Il pensiero nelle sue articolazioni di concretezza

L’azione, oltre a essere sorretta, dal pensiero è anche accompagnata. Il pensiero pensa mentre il corpo agisce. Se l’azione non fosse sorretta dal pensiero, e non si incanalasse in un processo di consapevolezza, e avvenisse, in pratica, indipendentemente dal pensiero, vi sarebbe una sorta di accompagnamento parallelo. Il pensiero, però, accompagna sempre l’azione, anche nelle forme di un’opposizione!

Si parlerà di «pensiero operativo» per indicare quello di tipo esecutivo, che attiene ai modi e alle finalità con cui l’azione si dispiega. Nel caso si intenda sottolineare il suo essere preordinata a un fine, faremo più specificamente ricorso all’espressione «pensiero progettante», incentrato, appunto, sul compimento dell’azione (sull’ultimazione del compito); mentre, quando si considererà il piano degli effetti, si parlerà di «pensiero predittivo», di tipo valutativo, che non è interessato al fine quanto a soppesare le conseguenze possibili dell’azione (e sarà la relazione tra evento-azione ed eventi-del mondo al centro della riflessione, ponendo l’attenzione sulle «modalità predittive» del pensiero plurale collegato al proprio agire[1]. Il pensiero progettante collabora strettamente con quello meditativo; coinvolge, indirettamente, la sfera della responsabilità, dell’etica e della normatività e, direttamente, quella dell’efficacia operativa.

Il plesso triadico del pensiero operativo, progettante e predittivo consente il dispiegamento dell’azione plurale.

Quante volte ci si propone di imparare dagli errori del passato? Facile a dirsi! Infatti, basta un nulla e si ricade in un errore già commesso! Quante volte si crede di ponderare bene una decisione, mentre la realtà sfugge completamente di mano? Davvero si è in grado di seguire il flusso degli eventi? Supponiamo: stiamo per intraprendere qualcosa d’importante, ci chiediamo se ne valga la pena, se non sia un’azione dai risvolti negativi, se non convenga evitare… ed esitiamo, sperando che l’attesa volga in meglio. Scelta difficile… che in ogni caso imprigionerà la nostra vita nelle sue inesorabili conseguenze.

È vero, in ogni istante produciamo un’azione, ma ci sono azioni e scelte “decisive”, capaci di coinvolgere il prossimo, di determinare cambiamenti notevoli, di trasformare la nostra vita in maniera sostanziale. Per queste azioni “complesse”, la mancanza di progettualità, di predizione e di calma, può rivelarsi deleteria. In generale, occorre imparare ad agire quando le condizioni lo richiedano e lo permettano; non d’impulso, senza strafare, senza lasciarsi dominare dall’impazienza e dalla frenesia dell’esporsi e dell’imporsi a ogni costo.

«Se conosci una cosa, rispondi al tuo prossimo; altrimenti mettiti la mano sulla bocca. Nel parlare ci può essere onore o disonore; la lingua dell’uomo è la sua rovina» (Siracide, 5, 12-13).

In un certo senso, resta vero – come dice Hegel – che l’uomo è ciò che fa, non ciò che pensa. Un pensiero astratto, avulso dal reale, che si crede esso stesso l’unica realtà, e confida in astruse capacità taumaturgiche di modellare il mondo a piacimento, senza sporcarsi le mani, è fine a se stesso. Pensare in modo astratto, credendo di aver vissuto o sperando di vivere una magnifica esperienza è inutile e dannoso. Il pensiero ha bisogno di muoversi nello spazio fisico, di rivolgersi all’esperienza concreta on the road. Di aprirsi al mondo. Di accogliere fatti, non solo interpretazioni. Ha bisogno di esplorare il cosmo nei suoi interstizi, di raccogliere, non solo di guardare… di intrecciarsi ad altre forme viventi o di separarsene. Verso cosa muove il corpo? Verso il mondo? No, è il pensiero che muove verso il mondo. Il pensiero vuole il mondo e il mondo accade. Ma il mondo accade di sua volontà, non perché lo decidiamo noi. Cosa decidiamo noi? Di aprirci al mondo… di accogliere i suoi doni.

Riscoprire il senso dell’agire significa anche questo: rendere l’azione una funzione (e si potrebbe persino dire, una facoltà) del pensiero. Non solo penso per agire… agisco per pensare!

Occorre recuperare il senso pieno della realtà. Non solo perché un cambiamento solo immaginato, o solo progettato, senza ricadute nel concreto, lascia inappagati; ma perché la realtà è proprio la «totalità infinita delle forme plurali e divenienti» – prescindendo dalla quale è prescindere dalla pluralità stessa.

Chiediamoci: cos’è per noi la realtà? Siamo soliti degradarla ad alterità da piegare alle esigenze del momento, a mezzo per i nostri fini. Tutto ciò che risulta essere estraneo alle nostre convinzioni, alla nostra interiorità, è apparentemente sovradimensionato, de facto sminuitoSe non ci scrolliamo di dosso l’idea che ci siamo fatti di noi stessi, degli altri e del mondo in cui viviamo, se non mettiamo in discussione le nostre abitudini – che appunto consideriamo assolutamente nostre, troppo nostre per potervi rinunciare – ci sembrerà che sia tutto uguale, tutto terribilmente uniforme e ripetitivo. Se confondiamo l’aspirazione al plurale col trasgredire, con l’anticonformismo, con l’eccentrico, finiamo per rinchiuderci inconsapevolmente in altri schemi mentali. Non pensando al plurale e in plurale, come potremmo mai evolvere anche solo di un passo e «pensare di più»?

 

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[1] Avremo anche modo di parlare di predizione probabilistica.

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