Il linguaggio della pluralità

Premessa

1. La filosofia del pensiero plurale può indicare un linguaggio, un modello, la rappresentazione e la visione di un cosmo colto per le sue strutture concrete, plurali e divenienti. Occorrerebbe elaborare un propedeutico ripensamento dell’unità e della stessa molteplicità in rapporto alla pluralità (senza confondere la dimensione infinita del plurale con quella finita del molteplice); l’esercizio di un pensiero (e anche di una filosofia) plurale, capace di farci sentire parti infinite di una pluralità cosmica infinita. Coniugare pluralità e infinito, e infinito a totalità, non significa ridimensionare il senso delle cosiddette “pluralità intermedie”, cioè dell’essenza plurale di ogni singola forma del cosmo; comunque, è importante imparare a considerare plurali noi stessi, in quanto parti di un divenire e in divenire noi stessi – un divenire esso stesso plurale. A tal proposito è bene sottolineare che la dialettica uno/molti, introdotta in tardi dialoghi platonici, ha avuto la sventura di delimitare un campo d’azione tematico a pressoché tutta la filosofia occidentale; e, nonostante i numerosi quanto vani tentativi di riformulazione (che dalla prima Scolastica pervengono a Hegel, fino all’insiemistica di Cantor e alla filosofia della matematica di Russell), bisognerà attendere gli inizi del Novecento – nell’alveo del pragmatismo americano, in particolare con C.S. Peirce, W. James e J. Dewey, con importanti epigoni come H. M.Kallen, R. Bourne, A. Locke – per vedere un cambio di prospettiva. Invero, la vetusta questio veniva audacemente rifiutata, ma per finalità strettamente sociali, economiche e politiche, nel contesto di eccezionali ondate migratorie che imponevano la gestione della coesistenza di diverse etnie e popolazioni di differente estrazione culturale e religiosa, sotto il buon auspicio dell’American dream. Non si affronta di petto il fondamento ipostatico dell’Uno in tutte le sue forme e articolazioni, tuttavia, sono le prime vivaci avvisaglie di una svolta in favore della pluralità.

Pluralità, non molteplicità*, quindi. Manca tutto alla molteplicità: creatività e intelligenza; soprattutto, gli manca l’infinito. A noi, ridotti male, manca proprio questo: l’infinito, l’impeto di Alessandro Magno, la capacità di immaginazione di Leonardo, lo slancio ineffabile di un ninja, la volontà di uscire dall’impasse delle nostre abitudini, il coraggio di lottare per un karma migliore.

Eppure, quando si parla di infinito, diversi problemi si presentano al cospetto della ragione speculativa. Anzitutto, il senso della negazione. Cosa significa affermare non-X, dove X indica una qualunque forma reale del cosmo? Significa forse negarne l’esistenza? No di certo… Significa affermare che tutto è, quell’entità non determinata, fuorché quella determinazione X. È un’altra cosa ma non X. Un’altra cosa, non nessuna cosa! Si può anche negare un genere, come per esempio il bello, il giusto, il vero – e si avrà, rispettivamente, il brutto, l’ingiusto, il falso, nel caso alle negazioni si facciano corrispondere determinazioni contrarie, oppure A, che comprende ogni genere (o forma-ideale) che non sia la bellezza, B, ogni genere che non sia la giustizia, e C, ogni genere che non sia la verità. C’è una determinazione di genere, ma pur sempre una determinazione. Non si può arrivare a negare ogni forma di genere. In tal caso, si finirebbe per auto-contraddirsi. Eppure, se si pensa al dio in quanto totalità e perfezione**, e nello stesso tempo lo si pensa Uno, Unico, sia pure strutturato in forma trinitaria, tutto ciò che perverrà dall’altro lato alla soglia malferma dell’infinito risulterà essere estraneo, imprevedibile, inspiegabile, e lo si rifiuterà, bollandolo, nella migliore delle ipotesi, con il marchio della falsità e della fallacia, e nella peggiore, per logica stringente, con quello dell’inesistenza. Ovvio che la pretesa di unicità dell’Uno entra in crisi quando al suo cospetto si presentano altrettante sedicenti unicità. Nello scontro tra Titani a rimetterci è sempre il pensiero.

 

CONTENUTI

2. Se l’uno è utilizzato in senso numerico, nessuna fiammella divampa in fuoco minaccioso. Come diceva John Arbuthnot, la conoscenza matematica dà vigore alla mente, liberandola da pregiudizi, credulità e superstizione***. Ma pensateci… nessun numero è unico! Cos’è unico? Non c’è un solo numero, un solo giorno, un solo tempo, un solo atomo, una sola parola, un solo corpo, una sola vita, una sola anima, un solo amore, un solo universo, un solo dio, un solo pensiero. Mai uno solo. Sempre di più. Allora quanti? Quanti numeri, quanti giorni, quanti tempi, quanti atomi, quante parole, quanti corpi, quante vite, quante anime, quanti amori, quanti universi, quante divinità, quanti pensieri?

E poi, cosa si intende per monismo? Per monismo s’intende ogni modo di pensare il cosmo che innalzi un’idea a principio e verità assoluta, oggettivandosi infine in diverse forme e dimensioni. E questo sia che si consideri una fede religiosa, sia che ci si riferisca alla politica, all’economia, al sapere scientifico e alla legge. In tutti i campi dello scibile e delle prassi umane sono presenti monismi; e là dove sussistono monismi, preesiste uno spazio solo apparentemente plurale. Lo spazio presupposto per l’esercizio monistico è in verità il monismo stesso; il cosmo monistico è il monismo stesso. Un monismo ideale che ha cancellato la realtà. Vede solo se stesso. Fonte istitutiva della fede esclusivista che nega e sopprime l’alterità.

Lo spazio plurale presuppone invece un cosmo aperto, in cui tutto diviene e tutto fluisce, ove, per dirla con Empedocle, le forme reali sono spinte ad aggregarsi e a disaggregarsi, secondo compatibilità (amore) e incompatibilità (odio). Lo spazio plurale si manifesta come limite e contenimento alle pretese unicistiche dei monismi ideali i quali, così, vedono ridimensionata la loro turpe portata, incapaci pure di confondersi con la totalità del cosmo, incapaci quindi sia di nuocersi a vicenda sia di nuocere tout court.

Emerge allora la necessità – propria di una filosofia del pensiero plurale marziale – di neutralizzare nel modo giusto la pretesa unicistica di ogni monismo, affinché possa rifulgere la luce della pluralità. La battaglia ai monismi – per mezzo dell’ahimsa plurale – è appena cominciata; per Fumimaro Hayashi il sentiero è ancora lungo e ricolmo di ostacoli.

3. Adesso – ve ne siete accorti? – avendo abbandonato il porto dell’unicità già da un po’, siamo in mare aperto, chissà se non già alla deriva, comunque lontani dalla nostra Itaca, dai riferimenti familiari, dalle abitudini e dalla routine quotidiana. Con rotta verso l’infinito, o l’indefinito, chi lo sa? Avendo progettato di ripensare e poi neutralizzare il linguaggio dell’Uno, tutto ci sembra in fermento, e misterioso, pericoloso, meraviglioso, ma anche più leggero, rarefatto, pacato. Siamo in viaggio verso noi stessi.

Quando l’uno sfugge al nostro controllo e diviene Lógos, Concetto e Parola, non si fa scrupolo alcuno: si arroga il diritto di poter negare esistenze o crearne; tutto sembra gli appartenga ab aeterno – l’Uno, però, si riserva l’essenza di Atto puro. Non solo. Non solo questo. Prima, l’Uno, impara a fare a meno di tutto… poi non ne può più e coinvolge chi non lo sente, non lo conosce, non lo vede e non lo avrebbe voluto. Impone corrispondenze d’amorosi sensi ad altri. Costringe a pensare in un certo modo, con ogni mezzo necessario.

L’Uno universale e totale, Unità Primigenia, Entità meta-numerica non duplicabile, in se stessa contraddittoria – perciò anche inconsapevolmente plurale – si fa tiranno. E i tiranni – che si proclamano unici padroni del mondo – hanno il potere di foggiare la massa e condurla con forza in guerra, finché morte non la separi; hanno il potere di comprimere la pluralità, fino a snaturarne l’essenza. Quando l’Uno è tutto e tutto è Uno, non resta che genuflettersi al cospetto della sua possente hypostasis. «Lo chiamiamo anche primo perché è semplice […]. Pertanto se non è “da altro” né “in altro”, e non è composto, non vi è nulla che stia al di sopra di Lui. Ma, stabilito il primato dell’Uno, faremo seguire a Lui l’Intelletto e ciò che da principio pensa e poi, dopo l’Intelletto, l’Anima. E questo è un ordine secondo natura»****. Quando l’Uno è uno tra i tanti, non nuoce più. Il pensiero si libera del rimuginio monistico e si apre alla realtà, in tutte le sue sfumature, specificità, originalità. Padrone del proprio destino, il pensiero plurale è in grado di riflettersi nella bellezza di un cosmo plurale e diveniente.

4. L’uso di un linguaggio settoriale, di un gergo tecnico, di uno specialismo lessicale, può rivelarsi motivo valido per imbrigliare il pensiero, inducendolo all’esclusione della diversità e dell’alterità. Forse, è proprio a causa di un’autoreferenziale specialità linguistica e degli iper-tecnicismi lessicali, in voga presso i dipartimenti universitari e nei possenti articoli delle riviste accreditate protocollari, che le discipline (storia, matematica, chimica, geografia ecc.) non dialogano più o dialogano molto di rado, a seconda delle capacità del singolo pensatore di aprirsi all’altro. E se si pensa alla distanza (apparentemente incolmabile) tra scienze umane e scienze matematiche, fisiche e naturali, e alle conseguenze estremamente negative che ciò comporta sul piano delle relazioni e della comunicazione interdisciplinare, non si può che riporre sul tappeto del pensiero plurale la questione imprescindibile dei linguaggi.

Dall’idraulico all’avvocato, dal medico al ristoratore, ogni figura professionale e ogni mestiere padroneggia una serie di terminologie che gli consentono di cimentarsi nella sua attività con precisione e perizia (si pensi alle pinze e alle chiavi inglesi, alle tipologie di norme e alle fasi processuali, alle patologie e alle diagnosi, alle pietanze e agli arnesi da cucina); una tale varietà è del tutto legittima. Allora il problema non può essere il tecnicismo in sé, quanto il loro uso monolitico. La filosofia del pensiero plurale è orientata alla conoscenza di più linguaggi, più lingue, più registri e più stili di pensiero, in un orizzonte interdisciplinare e plurilinguistico. Non si adagia quindi sull’idea – sostenuta per esempio da Donald Winnicott – secondo cui ognuno parla (e parli) la lingua che avverte più familiare. Al contrario, ognuno dovrebbe conoscere più forme linguistiche, scardinando il monismo della lingua madre unica e quello ancor più grave degli specialismi gergali barricati in torri d’avorio.

Insomma, qui il termine “pluralità” è colto nel senso più ampio del termine, per non lasciarsi appiattire dal poco o sopraffare dal troppo. Se si escludesse dal proprio ambito tutto ciò che non si comprende, ciò che non si ritiene compatibile con il personale/settoriale vocabolario, recidendo in modo del tutto aprioristico ogni ramo che arrechi fastidio, che non si confaccia alle proprie esigenze e aspettative, si chiude il cerchio della comunicazione umana; cioè, s’intende dire, non si comunica più. Si pensi, tanto per fare un esempio, a tutte le obiezioni, i malintesi, le asperità che espressioni linguistiche perentorie quali “Dio esiste” o “Dio non esiste” creano. È la perentorietà che fa di queste espressioni tristi esempi di pensieri monistici, non tanto i loro contenuti (per nulla enunciativi/informativi). Certo, non si può, né si dovrebbe, escludere apriori un senso (e un significato) a nessuna espressione linguistica (e, volendo dirla tutta, a nessun suono e gesto umano e ad ogni accadimento); occorrerebbe scavare oltre le parole (e anche oltre il silenzio, oltre il gesto, oltre il suono, oltre il fenomeno), anche se apparentemente sembri completamente privo di senso. La ricerca filosofica comincia con un perché. Dunque… perché rinunciare a capire qualcosa di più?

Se diciamo: “Oggi piove”, nulla quaestio, a parte la necessità di munirci di un ombrello. Se udiamo qualcuno proferire timidamente: “Oggi io piovo”, e gli ascoltatori dicono di non aver capito, e poi intimano lui di essere più chiaro, e quello insiste, è probabile che dalle parole si passi ai fatti… D’altronde, è più facile trovare motivo di discordia che motivi di concordia, più facile litigare che far pace, in questa landa desolata che ci ostiniamo a chiamare mondo. Se qualcuno, togliendo tutti dall’impaccio, intervenisse dicendo: “Tranquilli, sta recitando una poesia, ma non dice per intero il verso!”, che ne direbbero gli altri? Forse, gli risponderebbero: “E qual è il verso mancante?”. E lui: “Volete proprio saperlo?”. E loro: “Sì, lo vogliamo”. Allora: “Ecco voi l’espressione di senso compiuto che tanto bramate: Oggi, io piovo dal cielo!”. Eppure, se ogni espressione linguistica ha un senso, benché nascosto, implicito o misterioso, ogni parlante che parli plurale deve esso stesso pensare a quel senso, parlare sensatamente. Non barare, non esagerare con i malintesi, non sovvertire i codici linguistici attendendosi che qualcuno, perché plurale, si prenda la briga di interpretare. (Il discorso ci porterebbe troppo lontano, e siamo solo in sede di introduzione. Sia sufficiente, ora, chiosare nel modo seguente: attenzione ai tecnicismi, ma attenzione anche ai semplicismi, alle banalità e ai futili giochi di parole*****).

5. Dunque, il linguaggio. La mente e la stessa esperienza conoscitiva si strutturano proprio attraverso il linguaggio. Il linguaggio è l’anima del pensiero, la sua sostanza. Importante sarebbe porsi il problema della struttura della parola, stabilendo come trattarla, se come forma reale del cosmo oppure come forma-ideale. Esula dalla nostra indagine una problematica di siffatta portata. Intendiamo calare sul tappeto della pluralità l’interrogativo, altrettanto rilevante, del come concretamente parlare il linguaggio del plurale. Si potrebbe pensare di attingere a una dimensione sovra-razionale dell’esserci, che faccia a meno delle parole, come se le parole non esistessero, ma in tal modo ci si rinchiuderebbe con le proprie mani nella gretta cella dell’unicità monastica. Una filosofia del pensiero plurale è invece tutta orientata alla socialità, alla comunicazione e ai rapporti concreti della vita.

Se ad oggetto si pone la domanda sul senso della pluralità e, per conseguenza, una filosofia, non si potrà più eludere il problema del linguaggio – perché è il linguaggio stesso che la forma, la realizza e la trasmette (la pluralità e la filosofia stessa). Può non convincere, certo, l’idea di un Pensiero plurale-Weltanschauung che si affidi a un certo sistema semantico/lessicale per autoaffermarsi, ma se intraprendiamo il cammino formativo, con finalità pedagogiche, avanzando per le vie sdrucciolevoli della conoscenza, dovremmo farcene ben presto una ragione. Tuttavia non si tratta di affinare un linguaggio tecnico disciplinare, quanto sviluppare una forma mentis che sappia pensare e parlare plurale, che non si fossilizzi su alcunché, che spazi all’inverosimile, che non ponga nulla e proprio nulla al centro e a fondamento del suo essere e della sua ricerca, che deve sempre essere libera da ogni dogma e scevra da ogni settarismo e fanatismo.

La lingua del plurale non è una sola – ma per giungere a riconoscerlo occorre lavorare sodo. La lingua del plurale parla in stile pluridisciplinare e plurilinguistico. Riesce a fare della contraddizione una fonte di “verità”, e non ci può essere collisione neppure tra espressioni linguistiche informative ed espressioni linguistiche non informative; anzi, ammettendo la parola come il silenzio, non c’è più conflitto tra parola e silenzio. Nell’ambiguità e nella profondità dell’espressione c’è la poesia della pluralità che nega l’Uno mentre lo afferma, senza affermarlo mentre lo nega; sicché la sostanza del plurale non è altro che quell’orientamento all’infinità capace di sospingere la mente e il cuore oltre gli angusti limiti di ogni Verità, di ogni Senso e di ogni Linguaggio che si ritengano assoluti. Il rischio per un pensiero plurale di cedere alle lusinghe dell’onnipotenza e credersi il pensiero supremo, è sempre in agguato; in tal caso, è come se si salisse a bordo della macchina di H.G. Wells per tornare indietro nel tempo, mestamente al punto da cui si era partiti. Il plurale diventa l’Uno mascherato. Metamorfosi scabrosa. Mostruosità allo stato puro.

 

CONCLUSIONI

6. Auspico cambiamenti positivi per la nostra vita, anche se il più grande dei cambiamenti è imparare a non pretendere di cambiare. In tal senso, occorrerebbe l’esercizio di un pensiero non-pensiero capace di accettare il gioco della vita e la bad luck. Avere il coraggio di approfondire la ricerca e pensare di più non significa condizionare in tutti i modi il corso degli eventi. Eppure, oggi, si tenta di prevedere di tutto, dagli eventi atmosferici ai tumori, dalle quotazioni dei titoli in Borsa, alle elezioni politiche. Ci si affida ad almanacchi, simboli e numeri. Non siamo più figli di túche ma della probabilità, dell’astrologia e del sondaggio. Specie in quest’epoca di allarmi terroristici e di misure eccezionali, le istituzioni tendono a tranquillizzare la popolazione con forme di prevenzioni pervasive. Ma è un’illusione; ce lo dicono i tragici fatti di Parigi di inizio 2015 e tanti altri eventi che si sono abbattuti come fulmini a ciel sereno, anche se qualche mago aveva immaginato ciò che poi è realmente accaduto.

Le illusioni aiutano ad affrontare le situazioni e danno un po’ di energia per sopravvivere, in questo tempo di crisi e di stress. Possono rendersi utili, in certi casi; ma è un’illusione ritenere che le illusioni possano alla lunga (e soprattutto, unicamente) servire. Esse finiscono per ritorcersi contro, allontanandoci dalla vita. D’altronde, anche l’uso smodato delle misurazioni, e ciò che Heidegger chiamava “pensiero calcolante”, spezza il legame tra vita e realtà******. Questo voler tenere sotto controllo ciò che continuamente ci sfugge, segnala una brama indomabile di onnipotenza. Se passassimo sic et simpliciter all’estremo opposto, finiremmo per essere delle impotenze altrettanto vane.

Proviamo a pensare di più – che ne dite? – senza rinchiuderci in una fredda dimensione calcolante. Apriamoci al caso e, magari, anche al fato. Pensare di più implica essere esposti di più, compatibilmente alla struttura plurale e diveniente del cosmo. Occorrerà stare attenti a non cadere nel circolo vizioso del solipsismo. Non è pensare plurale un barricarsi sulle alture dell’asocialità monacale. L’homo pluralis è «pluraco» anche nello stile di vita, aperto e giocoso, e nel linguaggio sempre attento all’accoglienza delle esperienze altrui. Certo, la filosofia del pensiero plurale possiede una sua componente ascetica e persino esoterica, perché mira alla purificazione del Sé e alla neutralizzazione dell’Ego; ma possiede anche una spiritualità a(gnostica) rivolta alla ricerca della conoscenza e tesa alla scoperta del mistero della vita e del cosmo. Più che una spiritualità senza Dio, ultima propaggine dell’ateismo fideistico e scientista, la filosofia del pensiero plurale è una spiritualità plurale che si ripromette di accogliere favorevolmente le forze straordinarie e misteriose che pervadono il cosmo infinito.

Pensare di più senza pensare troppo, avanzare e retrocedere, sapendo scorgere nella realtà il fine e il mezzo del suo stesso movimento. Se imparare significa anzitutto arrivare a sapere qualcosa di più, come si potrebbe imparare a pensare e a non-pensare senza arrivare a pensare di più? Bisognerebbe esercitarsi, e allenarsi con metodo, come se pensare plurale fosse davvero un esercizio da apprendere con tenacia e costanza. Pensiamo alle arti marziali, nella loro ampia articolazione disciplinare. Originariamente utilizzate per ampliare le opportunità di vittoria dei guerrieri in battaglia, individuano, oggi, un percorso di miglioramento e di autoconsapevolezza individuale che si definisce nel quadro di una graduale acquisizione di abilità e competenze, grazie ad attività psico-fisiche particolari che coinvolgono le capacità di difesa personale*******.

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* Il termine “molteplicità” – come avremo modo di chiarire nel prosieguo – non ha un unico significato. Nessun vocabolo ha un unico significato.

** Secondo le parole del credo di Calcedonia (451), Gesù Cristo è «perfetto nella sua divinità e perfetto nella sua umanità, vero Dio e vero uomo […], simile in tutto a noi fuorché nel peccato».

*** Meglio se si dicesse: le conoscenze matematiche, non essendo la matematica una; les mathématiques – come dicono i francesi – sono varie e articolate.

**** Cfr. Plotino, Enneadi, a cura di R. Radice, tr. it. G. Faggin, Bompiani, Milano 2000, II, 9. Da evidenziare che la letteratura filosofica sul tema dell’Uno – per lo più rapportato ai Molti – è sconfinata. Pe scelta metodologica, si è deciso di citarne solo alcuni, a titolo esemplificativo, rimandando, per gli approfondimenti, alla bibliografia da essi indicata.

***** Importante – per dirla con le parole di un autorevole linguista – sarebbe studiare la grammatica partendo da alcuni presupposti: «realismo (materiali linguistici presi dalla realtà e non frasette o discorsetti inventati); pragmatismo (parlare e scrivere bene significa esprimersi in maniera adeguata ed efficace rispetto a un destinatario, a un argomento, a un obiettivo); pluralismo (giusto e sbagliato dipendono spesso dalla situazione in cui ci si trova a comunicare); dinamismo (una lingua viva è in continua evoluzione). [… Bisognerebbe] passare da una tipologia all’altra, da un registro all’altro. Perché, in fondo, la grammatica è l’arte di dire le cose nel modo giusto al momento giusto» (G. Antonelli, Comunque anche Leopardi diceva le parolacce, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2014, p. 99).

****** Cfr. M. Heidegger, Abbandono, tr. it. A. Fabris, Il Melangolo, Genova 1986.

******* Sulla pratica delle arti marziali sono stati scritti migliaia di testi – molti dei quali persino avvincenti – ma pochi, o nessuno, trattano l’argomento da un punto di vista della pluralità. Si sancisce l’alleanza tra intelligenza filosofica e attitudine strategico-agonistica. Tuttavia, la pur duttile e imperturbabile mente del karateca, del judoka, dell’aikidoka, del ninja e dei samurai, come del monaco che pratica Kung-Fu nel Tempio di Shàolín-sì, sembra voler trascurare il contributo della tradizione filosofica occidentale, eludendo l’apparato categoriale della logica classica e quello delle ultime logiche postclassiche, come pure i principi dell’etica aristotelica e kantiana, gli approcci metodologici delle scienze moderne e contemporanee e le stesse significative tappe della storia del pensiero occidentale. Gli insegnamenti si trasmettono oralmente, direttamente da maestro ad allievo, spesso senza far ricorso a libri. Sostanzialmente orientate all’azione, le arti marziali si crogiolano fin troppo spesso in assunti esoterici e mistici, in dottrine e in filosofie ricavate dalla tradizione buddhista, confuciana e taoista, attingendo a categorie dal sapore taumaturgico-mitologico – quali Yin e Yang, Chi, Xing, Yi, Li, Qi, Shen Qi, Satori – tutto sommato tese a squalificare l’esercizio di un pensiero logico-razionale. «Usare nessun metodo come metodo. Avere nessun limite come limite», affermava il leggendario Bruce Lee per spiegare la sua filosofia delle arti marziali, prodigandosi a insegnare l’utilizzo creativo del pensiero in tutto ciò che possa servire nel confronto uomo-uomo. Su questa base, ogni tecnica di jeet-kune-do doveva essere semplice e diretta, sottratta ad ogni regola dal carattere troppo rigido. Da un lato, si recupera la centralità dell’individuo e della naturalezza, dall’altro, però, si perviene alla perentoria accettazione di un ancestrale monismo o al più di un dualismo incapace di fornire concreti strumenti concettuali e categoriali in grado di impiantarsi a pieno titolo nell’ampio terreno della filosofia plurale. Sfuggiva al mitico lottatore, e sfugge tuttora a molti artisti marziali, di porre attenzione a virtù quali la lungimiranza, l’accortezza, l’avvedutezza, dando importanza al quel senso storico che invece un vero filosofo (che non sia solo un sophòs) deve possedere. L’incontro tra la filosofia e le arti marziali deve avvenire su un terreno eminentemente plurale, evitando di cadere nella trappola di sincretismi dal sapore amaramente monistico. Se l’Oriente è un crogiuolo di arti, tradizioni e sapienze e l’Occidente un sistema di conoscenze prive di anima, si rimane incastrati in una visione dicotomica di mondi che rimangono sostanzialmente estranei l’uno all’altro. Come sia possibile far delle discipline marziali una filosofia di vita resta un enigma per i non praticanti; non sembra esserlo, invece, per i praticanti, i quali – fino a prova contraria – continuano a voler fare della loro disciplina una filosofia del vivere tout court, agendo in ogni occasione secondo il modello appreso nel dōjō. Vanamente, tuttavia; mentre un pensiero plurale – con tutto il suo slancio interdisciplinare – sarebbe in grado di trasferire indicazioni valide per una rielaborazione più aperta e costruttiva della loro forma mentis, le arti marziali sono ancora in grado di offrire al pensatore plurale alcuni importanti nozioni, accorgimenti e principi – di cui, appunto, se ne discuterà nel testo – utili a fornire la chiave d’accesso per intraprendere un addestramento ragguardevole per una mente ferma e imperturbabile come presupposto si successi.

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