Facebook come strumento di morte

Torno con l’ennesimo articolo a parlare del dispositivo perverso di Facebook e del modello-chat.

In questi giorni mi è capitato di rompere un’amicizia e anche un rapporto professionale con una persona che conoscevo da tempo. A quanto pare, in modo definitivo. Viviamo in una società fluida e imprevedibile, dove il concetto stesso di permanente non trova luogo. Magra speranza.

Non ci siamo neppure incontrati… è avvenuto tutto attraverso Facebook, WhatsApp e Messenger. Neppure una telefonata. Non ne abbiamo sentito il bisogno. L’ho bloccato ed è tutto finito…

L’inizio

Tutto è cominciato qualche giorno fa… un mio commento a un post che ritenevo, a torto o a ragione, una palese provocazione nei miei confronti. E anche un atto di ingiustificato tradimento. Io l’ho interpretato così, e ho reagito. Non ho avuto il tempo di pensare, di indagare… di capire cosa stesse succedendo.

Poi un’escalation di messaggi e contro-messaggi: volano parole grosse e frasi senza senso, falliscono tutti i tentativi di conciliazione.

Ecco Matrix! Si crede di parlare a un interlocutore in carne e ossa… ma non è così… quando si scrive d’impulso non si è se stessi. Mentre quando si legge un libro, si ha tutto il tempo di meditare in silenzio; e mentre quando si litiga dal vivo entrano in gioco gestualità ed espressioni del volto cariche di emozioni; online il corpo è messo tra parentesi. E la mente vacilla.

Continuo a pensare che i social e tutto il mondo delle chat siano strumenti della morte. Morte dell’anima, e non solo. La comunicazione è basata su freddi scambi di informazioni non significative. Non è vera comunicazione. Se per qualche tempo si riesce a instaurare una buona relazione, si ha la sensazione di dialogare, e si riesce a discutere con calma e soddisfazioni, basta poi una parola fuori posto e addirittura un silenzio per rovinare tutto e non sentire il bisogno di ritrovarsi. È vero che anche i rapporti reali sono problematici, ma conservano degli elementi essenziali di fisicità e attrazione, di reciprocità e corrispondenze, che le chat non riescono ad assicurare. Ne prescindono totalmente.

Ripeto: come faceva a essere sicuro il mio amico che ero io a scrivere quei messaggi? E se fosse stata un’altra persona? E se io stesso, mentre digitavo, non ero me stesso?

Facebook e campo di battaglia  

Molto spesso i social network e in particolare i gruppi Fb diventano campo di battaglia di scontri verbali senza fine. Nel bla bla bla autoreferenziale di commenti e contro-commenti si smarrisce ogni senso. Non ha importanza il vero sentimento che si prova al di là della tastiera. Nessuna verità esiste nel web. È possibile proclamare l’esistenza degli Ufo che sgorgano dalla Terra piatta e screditare i vaccini; è facile dileggiare qualsiasi argomentazione razionale. La razionalità stessa si sgretola dinanzi al potere dei like.

Non c’è dialogo. Non c’è reale comunicazione. Non c’è ascolto. Comprensione. Attenzione.

Vige il principio della presunzione: conta il “credo di aver capito”. Non importa se non ho raccolto sufficienti informazioni per farmi un’idea. Non interessa la mancanza di dati. Si presume di aver capito. Punto e basta. Non c’è tempo per riflettere… e non c’è spazio per l’approfondimento.

Pertanto, una frase gettata lì solo per non deludere le aspettative di chi, per l’appunto, si aspetta una risposta immediata, può dare origine a una lacerante contesa radicata sul nulla, che però lascia strascichi di malumore, rancori, risentimenti e persino tendenze alla vendetta.

Non si aspetta la risposta per poterne conoscere i contenuti, ma per poter farne fonte di ulteriore reazione, in un gioco al massacro emotivo senza gong. Si re-agisce sulla base di una inconsapevole ignoranza, ritenuta verità assoluta. Si re-agisce con irruenza per paura di essere rimossi per primi. Frasi taglienti, crudeli al solo scopo di averla vinta in maniera definitiva. Bannare qualcuno significa rimuoverlo dalla propria vita, una specie di brutta condanna alla detenzione.

A voi non è mai capitato di litigare con qualcuno via chat… di litigare perché non ci si capisce…? e di rompere rapporti professionali e di amicizia senza guardarsi negli occhi?

A me è capitato… Nessuna possibilità di incontrarsi per chiarire. Il virtuale ha cancellato il reale. Ne ha impedito il formarsi.

La guerra nei social

Non già coi droni e con l’AK-47 si combatterà la terza guerra mondiale. Le armi del nuovo conflitto sono pronti, alla portata di tutti: post, commenti, likes e condivisioni.

Per una manciata di visualizzazioni su YouTube tradiremmo nostro fratello. Pugnaleremmo nostra sorella, per un twit sgradito.

* * *

Per concludere vi sottopongo un brano di Elias Canetti, tratto da Massa e potere. Invito a fermarvi un attimo e a leggerlo con attenzione, per meditare sui nostri standard di vita, sulla glacialità dei rapporti quotidiani, privi di umanità, ricolmi di angosce e paure, in quelle Terre di nessuno in cui l’individualità, nel mentre si dissolve, si presta a dispute veniali sui social in nome della gloria virtuale.

“La parola tedesca ‘Walstatt’, campo di battaglia, contiene l’antica radice ‘wal’ che significa “i rimasti sul campo di battaglia”. L’antico scandinavo ‘varl’ significa “le salme sul campo di battaglia”; ‘valhall’ altro non è che “la sede dei guerrieri caduti”. Mediante apofonesi dall’antico-alto-tedesco (althochdeutsch) ‘val’ è derivata la parola ‘wuol’ che significa ‘sconfitta’. Ma in anglosassone la parola corrispondente, ‘wol’ significa ‘peste’, ‘contagio’. Si tratti di rimasti sul campo, di sconfitta, di peste o di contagio, è comune a tutte queste parole l’immagine di un gruppo di morti.

Bannati.

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