Kim e Donald: due squinternati alla corte del Nucleare

Anche se i media di mezzo mondo sembrano volersi occupare della questione solo quando “l’orologio dell’apocalisse” torna a far sentire il suo ticchettio, noi di PensieroPlurale preferiamo rimanere sul pezzo e andare a vedere da vicino termini e protagonisti della contesa. Con il nostro solito tono beffardo.

Corea del Nord e Stati Uniti. Da una parte Kim Jong Un e dall’altra Donald Trump. A vederli vicini verrebbe in mente la premiata ditta Gianni e Pinotto. Purtroppo, invece, non c’è proprio una cippa da ridere.
È una battaglia di nervi o semplicemente una prova di forza tra due galli nel grande pollaio mondiale?
Diciamo che se c’è una seppur minima possibilità di schivare una crisi, per ora è stata evitata da entrambi.

La Corea del Nord

La tensione tra i due paesi è una vecchia storia che risale alle vicende della guerra di Corea. Una questione mai veramente risolta. Come è noto, alla fine del conflitto, nel 1953, la penisola coreana rimase divisa in due Stati sovrani, ma totalmente opposti sia come ideologia politica e sociale che come intenti.
Abbracciata storicamente al filone socialista/comunista cino-sovietico, la Corea del Nord non è esattamente un bacino a cui attingere se si vogliono lezioni di democrazia e diritti umani. Il suo nome per esteso, infatti, è un banale specchietto per le allodole: Repubblica Popolare Democratica di Corea. Dove le parole Popolare e Democratica viaggiano nell’aria e si disperdono senza lasciare traccia.
George W. Bush (non esattamente uno stinco di santo…) nel 2002 definì la Corea del Nord come uno degli Stati dell’Asse del Male, insieme a Iran e Iraq. Una delle solite esagerazioni delle amministrazioni americane che, per una volta, ha una parte di verità che trapela in modo evidente.

La Corea del Nord è uno stato totalitario di stampo stalinista e fonda le sue origini ideologiche su quella che fu la Cina di Mao. La sua popolazione è una delle più schiacciate e dominate del mondo. Non c’è nulla che permetta al cittadino di esprimere la sua reale opinione; non si può dissentire, non si può reagire. L’unica cosa realmente permessa è pensare, posto che il lavaggio del cervello di regime non impedisca anche questo.
Il paese colpito da embargo e in diverse occasioni anche da pesanti carestie ha da sempre la volontà, nella mente dei suoi governanti, di ergersi a potenza nucleare nonostante una situazione economica traballante che rimane in piedi soprattutto con gli aiuti della Cina. Non va dimenticato infatti che sin dal 1961 esiste tra i due paesi un patto di mutuo soccorso ventennale in caso di guerra (rinnovato già tre volte con la prossima scadenza nel 2021), ma gli aiuti cinesi arrivano sempre e in modo continuativo a Pyongyang che, altrimenti, avrebbe ben poche speranze. Naturalmente, la Corea mantiene salde le relazioni anche con altre nazioni di stampo socialista come Laos, Vietnam e Russia (precedentemente con l’Urss).

Il fattore nucleare

Avrebbe realmente senso sviluppare un programma nucleare per un paese così? Paradossalmente, sì. Innanzitutto c’è da considerare la questione energetica: al posto di importare continuamente vagonate di petrolio, con una capillare rete di centrali atomiche la Nord Corea potrebbe piano piano sganciarsi dalla dipendenza nei confronti (soprattutto) della Cina. Ma anche la questione bellica ha un’importanza fondamentale. Elevarsi a potenza nucleare “reale” porterebbe Pyongyang a trattare diversamente con le altre nazioni della zona e, soprattutto, ambire ad alzare la voce sullo scacchiere mondiale.
Ho scritto “potenza nucleare reale” non perché la Corea del Nord non lo sia ancora, ma perché molto del suo programma, seppur spiato, rimane avvolto da una discreta coltre di mistero e scetticismo. Paragonarla a stati come Israele, India o Pakistan è ancora azzardato, ma potrebbe solo essere questione di tempo. Purtroppo.
Va ricordato che i test ci sono stati e alcune centrali ci sono già.

Nel 2006 fu fatto detonare un ordigno di piccolo calibro, ma abbastanza da inserire la nazione nella lista di quelle “nuclearizzate”. Da lì in poi è stato tutto un tira e molla con le Nazioni Unite, che naturalmente non hanno nessuna intenzione di ritrovarsi con una potenziale “grana atomica” in una zona virtualmente pericolosa (i rapporti con il Giappone e l’altra Corea sono sempre tesissimi).

Così, nel 2007, i nordcoreani affermarono che avrebbero avviato lo spegnimento del sito nucleare principale in cambio di ingenti quantitativi di petrolio (fino a 950000 tonnellate). Nel 2008 fu spenta anche una torre di raffreddamento per la produzione di plutonio nel sito nucleare di Yongbyon.
Ahimè, il governo di Pyongyang avrebbe presto rivelato il suo doppiogiochismo e le intelligence straniere scoprirono, tra il 2008 e il 2009, che quasi 30kg di plutonio (prodotti precedentemente) erano stati usati per la produzione di ordigni bellici.

E così facendo, tra una crisi e l’altra, tra un buffetto, un insulto e un urlo per aria, la Corea del Nord è arrivata fino a oggi continuando imperterrita la costruzione di un arsenale “convenzionale” di notevole entità e diversi missili a gittata corta, media, lunga e forse anche intercontinentali (con possibile testata atomica).

Gli Americani

Non c’è molto da dire che già non si sappia sugli Stati Uniti.
Sono la nazione militarmente più potente del mondo e non si fanno mai scappare la possibilità di ribadirlo. Nonostante le continue condanne che sono piovute loro addosso per le “azioni” più disparate (sceglietene una a caso: Vietnam, Prima e Seconda guerra nel golfo, Guantanamo, Afghanistan…) rimangono fissi e convinti di essere una sorta di Polizia Internazionale. (Chiaro, non glielo ha chiesto nessuno).

Ma ora, veniamo alla relazione con i nordcoreani.
Come detto, dalla guerra degli anni ’50 i rapporti sono rimasti belli freddi. Gli statunitensi hanno sempre appoggiato economicamente e militarmente il governo di Seul, presidiando il confine e fornendo ogni tipo di sostentamento e sviluppo. Del resto, sin dai tempi della tensione con l’Unione Sovietica era noto quanto facesse comodo a Washington avere un “presidio” nel sud-est asiatico.

Arrivare ai nostri giorni con una situazione potenzialmente esplosiva non era difficile da prevedere, ma solo questione di tempo. E di opportunità.
Da anni il governo nordcoreano mette a dura prova la pazienza degli osservatori internazionali, ma va detto che un po’ l’appoggio diplomatico della Cina e dell’Urss (oggi della Russia, ma non ufficialmente) e un po’ altri “impegni” più bisognosi di attenzione avevano tenuto gli yankees moderatamente lontani.
Se già con Bush Jr. e Obama qualcosa si era mosso, adesso che abbiamo The Donald a dirigere le danze appare chiaro che la questione non ha più un ampio ventaglio di soluzioni, perché il biondotinto Presidente ha tutte le intenzioni di spostare l’asticella della contesa.

Chi la spara grossa…

Il Super Presidente Eterno figlio ed erede legittimo del suo Eterno Padre della Patria eccetera eccetera… Kim Jong Un è uno che ha una voglia matta di passare alla storia come quello che ha spezzato una tibia agli americani. È una questione di priorità, ma anche di prestigio. Se anche cadesse morto un secondo dopo, il fatto stesso di aver rifilato un mega calcione nel culo alle stelle e strisce lo farebbe schizzare in vetta alla classifica degli anti-Usa a prescindere. (Già me li vedo iraniani e compagnia cantante fare la òla a una notizia del genere.)

Certo, malgrado possa vantare un esercito di tutto rispetto, una discreta potenza aerea e di terra (anche se un pochetto vetusta) e una manciata di buoni missili, difficilmente il regime nordcoreano andrebbe oltre qualche cannonata nella vicina Sudcorea o nel Giappone. Però, chiaro, lo spettro che continua a sventolare di un attacco nucleare non rende le notti tanto serene. L’atomo ce l’hanno e i missili pure. Poi, ovvio, se fai quel passo devi anche mettere in conto le conseguenze.

…e chi è grosso.

Al Trump-one non gli sembra vero di poter far sentire il peso della sua carica di comandante in capo delle forze armate e aeronavali. Gli sembrerà di giocare con i soldatini! La sfiga è che l’arsenale da guerra che potrebbe polverizzare il pianeta è in mano a uno che sembra abituato a muoversi in scioltezza solo dentro un casinò. «Lanciamo i dadi! Seven or eleven!»

A torto o a ragione, che piacciano o no, gli americani stavolta hanno la possibilità di mostrare muscoli mai così grossi di fronte a una nazioncina che alza il naso sporco di plutonio, ma come in tutte le contese che si rispettino è necessario non dimenticare i comprimari.

È importante ricordare che a Trump i compagni di giochi devono piacere quanto una sanguisuga nelle mutande e preferisce di gran lunga gli avversari. Non solo è forse il Presidente più iracondo e incoerente di tutta la storia americana, ma nel perfido e bastardo gioco del destino ha pure una consistente parte del Congresso dalla sua. Repubblicano, quindi pro intervento militare comunque, dovunque e daje sotto!

Se è vero, come è vero, che gli Usa non si sono mai fatti pregare troppo per imbracciare le armi in nome “della libertà, della democrazia, dei nostri valori e così sia”, questa volta potrebbe essere quella (anche troppo) buona. Perché Donald The Donald era partito con un coro di consensi ai limiti dell’isterismo al grido di «America First!», ma visti i tonfi interni dovuti alle prime schermaglie politiche su immigrazione e sanità e l’intervento randella-Isis che ne ha minato l’immagine isolazionista, oggi il biondocrinito Presidente sente la pressione di un elettorato che ha più di qualche punto di domanda.
Ma ha anche un arsenale in mano da farsela sotto.

La guerra come panacea di tutti i mali

La Corea del Nord vuole usare l’atomica. Ne ha una voglia esagerata, come grattarsi per chi ha il prurito. Gli Stati Uniti hanno bisogno di una potente dimostrazione di forza armata per far riguadagnare consensi all’inquilino della Casa Bianca.

La Storia ci insegna che quando un Presidente è in crisi non c’è niente di meglio che un bel conflitto per risalire nella graduatoria. Ed ecco spiegato perché gli americani ce la stanno mettendo tutta per impedire che una qualche soluzione realmente diplomatica possa avere effetto.
Trump, che sarà pure un personaggio stravagante, ma proprio scemo non deve essere, sa benissimo che tutti gli occhi sono puntati sull’America: non c’è Russia o Cina che tengano nel panorama mondiale, perché l’unica Superpotenza rimasta (salda militarmente ed economicamente ancora inattaccabile) è Lei e come tale adesso vuole (forse deve) mostrare muscoli e denti affilati.

Isis, terrorismi vari, nazioni amiche in via di disgregazione (il Regno Unito traballa), imperi mai nati (l’Unione Europea), nemici veri o probabili che sorgono, mettono il vessillo a stelle e strisce nella condizione di approfittare di un momento storico particolare.
Pyongyang, dal canto suo, potrebbe essere l’unica particella dotata di sufficiente follia per sparare quel pugno atomico allo stomaco dell’America che mai nessuno aveva osato lanciare. E forse (paradosso?) trarne pure qualche vantaggio.

Figure barbine o pretattica?

Per chiudere, giusto uno sguardo agli ultimi movimenti e una considerazione.

Il buon Kim lancia anatemi e missili, ma l’ultimo test sembra gli sia esploso tra le dita. Come dire: porca troia, proprio adesso che potevo far vedere che ce l’ho grosso grossissimo (il missile) questo mi va a ramengo, ma non c’è problema. Se vorrete la guerra, ah!, l’avrete!

MegaDonald punta il dito e chiama la Marina (militare, non la segretaria): mandate al largo delle coste sudcoreane la nostra portaerei più grossa, più tre cacciatorpediniere, un incrociatore e anche una sfilata di ragazze pon pon che festeggiamo con la testa del cinese (coreano, Don, coreano…).
Cosa fa la flotta? Dirige bella tranquilla verso le acque australiane per l’esercitazione programmata. Donnie “io sono la legge” Trump fa saltare il culo a mezzo Stato Maggiore e la flotta torna di corsa dove lui vuole che sia.

Reali figure di rara scemenza o sagace e fine pretattica mediatico-militare? Va a saperlo…

Comunque sia, la tensione che porta questa situazione (peraltro già vista, ma con un interprete meno balordo al comando dell’America) è piuttosto alta. Parlare di guerra atomica, anche se a migliaia di chilometri di distanza da noi, non fa bene al nostro bel sederino, che già sente puzza di bruciature da radiazioni.

Pensare a una escalation della crisi con l’ingresso in campo aperto della Cina e forse della Russia come partner dei nordcoreani non fa ben sperare, perché porterebbe il resto del mondo militarmente organizzato e competitivo (sì sì, anche l’Italia…coraggio) a dover decidere se entrare in scena. E questo mette una certa apprensione.

Nel 1961 il mondo andò molto vicino al conflitto nucleare tra le due superpotenze dell’epoca, ma in qualche modo la questione si risolse (quasi) a tarallucci e vino. Quindi, perché adesso dovremmo essere più preoccupati di allora visto che la potenza super è una sola?
Semplice: la super è comandata da un tizio che è incline alla moderazione quanto una iena alla dieta vegana e la piccola nazioncina da uno scellerato psicotico che crede di essere “baciato dalla grazia eterna”. Non esattamente un incontro tra persone equilibrate.

In attesa di news buone o cattive…alla prossima. (Speriamo)

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