Homo minus sapiens e homo pluralis

Qual è la differenza tra la mente dell’Homo sapiens arcaicus di 4/500.000 anni fa e quella dell’Homo sapiens sapiens*? Di quest’ultimo più dritta è la fronte, meno sporgenti la nuca e la mandibola; il volume del cranio è pressoché lo stesso. Ma con riguardo al cervello, si riscontrano significative differenze. Più grande, più tondo quello dell’uomo moderno. I lobi temporali, coinvolti nelle funzioni linguistiche, mnemoniche e sociali, sembrano organizzati per essere più attivi; anche i bulbi olfattivi, adibiti al riconoscimento degli odori e connessi alla sfera delle emozioni, sono molto più grandi, fino al 12% in più (anche rispetto al Neanderthal).

Cosa significa tutto ciò?

Forse che in mancanza di una lingua articolata e versatile, o di una socialità strutturata, l’uomo “primitivo” non pensasse affatto? Certo che pensava, se è riuscito a capire come sfruttare i “doni” della natura volgendoli a proprio vantaggio (il fuoco, la ruota, il legno, le pietre). Non si era spinto a rappresentare scene di vita quotidiana come poi, un giorno di circa 20.000 anni fa, fece qualcuno sulle pareti di una grotta dispersa nel sud-ovest della Francia; non aveva, l’Homo sapiens, elaborato strategie che garantissero la continuità e l’aumento demografico; e se i primi insediamenti umani, che testimoniano una qualche vita comunitaria, possono farsi risalire al più tardo Paleolitico inferiore, non c’erano agglomerati di tipo urbano, non esistevano città, con i loro grattacieli e supermarket; non c’era cultura, civiltà, arte, scienza, tecnologia. Il cervello umano, per circa tre milioni di anni – lungo tutto il Pleistocene – non dà segni di grandi cambiamenti, e tuttavia, col passare degli anni, in un tempo relativamente breve, si riorganizza e si ristruttura in risposta alle condizioni mutevoli. Steven Mithen, autorevole archeologo britannico, ha chiamato questa modificazione «fluidità cognitiva»**. Se il cervello non avesse avuto una disposizione a modificare la propria fisicità per far fronte alle esigenze di nuovi adattamenti, non avrebbe potuto assicurare la prosecuzione della vita terrena.

Le ricerche archeologiche e gli studi evoluzionistici dimostrano che il cervello umano presenta caratteristiche filogenetiche altamente plastiche. Con la fine del Pleistocene si avverte un primo pronunciato cambiamento: l’umanità ha sviluppato una rimodulazione in senso linguistico-cognitivo della mente e reso il suo “gesto pensante” più efficace sotto il profilo della sopravvivenza della specie; poi, a partire più o meno da 6/7.000 anni fa, comincia a mutare decisamente le proprie condizioni di esistenza, l’ambiente in cui vive e quello in cui vivono le altre specie animali, a modificare il modo di pensare a se stessa, e cambia la sua fisionomia: la statura media, l’età media, la dieta, e tutto ciò che inventa e scopre diviene fonte di nuovi cambiamenti. Cinquemila anni fa, l’uomo abbandona il geroglifico e aggancia al simbolo il suono, inventando l’alfabeto; persino le funzioni motorie – si pensi a quelle dell’occhio – subiscono ulteriori modificazioni, attivando e strutturando nuove connessioni neuronali***.

Sicché, l’uomo sembra esser passato dal “poco” pensiero al “molto” pensiero.

Eppure, considerando che 500.000, 100.000 o anche 6.000 anni non gli sono bastati per diventare amabile, pacifico, felice, vien da chiedersi se questo “molto” pensiero che pure è stato capace di sviluppare gli sia stato davvero congeniale.

Si pensi ai nostri cieli non più azzurri, ricolmi di misteriose scie di condensazione, o alla nostra terra, inspiegabilmente monocromatica, da cui si prelevano risorse su risorse, trivellando e perforando il suolo fino a scatenare controreazioni telluriche e non solo; per non parlare della deforestazione, del riscaldamento globale, del degrado ambientale, che scatena migrazioni forzate (preda poi di sfruttamenti capitalistici e camorristici) e il moltiplicarsi di sacche di povertà, disseminate in ciò che mefistofelicamente chiamiamo mondo civile. Non può essere quindi un becero egocentrismo, in qualsivoglia salsa teorica lo si condisca, a indicarci vie d’uscita; d’altronde, nessuno più deve indicarci vie, perché non c’è una Via privilegiata che conduca alla salvezza. E non c’è qualcuno che conosce esattamente la Via. Non possono esserci istruzioni per l’uso, che illustrino come (ri-)costruire il nostro caro mondo. Piuttosto «è vitale progettare in modo collaborativo e costruire una solida antropologia del futuro. Ciò richiede un impegno su vasta scala con la varietà di idee sul welfare umano […], un ampio dibattito sui modi migliori di progettare l’umanità in quello che potrebbe benissimo essere il suo ultimo capitolo»**** – ultimo soprattutto se ci si farà ancora appannare la mente dalla preminenza esclusiva del “tratto comune”, o dall’ideale del “bene comune”, o dal comunismo stesso, che ha regnato incontrastato sotto l’egida idolatrica dell’umanità una sola.

Ridimensionando e, al limite, disarticolando il baricentro dell’esperienza sensibile, neutralizzando – anche giusto dire – i condizionamenti dell’Ego, si riuscirà a presentarsi (nuovi e vuoti come la tazza del celeberrimo koan) al confronto plurale tanto agognato, che presuppone in ogni caso una pre-meditazione sul come fare ad accettare l’alterità. Spostando l’attenzione sulla realtà così com’è, si permetterà alla realtà stessa, e quindi alla natura stessa, di avvicinarci, di parlarci, di rivelarci ciò che da noi non riusciremmo giammai a capire. Forse, la natura, non più matrigna, potrebbe soccorrerci. Bisognerebbe capovolgere il contenuto della parabola cristiana del buon Samaritano, porsi nei panni del bisognoso, riuscire ad afferrare e ad accettare l’imprevedibilità dell’accadimento, con l’umiltà e l’obiettività che contraddistinguono l’animus quieto del saggio, il quale accetta ciò che la vita gli dà non perché è debole ma perché ha capito che non ci si può opporre – lo diceva anche Epitteto – a ciò che si dà come fatalità.

Oggi, indubbiamente pensiamo di più, ma in che senso? Siamo come trascinati da una corrente inarrestabile di immagini, icone, informazioni, idee e proponimenti che s’impongono alla nostra coscienza senza poter opporre alcuna resistenza. Passiamo da un’esperienza all’altra, macinandone una alla volta senza ottenere il succo di alcunché, senza assaporarne alcuna. Voltiamo pagina al ritmo del battito cardiaco, sfiorando lo schermo di un iPad, senza interiorizzare niente, completamente sopraffatti dall’impulso ad andare oltre, alla pagina successiva, e poi al successivo del successivo, sgusciando via come anguille, verso l’ombra di un orizzonte nuovo, che però è sempre là, a guardarci con beffardo e impietoso sorriso.

Quando sfogliamo frettolosamente tutto ciò che ci scorre tra le mani, e appuntiamo qualche frase sgrammaticata sul taccuino, affrettandoci a comunicarne il sunto su WhatsApp, ci sembra di imparare, di aver capito, di aver aggiunto qualcosa al bagaglio della nostra esperienza conoscitiva, mentre rimaniamo fermi sul posto come sentinelle ruminanti, in attesa di una risposta dall’etere, con lo stesso identico e nevrotico pensiero di sempre, in un eterno ritorno del nulla. Ci basta così, perché nella Société du Spectacle, ove regna l’appearance, siamo ormai abituati a convivere con l’effimero e l’inconsistente. Andiamo in estasi al cospetto dei big data*****, convinti di essere onniscienti come quel dio che si faceva chiamare Io-Sono; confidiamo a occhi chiusi nelle tecnologie e nella competence degli specialisti, ma se andiamo a spulciare le statistiche dei morti per fame, per malattie, per droghe, per incidenti, per guerre, o quelle non meno drammatiche dei suicidi, dei tossicodipendenti, degli psicopatici, degli ipocondriaci, dei maniaci, dei depressi, dei bulimici, degli anoressici e degli obesi, troveremo seri motivi per ricrederci e per chiederci: a che pro cotanta immensità di dati?

Con il «pensare di più» non intendiamo esortare i lettori a un caos di nietzschiana memoria. Intendiamo, semmai, fornire gli strumenti necessari per liberarci lentamente ma energicamente da esso. Non c’interessa qui l’opinionista logorroico refrattario alle idee altrui. C’interessa la calma zen del pensiero meditativo ma anche una volontà di ascolto e di raccolta; non proviamo interesse per quello che “si getta” a capofitto nelle situazioni. Chi sa aspettare, chi sa riordinare spontaneamente le idee, dandosi il tempo di giungere a consapevolezza, chi sa fare pause creative basate sulla focalizzazione, attraverso l’esercizio di un pensiero attento e – perché no? – in grado di ubbidire, senza critiche e senza disapprovazioni, senza giudicare e senza obiezioni e respingenti che spesso non fanno altro che ingenerare inutili tensioni e discordie.

In senso predicativo, il plurale rinvia a un modus specifico di pensare: la capacità di reinventarsi continuamente il suo stesso relazionarsi, per convivere positivamente con la diversità e con la possibilità******. Dovrebbe essere in grado – l’homo pluralis – di astrarsi dallo spazio della molteplicità quantitativa, per vederla nel suo insieme, come se l’osservasse dall’alto; ma non troppo in alto, perché altrimenti non la vede più, e lui stesso si volatilizza. Insomma, il pensiero plurale è posto a mezz’aria – come un angelo, tra il macrocosmo inafferrabile dell’infinità e il microcosmo limitativo della molteplicità. In tal caso l’alternativa plurale – né uno né molti – risponde all’esigenza di contenimento del troppo, di moderazione, di limitazione delle eccedenze, di riordino ed equilibrio dell’essere; all’esigenza di trattenere l’impulso al cambiamento. La sua forza propositiva non è mai di carattere sovversivo – è bene sin da subito evidenziarlo; emana piuttosto da un rapporto tendenzialmente pacifico, inclusivo, aperto, che si concretizza nel concedere perenne ospitalità non solo al simile, ma anche al diverso – senza alcuna necessità di aprire le porte solo alle divise che mostrano tratti comuni.

Quando si parla di pensatore plurale non è a al superuomo, allo Übermensch e al transumano che miriamo. Almeno, non direttamente. Non vorremmo contribuire a promuovere sic et simpliciter i punti cardine del programma caldeggiato dai New Prophets del transumanesimo (ai quali pure occorrerebbe riconoscere dei meriti, per aver saputo calare sul tavolo di gioco filosofico il Full di un nuovo campo tematico*******). Qui si parla sostanzialmente di un ampliamento tecnologico della dotazione naturale, biologica – si pensa all’hardware, tanto per rimanere nel gergo informatico. Noi meditiamo invece un ampliamento di tipo esperienziale, che abbia ricadute positive sulla nostra vita con rimodulazioni strutturali del corpo naturale e del cervello stesso. Un ampliamento di tipo qualitativo oltre che quantitativo, che si compie nell’avanzamento come nell’arretramento della forma reale pensante.

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* Cfr. M. Donald, L’evoluzione della mente, tr. it. L. Montixi Comoglio, Bollati Boringhieri, Torino 2011; A. Mounier, F. Marchal, S. Condemi, Is Homo heidelbergensis a distinct species? New insight on the Mauer mandible, Journal of Human Evolution, vol. 56, 3, 2009, pp. 219-246.

** Cfr. Steven Mithen, Il canto degli antenati. Le origini della musica, del linguaggio, della mente e del corpo, tr. it. E Faravelli e C. Minozzi, Codice edizioni, Torino 2007. «Mentre molti altri attributi universali della mente umana in questi anni sono stati esaminati e dibattuti lungamente, in particolar modo le nostre capacità di linguaggio e pensiero creativo, la musica è stata ampiamente trascurata. Questo significa che un aspetto fondamentale della condizione umana è stato ignorato e che di conseguenza abbiamo raggiunto solo una parziale comprensione di che cosa significhi essere “umani” […]. Il linguaggio è un sistema di comunicazione particolarmente complesso. Si deve essere evoluto in modo graduale in una successione di sistemi di comunicazione sempre più complessi impiegati dagli antenati e dai parenti degli esseri umani moderni. Gli accademici fanno riferimento a questi sistemi di comunicazione con il termine omnicomprensivo di “protolinguaggio”. Identificare l’esatta natura del protolinguaggio è il compito più importante che si pone dinanzi a chiunque tenti di comprendere come si sia evoluto il linguaggio. […] Le varie teorie possono essere suddivise in due gruppi: coloro che credono che il protolinguaggio avesse un carattere “composizionale” e coloro che ritengono invece che avesse una natura “olistica”. Fulcro delle teorie composizionali è l’idea che il protolinguaggio consistesse di parole con una grammatica limitata, se non del tutto assente. Il più importante esponente di questa linea di pensiero è Derek Bickerton, linguista che ha esercitato una profonda influenza sui dibattiti circa i modi di evoluzione del linguaggio attraverso una serie di libri e articoli pubblicati durante lo scorso decennio. Secondo Bickerton, è possibile che i nostri antenati e parenti evolutivi, come gli uomini di Neanderthal, disponessero di una gamma relativamente ampia di parole, ognuna riferita a un concetto mentale quale “carne”, “fuoco”, “caccia”, e così via. Essi sarebbero stati in grado di collegare tra loro tali parole, ma solo in maniera quasi arbitraria. Bickerton ammette che ciò avrebbe potuto dare adito ad alcune ambiguità. Ad esempio, il significato di “uomo ucciso orso” sarà stato che un uomo aveva ucciso un orso o che un orso aveva ucciso un uomo? Ray Jackendoff, scienziato cognitivo che ha scritto sia a proposito di musica che di linguaggio, suggerisce che semplici regole come “l’agente viene prima” (quindi l’uomo ha ucciso l’orso) avrebbero potuto ridurre la potenziale ambiguità. Ciononostante, il numero e la complessità degli enunciati possibili sarebbero stati rigidamente circoscritti. La trasformazione di tale protolinguaggio in linguaggio richiese l’evoluzione della grammatica: regole che definissero l’ordine con cui un numero finito di parole potevano essere collegate tra loro per creare un numero infinito di enunciati, ciascuno con un suo significato specifico. […] Recentemente sono emersi nuovi punti di vista che possiamo classificare come teorie “olistiche”. Principale esponente di tali teorie è una linguista meno famosa, la quale ha, a mio parere, identificato la vera natura del protolinguaggio. Il suo nome è Alison Wray, linguista presso la University of Cardiff. Facendo uso del termine “olistico”, intende dire che il precursore del linguaggio era un sistema di comunicazione composto da “messaggi” anziché da parole; ogni espressione ominide era univocamente associata a un significato arbitrario, come lo sono le parole del linguaggio moderno e, di fatto, quelle del protolinguaggio nell’ottica bickertoniana. Ma nel protolinguaggio di Wray, le espressioni multisillabiche ominidi non erano composte da unità di significato più piccole (cioè da parole) che potevano essere combinate o in maniera arbitraria o attraverso l’uso di regole, al fine di raggiungere significati complessivi. Dal suo punto di vista, l’evoluzione del linguaggio moderno avvenne quando le espressioni olistiche furono “segmentate” per produrre parole che a quel punto potevano venire combinate tra loro per creare enunciazioni con nuovi significati. Quindi, mentre Bickerton crede che le parole fossero presenti fin dai primi stadi dell’evoluzione del linguaggio, Wray è invece convinta che esse siano apparse solo in stadi successivi. Mentre grande attenzione è stata prestata alla natura del protolinguaggio, il suo equivalente musicale è stato pressoché ignorato, specialmente dai paleoantropologi, coloro che studiano i resti di scheletri e manufatti lasciati dagli antenati degli esseri umani. Io stesso mi ritengo colpevole, non avendo considerato la musica nel mio libro del 1996, The Prehistory of the Mind. Veniva lì proposto uno scenario evolutivo per la mente umana che chiamava in causa il cambiamento da una mentalità “dominio-specifica” a una “cognitivamente fluida”, ove quest’ultima era attribuita unicamente a Homo sapiens. Per fluidità cognitiva si intende la combinazione di conoscenze e modi di pensare provenienti da differenti moduli mentali che rende possibile l’uso della metafora e genera l’immaginazione creativa. Essa fornisce le basi della scienza, della religione e dell’arte. Sebbene The Prehistory of the Mind riconoscesse nel linguaggio un veicolo per la fluidità cognitiva, esso si concentrava poco sull’evoluzione effettiva del linguaggio e non affrontava in modo soddisfacente la spinosa questione di come gli uomini premoderni, quali i Neanderthal, comunicassero, presumibilmente in sua assenza. Mi sono pienamente reso conto dell’oblio a cui avevo condannato la musica mentre scrivevo il mio ultimo libro, After the Ice. Quel lavoro includeva la ricostruzione di possibili scenari per molte delle comunità di cacciatori-raccoglitori preistorici e di agricoltori primitivi che vissero tra 20 000 e 5000 anni BCE. Pochi di questi scenari mi sono apparsi realistici finché non ho pensato alla musica: persone che cantavano da sole mentre erano intente a svolgere qualche ordinaria mansione, canti e danze collettive nei periodi di celebrazioni o di lutto, madri che canticchiavano ai loro bambini, ragazzini che giocavano con motivi musicali. Le comunità esaminate in After the Ice erano tutte relativamente recenti, ma lo stesso vale per i primi Homo sapiens, per gli uomini di Neanderthal, e anche per specie ancestrali più antiche come Homo heidelbergensis e Homo ergaster. Senza musica il mondo preistorico sarebbe semplicemente troppo silenzioso per risultare credibile. Quando non è stata del tutto ignorata, la musica ha ricevuto solo una spiegazione frettolosa che la vedeva come nulla più che un semplice effetto dell’abilità linguistica umana. Nel suo libro ambizioso e per molti aspetti brillante del 1997, Come funziona la mente, il linguista e darwinista Steven Pinker dedicò solo undici pagine, su 694, alla musica. Di fatto, egli scartò l’idea che la musica fosse in qualche modo centrale per la mente umana. A parere di Pinker, la musica è una caratteristica derivata dall’evoluzione di altre propensioni, qualcosa che gli esseri umani avrebbero inventato a scopo meramente ricreazionale: “Parlando in termini di cause ed effetti biologici, la musica è inutile […] la musica è piuttosto differente dal linguaggio […] è una tecnologia, non un adattamento”. Per coloro che dedicano la propria vita accademica allo studio della musica, la sua sottovalutazione da parte di Pinker, per il quale essa si ridurrebbe a un “fronzolo uditivo” (auditory cheesecake) e alla “produzione di suoni tintinnanti”, non poteva che essere motivo di irritazione. La risposta più eloquente venne da un musicologo di Cambridge, Ian Cross. Ammettendo di essere spinto da motivazioni personali a difendere il valore della musica come attività umana, egli affermò che non solo essa è profondamente radicata nella nostra biologia, ma risulta anche critica per lo sviluppo cognitivo del bambino. Ian Cross è uno dei pochi accademici che hanno cominciato a interessarsi all’evoluzione delle abilità musicali, uno sviluppo che era iniziato nello stesso momento in cui Pinker scriveva le sue pagine denigratorie. Anche Elizabeth Tolbert del Peabody Conservatory alla Johns Hopkins University si ribellò alla proposta di Pinker. Tolbert pose l’accento sulla relazione della musica con il simbolismo e il movimento corporeo, avanzando l’ipotesi che essa si sia coevoluta con il linguaggio. Nicholas Bannan, specialista di educazione musicale alla Reading University, affermò che l’“istinto di cantare” è tanto forte quanto l’“istinto di parlare” così caro a Pinker. Nel suo libro del 2004, The Human Story, Robin Dunbar, eminente psicologo evoluzionista della Liverpool University, avanzò l’ipotesi che nel corso della sua evoluzione il linguaggio fosse passato attraverso una fase musicale. Tutti questi accademici, così come il sottoscritto, scrivono alla luce non solo di Jean-Jacques Rousseau e di Otto Jespersen, ma anche di John Blacking. In uno dei suoi ultimi saggi, scritto dieci anni dopo Come è musicale l’uomo?, egli suggerì l’esistenza di un “modo non verbale, prelinguistico, “musicale”, di pensare e agire”» (pp. 3-8).

*** Sono circa cento miliardi di neuroni, nell’uomo, che si connettono ininterrottamente. Negli scimpanzé, invece, con un cervello grande circa un terzo di quello umano, sono notevolmente minori le possibilità combinatorie dei neuroni. Nell’uomo, tanto per farcene un’idea… sono 10 seguito da almeno un milione di zeri. È vero, tuttavia, che «alcuni Primati evoluti [come per l’appunto gli scimpanzé] condividono con l’Uomo alcuni comportamenti: adattabilità ad ambienti aperti o alberati, preparazione di luoghi di sosta e di ripari, differenziazione dei gusti alimentari (midollo osseo, termiti, frutti), mobilità per procurarsi il cibo, ridotta stanzialità in luoghi con risorse idriche o ricche di frutti e di insetti (termiti), tecniche di approvvigionamento di risorse carnee (appostamenti, assalti), deprezzamento della presa, trasporto della preda o di parti di essa, episodi di cannibalismo, attività di sciacallaggio, simbologia gestuale e comunicazione vocale per domandare il cibo, selezione di rocce e loro trasporto per schiacciare gusci duri. Ma l’Uomo possiede una capacità ulteriore, quella di intervenire direttamente sulla materia, di scheggiare un ciottolo per ottenere un margine tagliente, di “progettare” un prodotto mediante un’astrazione e poi di realizzarlo con gesti controllati. Si tratta di un comportamento che a un certo momento del cammino supera quelle affinità etologiche che scimmie antropomorfe e primi ominidi hanno condiviso e che segna per il genere Homo la nascita (per pressione selettiva? Per casualità) di un involontario primato: superare le potenzialità di fare cultura e realizzarla» (F. Martini, Archeologia del Paleolitico. Storia e culture dei popoli cacciatori-raccoglitori, Carocci editore, Roma 2008, p. 20).

**** A. Appadurai, Il futuro come fatto culturale. Saggi sulla condizione globale, a cura di U. Fabietti, tr. it. M. Moneta e M. Pace Ottieri, Raffaello Cortina Editore, Milano 2013, p. 12.

***** Cfr. V. Mayer-Schönberger, K. Cukier, Big Data, tr. it. R. Merlini, Garzanti, Milano 2013.

****** Qui il verbo inventare (da ‘invĕnīre’, ‘trovare’, ‘scoprire’) non viene usato nel senso “moderno” di ‘ideare e creare con la fantasia’ ma nel senso latino dell’inventio, come capacità di trovare la soluzione migliore e, specificamente, gli argomenti più appropriati per esprimere le proprie idee e il proprio essere.

******* Per una disamina efficace del concetto e delle sue implicazioni teoriche, cfr. Il transindividuale. Soggetti, relazioni, mutazioni, a cura di E. Balibar e V. Morfino, Mimesis, Milano 2014; La condizione postumana, in Aut aut, numero 361, il Saggiatore, Milano gennaio-marzo 2014.

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