciascuno interpretò come potette” sembra dire che dalla primitiva versione in ebraico/aramaico del testo secondo Matteo vennero ricavate varie traduzioni o versioni in greco e che queste si diffusero in modo selvaggio. Del resto una constatazione del genere si trova già all’inizio del Vangelo di Luca in cui l’autore scrive: “poiché molti hanno posto mano a stendere un racconto degli avvenimenti successi tra noi” (cfr. Luca 1:1).

Anche un altro autore molto antico come Ireneo di Lione (140-200 d.C. circa) basandosi forse sulla preesistente testimonianza di Papia scrive in Adversus Haereses, III, 1.1: Cit. di Ireneo di Lione in Eusebio, Storia Ecclesiastica, 5.8.2-4 – “Matteo pubblicò un Vangelo scritto presso gli Ebrei nella loro lingua mentre Pietro e Paolo predicavano il Vangelo a Roma e fondavano la Chiesa. Dopo la loro dipartita Marco, il discepolo ed interprete di Pietro, ci tramandò per iscritto quello che era stato predicato da Pietro. Anche Luca, il compagno di Paolo, registrò in un libro quello da lui predicato [da Paolo]. Successivamente Giovanni, il discepolo del Signore che si era piegato sul suo petto, pubblicò un Vangelo mentre risiedeva ad Efeso in Asia.”

Anche in questo passo di Ireneo viene utilizzato il termine greco ermhneuthj (nella versione latina di Adversus Haereses è usata la parola interpres) che significa interprete (di Pietro) con riferimento a Marco. Secondo Ireneo di Lione prima della dipartita di Pietro e di Paolo circolava già un testo di Matteo, scritto in ebraico. Inoltre Marco avrebbe messo per iscritto quello che Pietro predicava dopo la dipartita di Pietro e Paolo. Il testo come è stato fatto notare da molti esperti contiene una ambiguità di base; con il termine dipartita (greco: exodos, la versione latina del passo fa uso del termine excessum) si può qui intendere la morte dei due Apostoli ma anche soltanto la partenza di Pietro e Paolo da Roma il che sposterebbe più indietro nel tempo la data della composizione del Vangelo secondo Marco rispetto alla prima ipotesi. Seguendo la prima delle due interpretazioni – inoltre – è possibile che Ireneo intenda dire che il testo di Marco è stato composto dopo la morte di Pietro, di Paolo e anche di Matteo: infatti la parola “loro” potrebbe essere riferita a tutti e tre i personaggi e non solo a Pietro e Paolo.

Negli anni settanta venne ritrovata una lettera scritta da Clemente di Alessandria (150-215 d.C. circa) contenente notizie molto dettagliate sulla composizione di un testo da parte di Marco. Naturalmente sulla autenticità di questo documento non si può dire molto. J. Carmignac scrive nel suo libro La naissance des évangiles synoptiques che questa lettera probabilmente è da considerarsi autentica (vedi nota 11). Inoltre non è ben chiaro quale tipo di testo abbia scritto Marco ad Alessandria, come questo si rapporta all’attuale Vangelo o se è un’altra opera andata perduta. Nella lettera di Clemente troviamo: “Quanto a Marco, durante il soggiorno di Pietro a Roma, mise per iscritto gli atti del Signore senza tuttavia riportarli tutti e senza svelare i simbolismi (gr.: “mustikas”) ma scegliendo solo quelli che giudicava più utili per rafforzare la fede dei catecumeni. Dopo il martirio di Pietro, Marco venne ad Alessandria portando con sé le sue note (o memorie: gr.: “hupomnêmata”) e quelle di Pietro, dove trascrisse nel suo primo libro quello che poteva favorire la fede dei proseliti. Egli compose un Vangelo più spirituale, per l’uso della gente in perfezionamento. Inoltre non divulgò i fatti indicibili mise per iscritto l’insegnamento segreto del Signore ma alle cose già scritte ne aggiunse altre. […] Alla sua morte egli (Marco) lasciò in eredità il suo scritto alla Chiesa di Alessandria dove fino ad ora viene accuratamente conservato e letto solamente da quelli che sono iniziati ai grandi misteri.”

Infine si accenna a quanto riportato in un documento neo testamentario apocrifo noto come Atti di Pietro (lat. Acta Petri) la cui composizione originale è databile alla fine del II secolo dopo Cristo. Il testo ci è stato conservato in un manoscritto latino conservato a Vercelli, oltre che in alcuni frammenti in copto, in parte acquistati al Cairo nel 1896, altri rinvenuti più recentemente a Nag Hammadi nel 1945. Nel manoscritto di Vercelli, troviamo scritto che: “entrato nel triclinio, Pietro vide che si leggeva il Vangelo ed arrotolandolo disse […]” (cfr. Acta Petri, 20.1), in latino: “[…] videt evangelium legit, involvens eux dixit […]”. Non vi è dubbio che l’autore di questo testo utilizzi il termine latino evangelium (il Vangelo, uno scritto neo testamentario) e il verbo involvo che significa avvolgere, arrotolare: ne segue che Pietro compie proprio l’azione di arrotolare o avvolgere (ovvero: chiudere) un rotolo del Vangelo. Ma di quale rotolo sta parlando l’autore degli Acta Petri? Tutti i frammenti del Nuovo Testamento a partire dall’inizio del II secolo d.C. sono frammenti di codice, anzi sembra che proprio i cristiani siano stati i primi ad utilizzare in modo sistematico il formato del codice in opposizione a quello del rotolo per tramandare i propri testi greci (vedi la discussione papirologica). Questa enigmatica frase degli Acta Petri può indurre a pensare che esistessero rotoli proto evangelici, forse scritti in ebraico/aramaico, dai quali furono poi ricavate le traduzioni in greco oggi note. Al tempo in cui vennero furono scritti gli Acta Petri probabilmente esistevano solo codici del Vangelo o dei Vangeli, ormai scritti tutti in greco, ma al tempo di Pietro, a cui si riferisce l’autore, verso la metà del I secolo d.C. forse esistevano dei rotoli.

La più antica tradizione asserisce quindi che i Vangeli vennero scritti originariamente in ebraico – le citazioni di cui sopra lo dicono esplicitamente per Matteo – e che il primo ad essere composto fu il Vangelo secondo Matteo seguito dagli altri due sinottici (prima Marco, quindi Luca). Da ultimo venne composto il Vangelo di Giovanni. Stando almeno ad Origene questa è la corretta successione secondo la tradizione cristiana. Con il termine “ebraico” si può anche intendere in realtà una diversa lingua semitica, come l’aramaico o un altro dialetto semitico. Le citazioni di cui sopra molto probabilmente non sono così specifiche da riportare qual era esattamente la lingua utilizzata.

Gli studiosi esperti della questione sinottica oggi pensano però che le cose non stiano esattamente in questo modo. Per quanto riguarda l’ordine di stesura dei Vangeli si pensa che il Vangelo più antico non sia affatto quello “secondo” Matteo ma piuttosto quello di Marco, principalmente perché è il più breve e stringato, non contiene nemmeno il finale 16:9-20 – la porzione contenente le apparizioni di Gesù dopo la risurrezione – che è una aggiunta posteriore e quindi non si sa spiegare perché il redattore di Marco, avendo a disposizione tutto il materiale presente nel testo detto “secondo Matteo”, abbia omesso molto di quel Vangelo.

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