Il mito dell’accoglienza al cospetto della miseria umana

Mi è capitato di assistere a uno di quei meeting spacciati per corsi di formazione, privi di vigore e contenuti; vanagloriosa sfilata di saputelli che ti rifilano un pomeriggio uggioso di PowerPoint. Rasentano la follia e vanno ben oltre il limite di sopportazione umana. Non sarebbe stato meglio consegnare il pdf delle slides corredato da indirizzo email, in modo da poterle consultare spaparanzati sul divano senza avere di fronte queste teste di capra?

Lo smartphone con l’opzione di fuga attivata, dall’ultimo posto in galleria, in un rassegnato silenzio tombale, provavo a scorrere le news sull’insediamento del nuovo esecutivo, quando ha preso il microfono il politico di turno che ha ringraziato a destra e a manca, sbrodolando, con tono solenne e suadente, la sua opinione sullo spinoso argomento dell’immigrazione. Poi, dopo un quarto d’ora, si è assiso, strappando un plauso liberatorio.

Il mito fa sempre presa sui creduloni. I suoi tratti caratteristici: vaghezza tematica, inesistenza di contesto, pomposità espressiva, impossibilità di ricondurre i fatti narrati a fatti reali. La short story dell’accoglienza non richiede fatica mentale, la si accoglie essa stessa, con pigrizia dirompente: “Non esistono ricette miracolose. Non è possibile respingerli alle frontiere. Non è possibile rimpatriarli. Non è giusto far perdere il lavoro a chi è impiegato nelle cooperative che gestiscono i destini di profughi, richiedenti asilo e rom. Vigiliamo nei confronti dei rigurgiti razzisti”.

Chapeau!

Non intendo dire che la mitologia sia del tutto priva di logos, che non abbia alcun valore conoscitivo ed esortativo; è sicuramente uno dei modi, né migliore né peggiore di altri, di pensare il mondo. Il problema emerge quando la si spiattella come se fosse la weltanschauung per eccellenza, monisma mistificatorio che getta fumo negli occhi di chi, già confuso di per sé, desidererebbe chiarezza e risultati invece che buoni propositi.

Mi sovviene un brano tratto dall’Alcibiade maggiore di Platone:

Socrate: E se cadi in errore, non è chiaro da quello che si è appena detto che non solo ignori ciò che è più importante, ma anche che credi di conoscerlo, mentre non lo conosci?

Alcibiade: Temo che sia così.

Socrate: Ahimè, Alcibiade, in quale condizione ti trovi! Non ho il coraggio di definirla, ma comunque, dato che siamo soli, ne dobbiamo parlare. Tu vivi, mio caro, nella massima stoltezza, come dimostrano il nostro ragionamento e tu stesso, e per questo ti getti nella vita politica prima di esserti preparato a essa. D’altra parte, in questa condizione non ti trovi soltanto tu, ma anche la maggior parte di coloro che si occupano della Città, tranne pochi, fra cui, forse, il tuo tutore, Pericle.[1]

Ebbene, cosa vuol dire “vivere nella massima stoltezza”?

I greci per il termine ignoranza erano soliti usare “agnoia”. Ma il filosofo di Atene adotta un altro termine: amathia, da ricondurre letteralmente a sconsideratezza, la quale, a pensarci bene, deriva non tanto dalla mancanza di cultura, non solo dall’incapacità di metterla in atto, ma dal credere di averla. È per questo che Alcibiade si getta in politica senza essersi opportunamente preparato: perché, lungi dall’essere virtuoso, umile e saggio, si crede superiore. Pecca di arroganza. Amathia significa proprio questo: assenza di saggezza e, in species, assenza di sophia (e filosofia). Il punto è che l’a-mathia è una grave colpa, poiché coinvolge i cittadini che, in tal modo, vengono a trovarsi amministrati da stolti o, come direbbe più lapidariamente Robert Musil, da stupidi. Nel suo libro Sulla stupidità, il grande pensatore austriaco, autore di L’uomo senza qualità, ne individua due tipi: c’è quella naturale, per cui se uno è stupido di natura, lo si riconosce sin dall’infanzia, e crescendo diventa sempre più stupido, finché, in età avanzata, non trasforma la stupidità in pura e semplice meschinità. Si tratta di una predisposizione congenita, inneggiata dai tragici greci; al destino non ci si può sottrarre, lo si può solo prevedere (ma gli stupidi non ci riescono, perché, per definizione, non sono intelligenti). Ad ogni modo, non può che dirsi “onesta” una tale stupidità. Ma c’è anche una stupidità “disonesta”, che deriva dal caparbio rifiuto di ogni apprendimento, dall’ancorare le proprie opinioni unicamente sulle proprie impressioni, non riconoscendo validità a quelle degli altri, ma quel che è più grave e pericoloso presumendo che il Nulla sia Tutto.

Prendiamo la bicicletta, adesso, sperando non se la siano rubata, e inoltriamoci per le vie della città; guardiamo a terra: oltre a merde e pisci, chewing gum e gratta e vinci, c’è dell’altro: c’è il riverbero del degrado proveniente dalle periferie. Ma dove sono collocate le periferie? Cerchiamole… Non sono poi così lontane. Non è una caccia al tesoro. Basta imboccare, a una manciata di metri dalla cattedrale, se c’è, o della piazza maggiore, una delle laterali meno frequentate. Non andiamo ad ammirare i luoghi del benessere (dai bar, sempre pieni di gente, cornetto e cappuccino, alle concessionarie di auto, chiavi in mano e rate in testa); usciamo dal centro storico – dove finisce il centro storico? – e ormeggiamo nel porto dei poveri, nei quartieri dove stanziano gli ultimi arrivati. Cambia il colore, l’odore, la vista. Il cuore comincia a pulsare. Ci si accorge subito di aver varcato le sacre frontiere della tradizione e di essere confluiti in una zona franca tenuta a debita distanza. Non più individui accovacciati a terra, ma stranieri segregati, spaesati, inadatti a vivere in quell’ambiente. Anche chi prima ci abitava, figli di figli di autoctoni, non si sente più a suo agio, vorrebbe vendere, ma nessuno compra, e si rassegna a dimorare in una casa non di sua proprietà, maledicendo una “stupida” politica di integrazione basata sulla falsa credenza che sia sufficiente la compresenza dei diversi per assicurare la coesistenza pacifica nell’Uno.

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Il degrado ambientale, però, non è un ineludibile costo da pagare per avere, almeno nei quartieri alti, bei palazzi, biblioteche, strade cosparse di gente perbene e giardini pubblici senza erbaccia. Al contrario, è una specie di soprattassa imposta ai cittadini che non sanno o non vogliono opporsi a un cattivo governo della polis. Allora, musi lunghi e strade piene di immondizia, cumuli di scorie, olezzi nauseabondi e pezzettini di finestrini frantumati. Un ritorno economico e una qualche soddisfazione dovrà pur esserci per qualcuno, o no?

L’incuria affonda le sue radici nel disfacimento mentale, nella psicopatologia monistica, nel cervello inflessibile, nell’incapacità di pensare la città nella sua totalità di forme reali non necessariamante compatibili.

Colpa delle amministrazioni parolaie, zeppe di mitologia e di malcelata fiacchezza?

Si commetterebbe un errore di prospettiva grossolano se si attribuisse la responsabilità a una parte sola, come se questa parte non affondasse le radici in una cultura che ci appartiene. Accogliere tutti è un principio di solidarietà cristiana; e fino a prova contraria, gli italiani sono di origine cristiana. Non a caso, Papa Francesco considera “peccato” la chiusura delle frontiere, e i cattolici non possono batter ciglio; non a caso, chi reagisce, è subito etichettato filofascista, dimenticando che in fin dei conti lo Stato Pontificio del Vaticano visse serenamente sotto il Regime anteguerra.

Un principio tutto sommato vuoto, che risuona come slogan per convertire i gentili e si presta a essere strumentalizzato; a dirla tutta, una specie di sonnifero che permette a sedicenti operatori della giustizia sociale, dichiaratamente atei, di addormentarsi al cospetto di un crocifisso di plastica affisso sulla parete.

Invece di aprire le frontiere, apriamo la mente! Sgraniamo gli occhi! Conviene davvero metterci in casa degli estranei per trenta denari? O si mira ad arricchirsi, sfruttando il business dell’immigrazione, per poi emigrare a sua volta?

La mente bipolare, che ragiona per contrapposizioni, giustapposizioni e contraddizioni, in modalità taostica e non plurale, senza alcun realismo, non può ammettere di essere essa stessa la causa dello sfacelo. Ed è per questo motivo che non trova soluzioni. Non può trovare soluzioni, perché è la dualità stessa una fonte di guadagno; e, diciamo la verità, chi rinuncerebbe a guadagnare di meno in un mondo in cui salgono lo spread e l’inflazione ed è tutto fondato sulla dichirazione dei redditi e sul riconoscimento sociale che ne deriva?

Difficile tornare coi piedi per terra.

Si asserisce il superamento degli opposti per ideale costruzione dell’Unità, allo scopo di giustificare i propri misfatti e gratificare lo spirito ozioso. Unità che non può esistere quando si parla di esseri umani. Per ottenere drl buon pane, si possono mescolare lievito, farina, acqua e sale secondo dosi predeterminate. Allo stesso modo, sarebbe anche possibile opportunamente mescolare diverse etnie, pur nel quadro di un’accorta progettualità di lunga durata (nella consapevolezza, anzitutto, che nulla è e sarà mai Uno).

Le politiche assistenziali di accoglienza generalizzata hanno abbattutto muri ma edificato ponti pericolanti: “Vieni, mio caro, vieni pure, che ti accogliamo a braccia aperte, se riuscirai a raggiungere l’estremo”. Non sarebbe stato più giusto, più umano, evitare che qualcuno la cui vita è ridotta a tragitto si sentisse costretto a percorrere queste passerelle.

Non siamo dei bravi fornai, evidentemente, ma degli spietati dottor Frankenstein senza un briciolo di testa.

Ora, immaginate che qualcuno bussi alla vostra porta. Non aspettavate nessuno, scrutate il petulante dallo spioncino; vi chiede la cortesia di ascoltarlo. Magari un bicchier d’acqua. I vostri valori, fondati sull’ospitalità e sul dar da bere agli assetati, vi impediscono di restarvene con le mani in mano… e allora cedete. Potrebbe essere un angelo, potreste aver copiuto un’opera di bene e tornarvene dentro con il cuore ricolmo di gioia; ma potrebbe anche trattarsi di un diavolo, che vi rapina, vi aggredisce, vi sgozza.

Aprire le porte è sempre un rischio. Se ci serviamo di semplici spioncini. Vero che non è possibile compiere accertamenti pervicaci sui migranti. Eppure perché mettere a repentaglio la propria vita?

Noi, con animo francescano, tendiamo una mano ai disperati che scappano dalle guerre che fomentano gli apparati militari, dalla miseria che infliggono le multinazionali e dalle devastazioni ambientali che provochiamo per la vana pretesa di respirare aria pura al di qua. Ci prodighiamo per dare un tetto a richiedenti diritto d’asilo e rimaniamo continuamente delusi da questa gente, che, da parte sua, della cultura italiana e delle regole condivise, e dei nostri belli principi, non gliene frega una mazza. Ma se anche un grande amico ti tradisce per una scopata, mi dite voi cosa c’è da aspettarsi da un bell’imbusto di colore che non fa sesso da mesi, da anni, e che ti vede e ti vedrà sempre, se non come preda, come suo irriducibile nemico?

Le politiche di accoglienza poste in essere da amministrazioni dissennate si accordano perfettamente con un programma eugenetico di degenerazione valoriale allo scopo di prosciugare le energie creatrici, indebolire la forza della Legge e permettere ai malfattori di intascare contributi da riporre nei conti correnti di banche complici.

Ai sudditi si chiede di fronteggiare, senza legittima difesa, le minacce provenienti da mascalzoni e delinquenti; di schivare lo sguardo da non-persone che rovistano nei cassonetti delle élites, di tollerare chi vaghi alla ricerca di consumatori abituali di sostanze psicoattive e di accettare le prostitute sulle banchine (perché in fondo, in un popolo di depressi, disoccupati e sfigati, un pugno di cocaina sfilacciata e una pugnetta procurata da una trans senza mutande, al prezzo di una stecca di sigarette, fanno sempre comodo).

Occorrerebbe disconnettersi per un attimo da Internet, riconnettersi alla concretezza del vivere, far reset e riappropriarsi della natura delle cose. Non è impossibile risorgere. Per la verità, occorrerebbe insorgere – come afferma un gruppo di cittadini che ha smesso di guardare il mondo con occhiali 3D.

È bella, la fantasia. Lo sanno tutti. Ma in nome dell’Idea e dell’Immaginazione, della Politica e della Religione, ci siamo sempre trucidati a vicenda. E continueremo a farlo.

La sceneggiatura è redatta con parole credute rocce. Ed è terribile. Il clandestino creduto l’homme blasé metropolitano è terribile. Il vagabondo con birre e canne creduto il flaneur è terribile. Il mendicante con fotografie del figlioletto creduto ammalato è terribile.

L’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto… è terribile.

Prima o poi, moriremo tutti. E non saremo, tutti, accolti da Dio.

 

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[1] Platone, Alcibiade maggiore, 118a-c.

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