Il pensiero assolutistico e totalizzante

Nel quadro del programma di ampliamento cognitivo, si propone l’applicazione di alcune importanti regole – ben lontane dall’essere semplici istruzioni per l’uso – che avrebbero lo scopo di spingere le persone a scelte più consapevoli.

Beck e Ellis, i fondatori del cognitivismo, propongono di considerare quanto segue:

  • inferenza arbitraria: significa trarre conclusioni in mancanza di evidenze che la sostengono o quando la prova è contraria alla conclusione (per esempio, vediamo dall’altro lato della strada uno che conosciamo; non ci saluta e cominciamo a pensare che non ci abbia voluto salutare. La verità è che non abbiamo prove per poter affermare questo);
  • astrazione selettiva: significa concentrare l’attenzione su aspetti particolari della situazione in esame, tralasciandone altri più salienti o alternativi, concettualizzando l’intera esperienza sulla base di questo frammento (per esempio, a una cena curata in ogni particolare ci scappa di servire un dolce non tanto buono. Cominciamo a commiserarci credendo che siccome il dolce non è piaciuto nulla è piaciuto agli ospiti);
  • eccessiva generalizzazione: significa trarre una regola generale o una conclusione sulla base di uno o più episodi isolati e applicare tale concetto ad altre situazioni, connesse o non connesse col caso specifico (per esempio, si comunica qualcosa a un collega di lavoro, il quale non comprende bene ciò che gli viene detto. Allora si comincia a criticare l’intera equipe, considerata non all’altezza, e si arriva anche a litigare quando non si riesca, attraverso un atteggiamento passivo, a tenersi tutto dentro e ad andare avanti con la falsa consapevolezza di essere più bravi degli altri);
  • ingigantire/minimizzare: è la tendenza ad esaltare o ridurre l’importanza di eventi e situazioni. Minimizzare è un processo simile a quello della svalutazione, in cui le esperienze positive non vengono considerate in quanto ritenute prive di valore. In genere si ingigantiscono gli aspetti negativi e si minimizzano quelli positivi (per esempio, riceviamo un complimento, ma non ci convince; dovremmo tener conto obbiettivamente di ciò che ci viene detto, invece, non riusciamo a coglierne l’essenza, valutandolo al di sotto o al di sopra di ciò che è);
  • lettura del pensiero: significa essere convinti che le persone abbiano determinati pensieri o provino determinate emozioni, in assenza di prove. Così come è errato ritenersi in grado di leggere il pensiero altrui, è errato supporre – o pretendere – che gli altri siano in grado di leggere i nostri pensieri. Questo secondo tipo di errore spesso sfocia in valutazioni del tipo causa-effetto fondate su presupposti non verificati (per esempio, il marito (o la moglie) si dimentica di una ricorrenza; il partner non la prende bene, e litigano. Ma poteva essere una semplice dimenticanza; e comunque, i desideri vanno comunicati);
  • pensiero assolutistico o dicotomico: significa collocare le esperienze in una di due categorie opposte, ad esempio bianco o nero. Il pensiero dicotomico divide il mondo in due, semplificandone la complessità ed eliminando le sfumature. Ciò implica modalità di pensiero molto rigide (per esempio, chiediamo al dirigente scolastico un permesso per una visita specialistica che ci viene negato. Cominciamo ad inveire contro di lui, ritenendoci vittime di ingiustizia. Oppure, accettiamo la decisione, ma la prossima volta che intendiamo chiedere qualcosa ci prende l’ansia. Bisognerebbe imparare a considerare gli opposti dei semplici contrari, inserendo nel mezzo un continuum, tanti step intermediari, tanti gradi e sfumature, per poter affrontare la vita con maggiore flessibilità e intelligenza);
  • l’anticipazione negativa o catastrofismo: significa credere, essere convinti pensare che il futuro avrà esiti negativi, ignorando altre possibilità («Talvolta noi ci creiamo delle aspettative negative di come debbano andare le cose e poi rafforziamo questa nostra convinzione percorrendo più volte mentalmente l’evento immaginario. Più volte si ripercorre tale fantasia più le si conferisce realtà. L’anticipazione negativa non è di alcuna utilità per affrontare le situazioni avverse, serve solo ad attivare in noi risposte emozionali negative, andando a minare la nostra prestazione futura (profezie che si autodeterminano o autoavverano»[1]; per esempio, si dice: so già come andrà a finire: litigheremo… ed è molto probabile che si litigherà per davvero);
  • ragionamento emozionale: credere che qualcosa debba essere vero perché viene percepito/sentito come tale (per esempio, proviamo ansia e crediamo che c’è davvero bisogno di preoccuparsi. L’emozione guida la nostra interpretazione, mentre è vero il contrario: siccome penso di dovermi preoccupare di qualcosa di eventuale, provo ansia);
  • personalizzazione: interpretare eventi esterni in relazione alla propria persona, in mancanza di evidenze plausibili (per esempio, ci sentiamo male per qualcosa di brutto che è accaduto, senza che in realtà ne abbiamo avuto la minima colpa. Oppure, assegniamo una tesina a degli studenti. Scopriamo che l’hanno copiata da internet, e cominciamo a ritenere che lo abbiano fatto per mancanza totale di rispetto. Se però si legge la realtà con gli occhiali dell’egocentrismo non si riesce a risalire alla reale causa, per esempio, gli studenti non hanno avuto tempo per poter produrre qualcosa di originale).

Proviamo adesso a fare un esercizio mentale; compiliamo una lista (sia pure solo esemplificativa) di pensieri “disfunzionali” dai tratti assolutistici e totalizzanti. Avremo qualcosa di molto simile alle seguenti formulazioni:

  • esiste un solo dio;
  • l’universo è uno;
  • tutto è uno;
  • l’Uno è Dio;
  • è importante il tratto comune, non le differenze che sussistono tra le cose;
  • ciò che conta è l’immutabile;
  • dal divenire occorre uscire;
  • la natura è priva di anima e di coscienza;
  • il pensiero è prerogativa umana;
  • il pensiero produce la realtà;
  • il pensiero risiede solo nella mente;
  • non esistono forme di vita extraterrestri;
  • il miglior modo di comunicare è quello di natura verbale;
  • l’ozio è un male, perché dio chiede un impegno costante nel lavoro;
  • a tutto c’è rimedio fuorché alla morte.

Naturalmente, nella vita reale non basterebbe stilare una lista di convinzioni. Ne abbiamo così tante che non finirebbe mai! Non è d’altronde così facile e automatico stabilire in forma concisa e sintetica ciò che si pensa a proposito del divino, dell’universo, della natura, della vita, del lavoro, del pensiero. Qualcuno ci riesce… beato lui! Non è tuttavia nocivo far chiarezza su queste cose. «La cultura crea un dispositivo che forma un linguaggio comune e offre agli individui riferimenti, schemi di comportamento e categorie per interpretare gli accadimenti»[2], sicché da un lato si potrà tentare di esaminare quali possano essere questi riferimenti fondamentali, dall’altro, stanarli e neutralizzarli. In che modo?

Proviamo duqnue a giustapporre ad ogni affermazione della lista un’altra affermazione che abbia significato contrario. Prendiamoci del tempo. Riflettiamo. Anzi, andiamo a farci un giro. A sdraiarci sotto a un albero. Riprendiamo dopo, la lettura, quando ci sentiremo più liberi e riposati. Su… che aspettiamo?

Dunque siamo riusciti nell’impresa o non è venuto spontaneo chiederci: quale dio? quale universo? in che senso uno? chi è, cos’è l’Uno? Sappiamo che così, attraverso una serie di domande destabilizzanti, stiamo già dando colpi importanti al monolite mentale. Ci dovremmo altresì accorgere, prima o poi, che non è possibile abbinare a quelle affermazioni degli aristotelici contrari. È la stessa formulazione assolutistica del loro costrutto linguistico che lo impedisce. Uhm… A questo punto, però, possiamo rimanere in questo stato di cose o uscirne trionfanti.

Non ci proponiamo di surrogare i pensieri assolutistici (e ossessivi) con altri pensieri ritenuti positivi e illuminanti, ciò che presupporrebbe non solo un improponibile giudizio di valore su singoli pensieri decontestualizzati, ma anche una malcelata tendenza all’incredibile ri-assolutizzazione. Non stiamo attribuendo ai pensieri una valenza in se stessa negativa; è la tendenziale rigidità – la pretesa unicistica degli stessi – che fa di questi pensieri dei pensieri “negativi”. Ai pensieri si può solo contrapporre la loro stessa antitesi. La negazione dell’assoluto, nella fattispecie di affermazioni oppositive, aprirà uno spazio di possibilità. Trarremo da questa dualità oppositiva un grande insegnamento. Intanto, sarebbe il caso che ci chiedessimo: cosa significa essere d’accordo con qualcuno? Forse, avere la sua stessa idea? C’è un’idea che è uguale a un’altra? Diciamo quale… Altrimenti, diciamo perché non siamo d’accordo. Potremmo non essere d’accordo ora, ma tra un po’ sì… Non siamo d’accordo?

Ora, ammesso che si possa prescindere da tutte le implicazioni di carattere emozionale che coinvolgono il sistema cognitivo, intendo approntare (e proporre) una modalità operativa di ampliamento formale della gamma del pensiero.

Assumiamo efficace l’esempio della costruzione sistematica di un modello operativo volto alla neutralizzazione dell’assoluto. Ci chiediamo: in che senso sarebbe possibile pensare di più? Rispondiamo: pensando effettivamente di più, in termini meramente quantitativi!

Non si tratterà di sostituire un modo di pensare a un altro, di opporre il «No!» rivoltoso di Camus a un pretestuoso regno paradisiaco del Sì. Abbiamo parlato di neutralizzazione delle espressioni linguistiche assolutistiche e totalizzanti attraverso l’accostamento di altri pensieri dal contenuto apparentemente indeterminato. Faremo uso della negazione relazionale e non della negazione negatoria. Occorre un’azione decisa di costruzione e consapevolezza, per mettere “in movimento oppositivo” le affermazioni che si presentano in forma escludente[3]. Non ci sbarazziamo dell’affermazione iniziale – a noi non interessa che Zeus diventi Giove, o Afrodite Venere; in generale, non ci interessano le rivoluzioni e i cambi di paradigma. Non stiamo pensando al trapasso da un sistema all’altro, alla transizione da una Weltanschauung all’altra. Ci limitiamo a disarmare l’espressione assolutistica, come farebbe un guerriero addestrato a neutralizzare le capacità offensive di un nemico, indurlo alla resa e farlo prigioniero, ma senza ucciderlo; insomma, senza che sia l’altra formulazione a prendere il posto di quella soccombente, divenendo così a sua volta assoluta. L’idea è quella di creare una dualità di pensieri oppositivi, un bilanciamento formale attarverso l’eserczio di un pensiero plurale.

C’è un dettaglio non da poco da rilevare: tra un’affermazione e l’altra abbiamo immesso una congiunzione, non una disgiunzione.

Allora,

  • esiste un solo dio e non esiste un solo dio
  • l’universo è uno – l’universo non è uno solo
  • tutto è uno – niente è uno
  • l’Uno è Dio – Dio non è l’Uno
  • è importante il tratto comune – non è importante il tratto comune
  • non sono importanti le differenze tra le cose – sono importanti le differenze tra le cose
  • ciò che conta è l’immutabile – non conta l’immutabile
  • dal divenire occorre uscire – non è necessario uscire dal divenire
  • la natura è priva di anima e di coscienza – la natura non è priva di anima e di coscienza
  • il pensiero è prerogativa umana – il pensiero non è prerogativa umana
  • il pensiero produce la realtà – il pensiero non produce la realtà
  • il pensiero risiede solo nella mente – il pensiero non risiede solo nella mente
  • non esistono forme di vita extraterrestri – esistono altre forme di vita extraterrestri
  • il miglior modo di comunicare è quello verbale – non è quello verbale il miglior modo di comunicare
  • l’ozio è un male – l’ozio non è un male
  • a tutto c’è rimedio fuorché alla morte – a tutto c’è rimedio

Lo spazio di possibilità non è aperto dall’indeterminazione in sé dell’affermazione negativa, ma dalla condizione oppositiva e relazionale in cui si viene a trovare il nuovo modo di pensare. Si potrebbe tuttavia, sin da subito, obiettare che in tal modo il pensiero s’inceppa, travolto dal peso dell’indecisione e del dubbio immobilizzante. Se c’è dubbio, sia chiaro, si è ancora al di sotto di una forma mentis autenticamente plurale. Qui non si tratta di scegliere, ma di assumere nello stesso tempo e per il medesimo aspetto entrambe le posizioni, nella consapevolezza che non l’una esclude l’altra. L’affermazione contraddittoria assume qui la configurazione dell’indeterminato.

La pluralità può intravedersi provvedendo a comporre una propria lista di opposizioni, integrando pazientemente un elenco iniziale con una serie di affermazioni contraddittorie. Omettendo l’aut aut e immettendo la congiunzione, si farà attenzione a non sopprimere del tutto l’affermazione di partenza. Il bilanciamento è efficace se la mente si dis-abituerà realmente a pensare secondo fissità, cioè in virtù di una sola delle due affermazioni. Quando si avvertirà la compresenza di elementi contraddittori – da un lato l’affermazione determinativa, dall’altro l’indeterminazione – senza che ciò procuri forme di dissonanza cognitiva, si potrà scongiurare la ricaduta nell’assolutezza: l’affermazione determinata ed escludente ogni altra possibilità, che prima regnava indiscussa, funge ora da semplice riferimento, una specie di cimelio della vecchia trappola in cui non si deve più cadere, l’errore che occorre tenere sempre a mente per non sbagliare ancora.

Non si tratta quindi di disimparare quanto appreso in passato, ma di ampliarlo. Poi, a un certo stadio, la mente acquisirà l’automatismo della pluralità e non avvertirà nessuna opposizione contraddittoria: la dualità stessa non sortirà più alcuna propensione al dubbio e al “tentennamento”. Non produrrà l’angoscia delle possibilità kierkegaardiane. L’energia mentale è rimessa in circolo. Il corpo stesso si rianima. Il pensiero comincerà ad espandersi più consapevolmente, e l’azione sarà più libera di esprimersi, senza il vincolo dell’assoluto. La differenza consiste in ciò: l’affermazione “esiste un solo dio” non avrà più il potere assoluto di imporsi come schema mentale esclusivo, chiuso ad ogni altra prospettiva alternativa. E ciò che prima sembrava essere imprigionato irrecuperabilmente, ora apparirà libero di esultare con tutte le sue forze. Ogni volta che un’affermazione assolutistica riaffiorerà dalle viscere della memoria, automaticamente trascinerà pure la sua ombra oppositiva, la quale, nel mentre disarmerà l’assoluto, spingerà il pensiero a cercare la positivizzazione di ciò che nell’indeterminato appare avvolto ancora nella vaghezza del possibile. Allora risplenderà una pluralità di pensieri, sotto forma di opzioni possibili. L’affermazione “esiste un solo dio” non comparirà a fianco dell’affermazione “non esiste un solo dio” ma accanto all’affermazione “esistono più divinità”, vero traguardo della pluralità. Ciò che prima dominava indisturbato è ora mestamente detronizzato. Esistente, ancora, certo, ma sul piano della pura concettualità del tutto priva di effetti debordanti. In conclusione, è la logica oppositiva ciò che permette l’ampliamento mentale in direzione della pluralità; è la contraddittorietà il kippar vincente. O forse, la semplice inventiva, capace di meditare alternative al pensiero assolutista e dicotomico.

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[1] F. Gamba e F. Baggio, Aspetti cognitivi dell’assertività, in AA. VV. Assertività e training assertivo. Teoria e pratica per migliorare le capacità relazionali dei pazienti, a cura di F. Baggio, Franco Angeli, Milano 2013, p. 43.

[2] M. Franchi e A. Schianchi, L’intelligenza delle formiche. Scelte interconnesse, Diabasis, Parma 2014, p. 14.

[3] Ciò esige una dimestichezza con la filosofia e in particolare con la logica aristotelica, dello stoicismo antico e dei principi di dialettica messi a punto dalla scolastica medievale.

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