Il sonno e la psicologia del profondo

Secondo i canoni della psicologia scientifica occidentale, il sonno è una necessità fisiologica. Se disturbato, si ripercuote negativamente sulle funzioni psicofisiche della persona: ci si sente irritabili, nervosi, spossati e confusi. Secondo la US National Sleep Foundation, la persona necessita di 7/10 ore di sonno. Alcuni studi consigliano di dormire 8 o al massimo 9 ore; altri, più recenti, 7 ore. In totale, quasi duecentomila ore di sonno in tutta una (lunga) vita. Perché? Ne abbiamo davvero così tanto bisogno? [1]

Esistono due gruppi di teorie che cercano di spiegare la funzione del sonno: le teorie ristorative e le teorie circadiane. Secondo le teorie ristorative il sonno avrebbe la funzione di recuperare l’omeostasi interna (alterata durante le ore di veglia). Il sonno riparerebbe così i “danni” subiti di giorno. Le teorie circadiane concepiscono il sonno come prodotto di una motivazione fisiologica (analoga al mangiare e al bere), che si è sviluppata per permettere la conservazione delle energie e per fronteggiare l’oscurità[2]. L’organismo umano funziona secondo ritmi giorno/notte[3]. Si parla di ritmi circadiani (dal latino dies che significa ‘giorno’), per indicare tutte le variazioni cicliche delle attività biologiche umane, che riguardano la pressione arteriosa, la resistenza alla fatica, il tono muscolare, la temperatura corporea, la frequenza cardiaca, il funzionamento renale, alcune funzioni endocrine ecc. Oltre che da fattori esogeni, come l’alternarsi del giorno e della notte, i cicli circadiani sono determinati da fattori endogeni[4].

Alcune strutture, all’interno del nostro corpo, condizionano i consueti ritmi: la formazione reticolare ascendente (FRA)[5] e i nuclei soprachiasmatici[6]. È possibile studiare il sonno e le sua caratteristiche attraverso tre misure psicofisiologiche: elettroencefalogramma (EEG), che registra l’attività elettrica dei neuroni della corteccia cerebrale mediante elettrodi posti sul cuoio capelluto; lettro-oculogramma (EOG), che registra i movimenti oculari tramite elettrodi applicati intorno agli occhi; elettromiogramma (EMG), che misura le scariche elettriche dei muscoli tramite l’applicazione di elettrodi in corrispondenza dei muscoli oggetto di studio.

Già negli anni Trenta, alcune indagini sul sonno dimostravano l’esistenza di diversi cicli e fasi. In seguito si scoprì che l’EEG presentava notevoli variazioni durante il sonno. Secondo alcune verifiche le onde configuravano l’alternanza di andamenti ampi e lenti e alti e rapidi. Nel 1953 si scoprì che in corrispondenza delle onde frequenti a basso voltaggio, gli occhi dei soggetti si muovevano rapidamente al di sotto delle palpebre, (rapid eyes movements). Tale fase del sonno venne battezzata con il nome di REM (quel tipo di sonno che si riteneva essere il più importante – il sonno profondo – che segue e si alterna alle fasi non-REM (da notare che il sonno REM costituisce solo un quarto della durata totale del sonno)[7]. Nel 1962 si scoprì l’esistenza di un blocco dell’attività dei muscoli facciali. Si definirono stadio 0 la fase della veglia tranquilla; stadio 1, quando il soggetto si sta per addormentare (dormiveglia, dove il tono muscolare viene mantenuto e gli occhi presentano movimenti lenti); stadio 2, caratterizzato da un abbassamento della frequenza e da leggero incremento dell’ampiezza delle onde (sonno medio); stadio 3, caratterizzato dalla presenza delle “onde delta”, quelle più lente; stadio 4, costituito da un sonno molto profondo, dal quale è difficile svegliarsi. Ma al raggiungimento dello stadio 4, i dormienti tornano alla fase 3, alla 2 e poi alla 1[8].

Non è l’uomo che possiede il più alto potenziale di sonno REM, bensì il gatto domestico (circa 200 minuti). «Nel momento in cui ci mettiamo sdraiati, le vene della testa e del collo così come quelle delle tempie pulsano con maggior forza […] e la pressione idrostatica è bassa in rapporto alla pressione sanguigna nel suo insieme»[9]. In altre parole, quando dormiamo, il cuore è orientato orizzontalmente alle gambe, e non è costretto a superare alcun dislivello, che significa distensione anche per il cuore. Quando gli occhi si chiudono, imprevedibilmente, i muscoli rallentano l’attività, il corpo sembra appesantirsi, ma nel contempo sembra alleggerirsi la mente. I pensieri si fanno imprecisi, e non è più possibile fare ragionamenti e meno che mai calcoli. Si perde la dimensione spazio-temporale e la consapevolezza si attenua.

Soffre d’insonnia chi non riesce ad addormentarsi. Si tratta di un vero supplizio: si altera il naturale ciclo del sonno, cercando di dormire al pomeriggio e soprattutto al mattino. Ma c’è anche chi, al contrario, dorme troppo: l’ipersonnia è un disturbo altrettanto disagevole del sonno, di solito associato alla difficoltà di svegliarsi o nel riuscire a rimanere svegli (la persona non riesce ad esimersi dal dormire, e mentre è in conversazione o mentre sta pranzando, si addormenta). Altri spingono il loro corpo fino ai propri limiti, sin quando la mancanza di sonno causa gravi problemi fisici e mentali. Sono gli stacanovisti della veglia. «Edward W. Said, letterato palestinese naturalizzato statunitense, era solito coricarsi tardi e alzarsi all’alba. Racconta nella sua autobiografia, Sempre nel posto sbagliato, che voleva “sbrigare” il sonno il più in fretta possibile: “Lo stato insonne è per me uno stato prezioso, da desiderare con tutte le forze; in quanto mette in fuga la semicoscienza nebulosa di una notte sprecata, niente è più vivificante delle prime ore del mattino, quando si riprende contatto con ciò che posso aver nelle poche ore di sonno”»[10]. Ed è senz’altro vero che al mattino, con la mente fresca di rugiada, si partoriscono le migliori idee, non tanto per l’impazienza di recuperare un tempo perduto, quanto per ringraziare del ristoro di cui si è goduto. La mente sfibrata del crepuscolo o quella paludosa delle profondità notturne pesano come un macigno, come se la testa desiderasse raggiungere il centro della terra, schiacciando anima e corpo. «Discendi nel cratere dello Jokull di Sneffels che l’ombra dello Scartaris viene a lambire prima delle calende di luglio, viaggiatore ardito, e perverrai al centro della Terra. E questo ho fatto io, Arne Saknussemm»[11].

Ma torniamo alla domanda iniziale: è davvero necessario dormire 7, 8, 9 o anche 10 ore a notte? Beh, il problema, forse, è proprio questo: che concepiamo il sonno come una sospensione dell’attività diurna. Ma questo è soltanto uno dei tipi di sonno: il sonno monofasico – indubbiamente quello più conosciuto e praticato. Alcuni sostengono che non è il miglior sonno, per quanto pratico. «In realtà esistono altri quattro tipi di cicli che possono fornire tutti i benefici del sono, ma riducendo drasticamente il tempo che dedichiamo a dormire: per esempio il sonno polifasico, che utilizza diversi sonnellini di breve durata»[12].

Del ciclo monofasico si è già parlato; ora vogliamo passare in rassegna altri tipi di sogno, a cominciare da quello bifasico, meglio conosciuto come «con siesta». Si tratta di un ciclo di sonno pari a 5, 6 ore più un sonnellino (generalmente, pomeridiano) di 20, 60 o 90 minuti. «Oggi disponiamo di sufficienti ricerche scientifiche per dimostrare che questo ciclo, rispetto al ciclo monofasico, non solo è più salutare ma può anche migliorare l’umore, ridurre lo stress, rendere più vigili e aumentare la produttività generale. Alcune ricerche sostengono addirittura che questo ciclo renda più intelligenti!»[13]. Non è da escludere che il sonno bifasico è più “naturale” che quello monofasico.

Il sonno Everyman, ovvero “adatto a tutti” è invece un programma che consiste in un sonno principale da 3 ore e mezzo più tre sonnellini da 20 minuti ciascuno, da distribuirsi nell’arco della giornata. Conveniente sarebbe evitare di concentrare il sonno lungo alle prime ore del mattino, dalle 3 alle 6.30. Ovviamente, è possibile adattare ai propri ritmi e alle proprie esigenze il tempo da dedicare ai sonnellini, portando tutti e tre a una durata pari a 40 minuti, in modo da avere in totale 5 ore e mezzo. D’altronde, anche se non si riuscisse a prendere sonno, il solo riposare con gli occhi chiusi per 20 minuti dà quasi gli stessi benefici di un sonnellino – attenzione, però, a non saltarlo del tutto!

Il sonno Dymaxion è considerato il più difficile, fruibile solo alle persone che possiedono il gene DEC2 – sono coloro i quali dormono per natura poco: solo 4 ore su 24. Di solito queste persone scelgono più favorevolmente il sonno monofasico, ma può capitare che vengano a sapere del sonno Dymaxion, che prevede 4 dormite da 30 minuti ovverossia solo 2 ore di sonno! La maggior parte delle persone ha bisogno di un sonno REM più equilibrato, e quindi non riuscirebbero ad adattarsi; ma chi possiede il gene DEC2 potrebbe tentare questa ulteriore decurtazione di sonno. «Il programma Dymaxion è stato sviluppato e battezzato dall’architetto e inventore americano R. Buckminster Fuller. È molto probabile che lui stesso avesse questa mutazione genetica e riuscisse a stare bene dormendo pochissimo»[14]; ma la maggior parte delle persone lo trova molto molto complicato… rischiando di non riuscire a dormire neppure quelle due esili ore.

Il sonno Uberman è uno sviluppo del sonno Dymaxion, che prevede 2 ore di sonno, divise in 6 sonnellini da 20 minuti ciascuno. Un’alternativa potrebbe essere fare 8 sonnellini da 20 minuti ciascuno, per un totale di 2 ore e 40 minuti. Ma alcune persone che hanno provato a sperimentare questa tipologia di sonno, riferiscono che saltare anche solo un sonnellino provoca un senso di grossa spossatezza. Attenersi scrupolosamente all’orario è quantomeno improbabile, a meno che non si disponga di tempo libero senza alcun impedimento e condizionamento. Are vi siano state persone che hanno adottato la tipologia Uberman per un anno intero, senza che ciò abbia comportato loro problemi di salute. Esistono tecniche di adattamento, finalizzate anche al superamento dell’equidistanza dei sonnellini e alla transizione da otto sonnellini a sei.

«Se deciderete di provare ma dopo poco non ve la sentite di proseguire, non siate precipitosi! Sentirsi come uno zombie dopo i primi giorni è una possibilità da mettere in conto, ma con un po’ di adattamento le cose possono funzionare»[15]. Anche nel sonno esiste l’alternativa all’unicum…

Vogliamo ora approfondire alcune ipotesi di lavoro riguardanti il sogno e il sonno. Anzitutto quella messa a punto da Ignacio Matte Blanco, psichiatra e psicoanalista cileno di scuola freudiana-kleiniana. Egli ha analizzato il dualismo conscio-inconscio mettendo in risalto le differenze tra i processi cognitivi[16], focalizzandosi sull’interazione tra principio asimettrico, di derivazione logico-aristotelica, e principio simmetrico, dove la logica del principio di non contraddizione si dissolve per lasciare spazio a una modalità di pensiero non “intellettiva”, con potenza cardinale corrispondente all’infinito.

La tripartizione freudiana della psiche umana (Es, Io e Super-Io) non è in grado di tenere sufficientemente in considerazione le peculiarità dell’inconscio; tutto sommato, concepisce l’inconscio in rapporto subalterno al conscio, ridimensionandone paradossalmente la portata mentre annuncia il proprio programma di recupero della dimensione non conscia.

Secondo Matte Blanco l’inconscio freudiano appare relegato al semplice grado di attributo delle diverse strutture. Invece, per poter effettuare un recupero pieno e convincente della dimensione inconscia occorre inoltrarsi in direzione della sostanza onirica, sul presupposto dell’ineffabilità. Si giunge così alla definizione di un sistema bi-logico di analisi plurale.

Ancora più eclatante è il contributo offerto da James Hillman con la psicologia del profondo[17], che associa il sogno alla catàbasi negli inferi[18]. Tratta perciò dei sogni in un modo del tutto particolare, sia rispetto alla psicoanalisi classica sia rispetto alla teoria junghiana (che pure si era esemplarmente disposta a un’analisi approfondita del regno di Ade). Ci affidiamo a un testo intitolato Il sogno e il mondo infero (1979)[19], del quale presentiamo la connessione commentata di alcuni stralci significativi.

«La nostra psicologia del profondo parte dalla prospettiva della morte»[20]. Si tratta, in effetti, di una metapsicologia interamente mitica e immaginativa. Hillman, come pure Freud e Jung, si basano «sul metodo della reversione»[21], che riconduce l’attività onirica alla mitologia. «La reversione secondo somiglianza è un principio primo dell’approccio archetipico a tutti gli eventi psichici. Ed è a sua volta un ponte, un metodo che riconnette un evento alla sua immagine»[22]. Il concetto è analogo a quello esposto da Gaston Bachelard nei suoi testi dedicati alla rêverie[23]. Secondo il filosofo francese, la fenomenologia è in grado di contribuire a una presa di coscienza degli eventi psichici, attraverso l’attribuzione di un valore soggettivo a immagini aventi oggettività vaga ed effimera. È la coscienza creatrice del poeta – la rêverie dell’artista – che riesce a trasporre sul piano soggettivo ciò che si presenta oggettivamente incerto e confuso. Il poeta trascrive ciò di cui fa esperienza. Il sogno notturno s’impadronisce di lui, conducendolo alla dimensione del “non essere” (stadio “presoggettivo” che equivale a una rinuncia al cogito). È un discendere dal mondo supero a quello degli inferi, un varcare le soglie di un sotto o retro-terra fatto di figure inafferrabili nella loro irriducibile essenza diveniente e plurale[24]. Il sogno comporta una negazione, lo scombussolamento dei riferimenti razionali e uno smarrimento nell’abisso atemporale e senza luogo. Si può dare testimonianza del mondo perduto a patto che si adotti un linguaggio del mito. Non quello del mondo della normalità.

Allo stesso modo la psicologia del profondo di Hillman non cerca un fondo, una stabilità, un riferimento – nonostante nei sogni compaiono qualche volta persone che conosciamo, luoghi che abbiamo già visto, figure familiari e quant’altro – ma un percorso, una via d’accesso al mito, prima di tutto. «La epistrophe, o ritorno attraverso la somiglianza, offre all’interpretazione psicologica una via maestra per ritrovare l’ordine tra la confusione dei fenomeni psichici, diversa dall’idea freudiana di sviluppo e da quella junghiana di opposti»[25]. Si supera così, di un colpo solo, la psicoanalisi freudiana e la teoria analitica di Jung. «Un unico principio esplicativo, per esempio il Sé di Jung o lo sviluppo della libido di Freud, per profonda e differenziata che ne sia la formulazione, non offre alla intrinseca varietà della psiche una gamma di immagini somiglianti altrettanto ricca. La epistrophe implica il ritorno a molteplici possibilità, a corrispondenze con le immagini che nessuna descrizione sistematica può abbracciare»[26]. Il sogno «è un fenomeno totalmente intrapsichico, incomprensibile allo stesso sognatore»[27].

La concezione romantica del sogno riteneva che il sogno contenesse un messaggio personale proveniente da un altro mondo. Chiedeva di decifrarlo. Ma quale mondo? Secondo le analisi sperimentali del viennese Otto Pötzl, il sogno contiene «immagini avanzate del giorno»[28], ed è perciò un riflesso dell’attività conscia diurna. Immagini che non ricordiamo di aver percepito, persone che non ricordiamo di aver incontrato, paesi che ci sembra non aver mai visitato, riaffiorano di notte sotto forma di sogni. Freud ritiene che l’Io debba riconquistare l’Es – che poi significa tradurre nel linguaggio del giorno le vaghe ombre della notte. Vi sarebbero nel sogno le tracce non evidenti di una psicosi. Attraverso l’immersione del sogno si possono comprendere le cause della patologia psichica e porvi rimedio. Rintracciarne le origini significa prospettare un trattamento terapeutico di tipo psico-analitico. Ma così il sogno è pur sempre piegato alle esigenze del Giorno, che richiede una mente vigile e “normale”.

È vero che Freud concepì l’esistenza di una dimensione psichica “sotterranea”, un territorio “straniero” che resiste ad ogni tentativo di ricomprensione totale – fece sua l’asserzione di Gustav Theodor Fechner: «la scena dei sogni è diversa da quella della vita rappresentativa vigile»[29] (in Elemente der Psychophysik (1889) – ma poi cadde vittima dell’idea che esiste comunque una relazione tra il mondo diurno e quello notturno (benché lo spazio dell’Es sia «incomparabilmente più vasto di quello dell’Io»[30]).

È l’approccio empiristico – la mente è una tabula rasa – alla base della concezione onirica quale riflesso del giorno. La natura prevale sui mondi alternativi. La logica aristotelica, che tutto regola e classifica, prevale sulle ipotesi di simmetria e di vaghezza. Eppure, «esiste una precisa resistenza da parte del sogno a lasciarsi convertire nel mondo diurno e utilizzare per gli scopi di questo»[31]. Come se fosse, il suo mondo, del tutto inafferrabile con gli strumenti del cogito diurno.

Eppure, se crediamo nel sogno in quanto farmaco cominciamo a servircene per assorbirne l’essenza. «La mattina accendiamo la luce, li trascriviamo, li portiamo all’analista e con lui li interpretiamo per leggervi messaggi sulle situazioni, sulle scelte sulle relazioni della nostra vita conscia, sui suoi problemi, sentimenti e pensieri. Chissà, per mezzo loro forse ricorderemo ciò che abbiamo dimenticato del passato, ciò che ci è sfuggito del presente, o potremo prendere una decisione per il futuro, leggendo il sogno come una profezia, un oracolo, alla ricerca di tendenze in atto nel mondo infero che ci possano aiutare a meglio gestire la nostra vita»[32]. Ma «il sogno non può essere considerato né come un messaggio da decifrare nell’interesse del mondo diurno (Freud), né come un modo per compensarlo (Jung)»[33]. Il sogno non parla il linguaggio dell’opposizione monistica, del dualismo o dell’unicità. «Là il pensiero si muove per immagini, somiglianze, corrispondenze. Per andare in quella direzione dobbiamo recidere il legame con il mondo diurno, rinunciare a tutte le idee che in esso hanno origine: traduzione, recupero, compensazione. Dobbiamo attraversare il ponte e lasciarcelo alle spalle; bruciarlo, se occorre»[34].

Sussiste un rapporto di compatibilità tra psicologia e mitologia[35]; mentre tra sogno e realtà sembra sussistere una profonda incompatibilità. Tuttavia, quale realtà? C’è forse una sola realtà? Non è altrettanto reale il contenuto sognato del sogno? Una realtà indipendente dal pensiero conscio, eppure strettamente legata alla vita del giorno. La realtà sognata non si rende visibile al giorno. Ma è proprio così? È il sogno che non si fa vedere o siamo noi che di giorno rivolgiamo l’attenzione ad altro? Quale parte di noi? Non lo diceva già Eraclito che il visibile non soddisfa mai l’anima? «L’anima desidera andare oltre, sempre più addentro, sempre più in profondità. Perché? Eraclito risponde anche a questa domanda: “La trama nascosta è più forte di quella manifesta” (fr. 54/A 20). Per giungere alla struttura fondamentale delle cose occorre penetrare nella loro oscurità. Ma perché? Perché, dice Eraclito […] “La natura ama nascondersi”»[36].

Cos’è dunque un sogno? Se non dormissimo, non riposeremmo. I sogni devono essere appaganti. Lo sostiene Freud. I sogni proteggono il sogno, in virtù del loro sfondo erotico.

Anche Cicerone «immaginò Eros come parte della progenie della Notte»[37]. Tutto ciò rimanderebbe a una riflessione molto importante sul rapporto tra Eros e Thanatos. Ma rimaniamo nell’alveo tracciato del rapporto tra sogno e mondo infero; chiediamoci: non assomiglia, il contenuto immaginativo, transeunte, appassionante e vago del sogno alle figure tipiche del mito? Non è forse la dimensione onirica una rappresentazione fedele del mito? Il sogno risveglia in noi la fantasia di un mondo perduto, di bene e di male, di piaceri e dolori. L’esperienza del mito, che richiede una specifica ermeneutica[38] e non già una decifrazione astrologica e infantile, rimanda a una reale dimensione sotterranea, quale alternativa di pensiero, ove le contrapposizioni diventano accostamenti e intrecci, ove tutto è possibile: anche cadere da un precipizio e non morire, anche volare e amare. Poi, al mattino, irrompe la realtà quotidiana, con la sua normalità, con le sue urgenze, e quando ci si rende conto di aver sognato, si è avvolti dalla malinconia: troppo bello; e poi, troppo bello per essere vero. Il sogno è desiderio momentaneo di realtà. Dapprima avvertito come futuro possibile, dopo come passato impossibile. Di giorno, il sogno sognato sembra non avere più importanza, del tutto inutile in questo mondo così concreto e difficile da affrontare. Ci si accorge che il sogno non ha nessuna possibilità di realizzarsi, e lo si abbandona, lo si disprezza. Non ci si può affidare ai sogni, è la realtà che li rifiuta e li restituisce alla notte. E di notte le ombre del sogno ritornano tutte quante. Talvolta attraverso incubi. Ma cosa sono gli incubi? Gli incubi sono figure e vicende accompagnate da una sensazione di oppressione al petto; a stento si riesce a respirare. L’angoscia prende il sopravvento e si esce dal sogno. Sensazione così tremenda che è difficile riaddormentarsi. In campo neurologico, fare incubi è a tutti gli effetti un disturbo del sonno – una parasomnia relativa al sonno REM – a cui sarebbe possibile porre rimedio attraverso una terapia volta a ridurre stati di forte stress e ansia, quando non siano di natura fisiologica (come per esempio, febbre alta). Fino al XVIII secolo, gli incubi erano attribuiti a fenomeni di stregoneria, causati dall’intervento di creature malefiche. E “incubare” richiama l’immagine dello spirito maligno che cova sul petto del dormiente. Gli incubi sembra appartengano a un’altra dimensione ancora, non quella del mito, ma quella del male. Sembra risiedano al di sotto del sotterraneo, in uno spazio abissale insondabile. Non appartengono ad Ade, gli incubi. Sfuggono anche a lui. Ma prima di oltrepassare le soglie del mito, restiamo ancora al di qua, che poi è comunque un al di là.

«Poiché il mondo infero differisce così radicalmente dal sottosuolo, i sogni, che in esso hanno la loro casa, devono riferirsi a un mondo psichico o pneumatico di fantasmi, spiriti, antenati, anime, daimones. Questi sono invisibili per natura, e non semplicemente perché dimenticati o rimossi. È un mondo fluido, o di polvere, di fuoco, di fango o di etere, dunque non offre niente di solido a cui aggrapparci, a meno che non elaboriamo strumenti intuitivi adatti ad afferrare gli esseri impalpabili, che scivolano tra le dita o bruciano a toccarli»[39]. Occorrerebbe intanto riconoscere uno spazio mitico oltre quello del Giorno. Rinunciare al progetto di utilizzare i sogni per conseguire l’unificazione della personalità. Allora, il mondo infero potrebbe apparirci per ciò che è e per ciò che può dare. «Gli spiriti del mondo infero sono plurali. Tant’è vero che i di manes, gli spiriti inferi, che erano l’equivalente latino dei theoi chthonioi dei greci, neppure possedevano la forma singolare. Anche del singolo defunto si diceva: di manes, al plurale»[40]. Gli antichi egizi credevano in una vita dopo la morte, sia pure in una molteplicità di forme. «Il mondo infero è una comunità di figure innumerevoli. L’infinita varietà di figure riflette l’infinità dell’anima, e i sogni ripristinano nella coscienza questo senso di molteplice. La prospettiva politeistica è fondata nelle profondità ctonie dell’anima. Una psicoterapia che rifletta tali profondità non può dunque mirare al conseguimento di un’individualità indivisa né promuovere un’identità personale intesa come totalità unificata. L’accento, nella psicoterapia, cadrà invece sugli effetti disgregatrici del sogno: perché il sogno ci mette di fronte, tra l’altro, alla nostra dis-integrità, morale, alla nostra psicopatica mancanza di una presa centrale su noi stessi. I sogni ci rivelano che siamo plurimi e che ciascuna delle forme che vi figurano sono “la persona intera”, potenzialità comportamentali complete. Soltanto disgregandoci in quelle molteplici figure ampliamo la coscienza fino ad abbracciare e a contenere lr sue potenzialità psicopatiche»[41].

«Abbiamo seppellito nella stessa monolitica tomba denominata “l’inconscio” il corpo rosso e terragno dell’Adamo primevo, l’uomo e la donna comuni collettivi e le ombre, i fantasmi e gli antenati. Non sappiamo distinguere un’ossessione da una vocazione, un istinto da un’immagine, un desiderio imperioso da un moto dell’immaginazione. Guardando la notte dalla luce bianca del mondo diurno […], non sappiamo distinguere il rosso dal nero. E così leggiamo i sogni cercandovi ogni sorta di messaggi contemporaneamente: somatici, personali, psichici, divinatori, ancestrali, pratici, confondendo la vita istintuale ed emotiva con il regno della morte»[42]. Ma «considerare il sogno un desiderio emozionale si paga con l’anima; confondere lo ctonio con il naturale fa perdere psiche. Non possiamo dirci psicologici se leggiamo le immagini oniriche come pulsioni o desideri sessuali. Qualunque consiglio un analista offra sulla vita emotiva, credendo di ricavarlo dai sogni, in realtà si riferisce alla sua esperienza, in cui vede un riflesso dei sogni. Ma il consiglio non si trova nei sogni. L’analista fa una supposizione, cioè sovrappone ai sogni quello che sa della vita»[43].

Il mondo dei sogni, che è invisibile di giorno, è sotto l’egemonia di Ade «il dio del profondo, il dio delle cose invisibili». È così che la discesa nei sogni si trasforma nella discesa negli inferi, sospinti da ciò che Freud definisce “pulsione di morte”, mentre Paltone, nel Cratilo, chiama desiderio dell’Ade. Allora, desiderare la realizzabilità del sogno si traduce in desiderabilità della morte, mentre dimenticarsi del sogno e della sua mitologia indica l’aggrapparsi alla fune del giorno per non morire. Strano, perché molti si aggrappano alla fine del giorno per non morire. Il sogno come fuga… l’incubo come ardore. Ade non aveva rappresentazioni e templi, nell’antichità, tranne a volte l’aquila (che «rivela il legame oscuro con il fratello, Zeus»[44]).

Eschilo ricorda che Thanatos «è l’unico dio che non gradisce doni […] che non ha altari e non riceve inni»[45]; nessuno lo cerca. Ma è davvero l’unico a essere invisibile? Ma perché, poi, non può essere visto? Cos’è l’invisibile? Ciò che non ha dimensioni spaziali, forse? Oppure: ciò che è privo di luce, l’scuro, il nero? Ma può anche darsi che non sia visibile in quanto nascosto, celato dentro o sotto qualcosa. Non si vede perché furtivo, subdolo, ingannevole, criptico. L’invisibile è tale in quanto nullità? La morte è nullità?

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[1] Non soltanto l’uomo dorme; e non solo i mammiferi e gli uccelli, ma anche i rettili, gli insetti, gli anfibi e i pesci (con periodi di inattività del tutto simili agli umani).

[2] Molti e curiosi esperimenti sono stati fatti per avvalorare l’una o l’altra tesi. Per esempio, un certo Randy Gardner rimase sveglio per 11 giorni per verificare più che se, quanto tempo si possa vivere senza dormire. La prima notte dopo l’esperimento, il ragazzo dormì per 14 ore e dalla seconda in poi riprese le sue consuete 8 ore di sonno. Tuttavia, nonostante il sacrificio, non si riuscì a confutare la tesi delle teorie ristorative. Bisognerebbe valutare se il soggetto sentisse o non sentisse sonno durante la prova. Facile accorgersi invece come durante la fase di veglia sia possibile sentire frequentemente sonno (sonnolenza), con la chiusura per due o tre secondi delle palpebre. Quindi, è più probabile esistano dei ritmi. Ritmi che possono essere sfasati da alcuni eventi, come il cambio di fuso orario o un turno di lavoro notturno. Inutile sottolineare l’importanza di un’analisi approfondita degli effetti della perdita del sonno regolare sul piano dell’attività lavorativa e delle relazioni sociali.

[3] Per una sommaria ricognizione del sonno, cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/psicofisiologia-del-sonno-e-del-sogno; http://www.neuropsicologia.it/content/view/173/55/.

[4] Un esperimento ha posto in un ambiente chiuso, privo di variazioni di luce e temperatura, alcuni soggetti, i quali non avevano neppure orologi. Si voleva scoprire come un soggetto organizza i propri cicli, quando non agiscano fattori esterni. E dopo 40 giorni si osservò che si era mantenuto un certo andamento ritmico, che comunque, andava progressivamente rallentando dalle 24 alle 46 ore. Come se il tempo soggettivo rallentasse. Tornati alla vita quotidiana e a tutti i suoi indicatori di tempo, quei soggetti hanno rapidamente ripristinato i ritmi circadiani a cui erano abituati.

[5] La formazione reticolare ascendente è un gruppo di neuroni posto tra il midollo allungato e la base del cervello. Questa struttura presenta due ritmi di oscillazione: uno di ampiezza ridotta, l’altro di grande ampiezza. Il ritmo di ampiezza ridotta è responsabile sia delle diverse fasi di sonno, che dei cambiamenti dello stato di allerta durante la giornata. Il ritmo a grande ampiezza regola l’alternanza sonno-veglia. Quando una persona si addormenta la FRA progressivamente riduce fino a bloccare quasi del tutto gli stimoli che arrivano al cervello dagli organi di senso. Sembra che allora il cervello cominci a elaborare i segnali depositati in memoria o generati all’interno del cervello stesso.

[6] I nuclei soprachiasmatici fanno parte dell’ipotalamo e regolano oltre ai ritmi circadiani sonno-veglia anche altri ritmi come la fame. Questi nuclei sono in particolare coinvolti nella relazione tra buio-luce e sonno-veglia. Quando i nervi ottici lasciano gli occhi per dirigersi verso i centri di elaborazione superiori, essi raggiungono prima i nuclei soprachiasmatici e poi altre strutture. Attraverso lo studio sui ratti si è potuto osservare come la recisione dei nervi ottici effettuata prima che questi possano raggiungere i nuclei soprachiasmatici comprometteva la capacità dei ritmi buio luce di influenzare i ritmi circadiani, laddove la recisone dei nervi ottici dopo che essi avevano raggiunto i nuclei soprachiasmatici non influenzava la relazione buio-luce con i ritmi sonno-veglia.

[7] Il sonno REM viene definito anche “sonno paradosso”: infatti, l’attività della corteccia cerebrale è prossima a quella della veglia. Il consumo di ossigeno nel cervello cresce, aumenta il ritmo respiratorio e il battito cardiaco è meno regolare. Se un soggetto si sveglia improvvisamente dal sonno REM è in grado di ricordare con più chiarezza i suoi sogni; mentre, se ci si sveglia al mattino, dopo che la fase REM è già stata raggiunta e superata, è difficile che si ricordino i sogni fatti (in proporzione: 80 su 7).

[8] Questo stadio è però diverso dallo stadio 1 iniziale.

[9] B. Brunner, L’arte di stare sdraiati, tr. it. M. Gregorio, Raffaello Cortina Editore, Milano 2013, pp. 54-55.

[10] Ivi, p. 56.

[11] Citazione tratta da Viaggio al centro della terra, di J. Verne (tr. it. L. Chiavarelli), in I grandi romanzi, Newton Compton, Roma 2012.

[12] Come funzionano i cicli di sonno alternativi, Joe Martino, in Nexus, Febbraio-Marzo 2015, nr. 114, vol. 1, p. 38. Cfr. www.collective-evolution.com

[13] Ivi, p. 40.

[14] Ivi, p. 42.

[15] Ivi, pp. 44-45.

[16] Cfr. I. Matte Blanco, L’inconscio come insiemi infiniti: saggio sulla bi-logica, tr. it. P. Bria, Einaudi, Torino 2000.

[17] L’espressione è dello psichiatra zurighese Eugen Bleuler, che chiamava così quella che gli sembrava essere la nuova importante scienza della psicoanalisi.

[18] Il tema della catàbasi [dal lat. catabăsis, gr. κατάβασις ‘discesa’, der. di καταβαίνω ‘discendere’; mentre “anabasi”, per contrapposizione indica la ‘ritirata militare’, ‘il ritorno’], vale a dire della discesa, reale o allegorica, di un vivente nel mondo infero, oltre la realtà visibile, dove si incontrano figure mostruose, è nelle storie gotiche di Edgar Allan Poe una costante (alle quali rimandiamo). Da notare che un primo esempio di catàbasi è già in Omero, nell’XI libro dell’Odissea (anche se Ulisse non entra nel regno dei morti, ma rimane sulla soglia). Nella mitologia greca sono famose la discesa agli inferi di Eracle, durante la sua ultima fatica, e quella di Orfeo. Un topos ripreso da Virgilio nell’Eneide. L’esempio più famose di catàbasi è quello offerto da Dante, il quale non a caso sceglie Virgilio come poeta accompagnatore dell’oltretomba. Nella letteratura anglosassone un esempio può essere individuato nel poema Beowulf: l’eroe protagonista è alla ricerca della madre del mostro Grendel, che è stato ucciso.

[19] J. Hillman, Il sogno e il mondo infero, tr. it. A. Bottini, Adelphi, Milano 2003.

[20] Ivi, p. 15.

[21] Ivi. p. 245.

[22] Ivi, p. 14.

[23] Cfr. G. Bachelard, La poetica della rêverie, tr it. G.Silvestri Stevan, Dedalo, Bari 2008; Il diritto di sognare, tr. it. M. Bianchi, Dedalo, Bari 2008; La poetica dello spazio, tr. it. E. Catalano, Dedalo, Bari 2006.

[24] Il plurale si confà alla realtà, alle forme reali del cosmo, ma è possibile impiegarne il concetto per descrivere una dimensione del cosmo dai tratti tipicamente plurali e divenienti.

[25] Il sogno e il mondo infero, cit., p. 14.

[26] Ivi, p. 15.

[27] Ivi, p. 19.

[28] Ivi, p.20.

[29] Ivi, p. 28.

[30] Ivi, p. 31.

[31] Ivi, p. 23.

[32] Ibidem.

[33] Ivi, p. 25.

[34] Ibidem.

[35] «La mitologia è una psicologia dell’antichità. La psicologia è una mitologia dell’epoca moderna. Gli antichi non avevano una psicologia, in senso stretto, ma avevano i miti, racconti congetturali sugli esseri umani nella loro relazione con forze e immagini più che umane» (ivi, pp. 36-37).

[36] Ivi, p. 39.

[37] Ivi, p. 48.

[38] «Il fatto che fosse Ermes a portare i sogni e fosse Ermes la sola guida all’Ade […non deve indurre a pensare che] l’atto del sognare [sia] riferibile a Ermes» (ivi, p. 68). È dall’aspetto ctonio che deriva l’attività onirica.

[39] Ivi, pp. 56-57.

[40] Ivi, p. 57.

[41] Ivi, pp. 57-58.

[42] Ivi, p. 59.

[43] Ibidem.

[44] Ivi, p. 42.

[45] Ibidem.

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