Il genio degli uccelli, la beatitudine delle piante

Stamattina, passeggiando per il parco cittadino, mi è capitato di incontrare un’orchidea.

Non so perché, mi sono seduto e ho cominciato a parlarle. Lì per lì mi è sembrato di essere su Facebook: nei social si parla a sé stessi credendo di rivolgersi a qualcuno. Allo stesso modo, il fiore non si curava di me, continuava a godersi la calma del giardino. Un gradevole venticello, delicatamente, scuoteva i petali violacei. Questo forse il suo modo di comunicare?

A un tratto una farfalla si è posata sull’erba.

Molte specie, non solo le scimmie più somiglianti a noi umani, sono capaci di apprendere, di astrarre e generalizzare. Uccelli che si adornano per attrarre il partner, delfini che proteggono il muso con le spugne. Il pachiderma – che già Aristotele considerava l’animale più intelligente – rende onore ai suoi morti, come i Neanderthal; la proboscide gli è di grande aiuto nella produzione e nell’impiego strumentale di oggetti (può ad esempio staccare una gemma da un ramo o rimuovere un tronco che gli ostacola il cammino, aspirare litri di acqua per lavarsi o spruzzarla per gioco).

Continuiamo però a credere che l’intelligenza sia una prerogativa umana e anzi che l’intelligenza sia funzionale alla vita. Eppure, le creature che abitano in maggior quantità il nostro pianeta sono le piante. Pur senza sensibilità, mente e coscienza riescono a cavarsela meglio di noi umani, sempre alle prese con guerre, lotte e malattie.

Noi pensiamo essere i sovrani del mondo, ma un’orchidea vive beatamente in natura, ed è più bella e più felice di noi.

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