La bellezza triste, incompleta, imperfetta

Di solito si associa al concetto di bellezza quello di piacere, ma l’esperienza estetica non può essere ridotta a una pura questione di gusto e ricondotta a un semplicistico soggettivismo. Nello spazio plurale della bellezza convergono e coesistono caos e armonia.

Il termine caos viene dal sostantivo neutro greco cháos, che deriva dal verbo cháskō, che significa “mi apro, sto aperto”. Il primo significato di caos non è quindi “disordine”, bensì “abisso, voragine, vuota oscurità”.

Le tradizioni spirituali alla base dell’Occidente sono concordi nel designare la condizione originaria del mondo come contrassegnata dal caos. Esiodo nella Teogonia, personificando il caos come divinità, afferma: “All’inizio, prima, fu il caos”, e Ovidio nelle Metamorfosi descrive il caos iniziale come “una massa informe e inarticolata, nient’altro che un gran peso inerte, un’accozzaglia disordinata di atomi non connessi tra loro”. La Bibbia ebraica concorda con questa visione scrivendo all’inizio della Genesi: “La terra era deserto e vuoto e tenebra sopra l’abisso” (Genesi 1,2), laddove i termini “deserto” (tohu), “vuoto” (bohu), “tenebra” (hoshekh), “abisso” (tehom) attestano l’oscuro elemento del caos. L’origine del mondo, in altri termini, è un abisso oscuro, una sorta di burrone primordiale da cui emergono chissà come tutte le cose.

Ora però siamo diventati consapevoli del fatto che il caos delle origini non è stato domato una volta per sempre, ma che il tohu e il bohu dello stato iniziale sono in realtà ancora attuali, che il caos quindi accompagna strutturalmente ogni fenomeno. La regola prima del reale è la chiarezza del logos e l’ordine che ne consegue; la regola prima del reale è l’impasto persistente di logos e caos, costruzione e distruzione di relazioni e di sistemi, nella dialettica mai definitivamente composta di pólemos e di armonia, di entropia e di neghentropia.

A causa di questa condizione strutturalmente caotica dell’essere, la bellezza, che è “splendore del vero”, non può che rispecchiare a sua volta il caos. Ed è proprio questo a segnare la differenza invalicabile tra la vera e la falsa bellezza, tra la bellezza naturale e la bellezza artificiale, tra la bellezza in quanto splendore del vero e la bellezza in quanto bagliore dell’effimero. A differenza della bellezza costruita artificialmente nelle catene di montaggio delle industrie o delle cliniche, la più autentica bellezza è tale da rispecchiare sempre una componente imprevedibile di caos, la cui presenza conferisce originalità e unicità agli oggetti o alle persone. E in questa prospettiva il caos rimanda alla più alta manifestazione estetica che è il sublime.

L’estetica giapponese detta Wabi-sabi […] rende molto bene questa presenza del caos che conferisce autenticità alla bellezza.

(Cfr. Vito Mancuso, La via della bellezza, Garzanti, Milano 2018, pp. 178-179)

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Wabi-sabi costituisce una visione estetica e filosofica del mondo giapponese fondata sulla dottrina buddhista dell’anitya (impermanenza) e quindi sulla transitorietà delle cose. L’espressione deriva da due caratteri 侘 (wabi) e 寂 (sabi). Wabi si riferiva originariamente alla solitudine della vita nella natura, lontana dalla società; sabi significava “freddo”, “povero”, “appassito”. Verso il XIV secolo questi significati iniziarono a mutare, assumendo connotazioni più positive. Wabi identifica oggi la semplicità rustica, la freschezza o il silenzio, e può essere applicata sia a oggetti naturali che artificiali, o anche l’eleganza non ostentata. Può anche riferirsi a stranezze o difetti generatisi nel processo di costruzione, che aggiungono unicità ed eleganza all’oggetto. Sabi è la bellezza o la serenità che accompagna l’avanzare dell’età, quando la vita degli oggetti e la sua impermanenza sono evidenziati dalla patina e dall’usura o da eventuali visibili riparazioni. Sia wabi che sabi suggeriscono sentimenti di desolazione e solitudine.

Si potrebbe sintetizzare con: “bellezza imperfetta, incompleta”, “bellezza austera e, quasi malinconicamente, chiusa in sé” o anche, più umilmente, “bellezza triste”. Ora, ciò che è bello attrae anche se incompleto. Ma proprio perché incompleto, non si riesce a godere appieno della bellezza che custodisce; anzi, tale bellezza, nella consapevolezza del suo sfiorire, addolora e rattrista.

Secondo Koren, il Wabi-sabi “occupa all’incirca lo stesso posto dei valori estetici come accade per gli ideali di bellezza e perfezione dell’Antica Grecia in Occidente”. Andrew Juniper afferma che “se un oggetto o un’espressione può provocare dentro noi stessi una sensazione di serena malinconia e un ardore spirituale, allora si può dire che quell’oggetto è wabi-sabi”. Richard R. Powell riassume il concetto nel modo seguente: “il Wabi-sabi nutre tutto ciò che è autentico accettando tre semplici verità: nulla dura, nulla è finito, nulla è perfetto”.

Molte arti giapponesi negli scorsi millenni sono state influenzate dallo Zen e dalla filosofia Mahayana, in particolare la contemplazione dell’imperfezione, il flusso costante e l’impermanenza di tutte le cose. Qui di seguito un breve elenco:

  • Honkyoku (musica tradizionale di shakuhachi di monaci Zen vagabondi)
  • Ikebana (disposizione dei fiori)
  • Giardino giapponese, giardino Zen e bonsai (giardini in vaso)
  • Poesia giapponese, in particolare gli haiku
  • Porcellane giapponesi
  • Cerimonia del tè giapponese
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Note
Koren, Leonard (trad. Guido Calza), Wabi Sabi. Per artisti, designer, poeti e filosofi, Ponte alle Grazie, 2002; Juniper, Andrew, Wabi Sabi: The Japanese Art of Impermanence, Tuttle Publishing, 2003; Powell, Richard R., Wabi Sabi Simple, Adams Media, 2004

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