E.M. Cioran: la passione per il nonsense

Parliamo di un autore spigoloso, che accetta la discesa negli inferi senza risalite; poeta/narratore/filosofo rumeno, nato (disgraziatamente, irrimediabilmente, sciaguratamente) nel 1911.

Di Emil Cioran ho sempre amato, prima di tutto, l’ironia, la capacità di cogliere i paradossi della vita con “diplomazia”. Una dote che ritrovo in Mark Twain (senza il quale io sarei già morto), e in buona parte dei filosofi (non solo occidentali) che, per fortuna, parlano di dio, del mondo, dell’anima e del male… col sorriso tra le labbra (a parte quelli morti suicidi ed Hegel).

«Non c’è nulla che giustifichi il fatto di vivere. Dopo essersi spinti al limite di se stessi si possono ancora invocare argomenti, cause, effetti, considerazioni morali, ecc.? Certamente no. Per vivere non restano allora che ragioni destituite di fondamento. Al culmine della disperazione, solo la passione dell’assurdo può rischiarare di una luce demoniaca il caos. Quando tutti gli ideali correnti – di ordine morale, estetico, religioso, sociale, ecc.- non sanno più imprimere alla vita una direzione né trovarvi una finalità, come salvarla ancora dal nulla? Vi si può riuscire solo aggrappandosi all’assurdo, all’inutilità assoluta, a qualcosa, cioè, che non ha alcuna consistenza, ma la cui finzione può creare un’illusione di vita.»

(Intervista a Cioran di R. Arquès in M.A. Rigoni, In compagnia di Cioran, Padova, ed. Il notes magico, 2004)

Cioran trascorre l’infanzia e la giovinezza in Romania. Nel 1937 si trasferisce a Parigi, sostenuto da una borsa di studio dell’Istituto francese di Bucarest, per la tesi di dottorato. Il francese diviene presto la lingua per i suoi testi, sebbene più volte dichiarerà di non trovarla adatta a dar voce ai suoi esilaranti pensieri: «una sintassi d’una rigidità, d’una dignità cadaverica», in cui non c’è «più alcuna traccia di terra, di sangue, d’anima.» (Storia e utopia).

La sua passione: l’assurdo. L’eterna compagna di vita: la noia. La sua salvezza: l’ironia. L’orizzonte di vita: il Nulla.

«Soffrire è produrre conoscenza.» (Il funesto demiurgo).

Al culmine della disperazione e della putrefazione, percorre la Via della scrittura plurale, misteriosamente amara, chiaramente oscura. Soffre d’insonnia, ma ne fa tesoro: legge e compone aforismi senza fronzoli. La solitudine notturna permette l’autoanalisi.

«Quello che mi interessa è la mia vita. Per quanti libri sfogli, non trovo niente di diretto, di assoluto, di insostituibile. Dappertutto è il solito vaniloquio filosofico.» (Quaderni 1957-1972).

Il suicidio è il fondamento e la premessa del vivere. E a chi gli chiedeva come mai non si fosse suicidato, rispondeva: sempre troppo tardi!

«“Tutto è dolore”. La formula buddhista, modernizzata, suonerebbe: “Tutto è incubo”. […] Non mi perdono di essere nato. È come se, insinuandomi in questo mondo, avessi profanato un mistero, tradito un qualche impegno solenne, commesso una colpa di inaudita gravità. Mi capita però di essere meno perentorio: nascere mi appare allora una calamità che sarei inconsolabile di non aver conosciuto.» (L’inconveniente di essere nati).

Ogni azione è destinata al fallimento, ma non c’è miglior maestro di un fallimento. E se i grandi valori del mondo si sgretolano, e tutto sembra essere risucchiato dal Caos, non resta che aggrapparsi al Nulla stesso, a ciò che non ha alcuna consistenza, per creare, almeno, un’illusione di vita.

«Ho accettato la mia fine solo quando sono stato sorpreso da quell’accettazione, che sembrava provenire da una voce estranea al sangue come alla veglia» «Nella città ho incontrato la morte negli occhi degli uomini; in natura, nel fremito delle foglie. E l’ho incontrata ancora più spesso nei silenzi del cuore». «Avere la sensazione della propria sterilità, in mezzo a un frutteto». «La sterilità è un’isteria dell’essenziale. Ogni cosa sembra priva di valore, tutto si equivale; e ciò che è più importante, impossibile a trovare. Gli argomenti del mondo giacciono esangui e rancidi alle falde dello spirito». «L’ultima nostalgia: credere di aver sognato tutti i mondi possibili». «L’essere straniero in ogni Paese, in ogni mondo: elevare la tua condizione giuridica a una dignità metafisica». «L’irruzione della sfortuna rafforza la resistenza dello spirito; tempra la fierezza e accende gli istinti. Nelle sue ragnatele, non concepiamo di non essere, giacché il pericolo è troppo vicino per concederci il lusso di lusingarla. La sfortuna è combattimento.» (Divagazioni).

«Il n’y a plus d’êtres, il n’y a que ce pullulement de moribonds atteints de longévité, d’autant plus haïssables qu’ils savent si bien organiser leur agonie.» (La caduta nel tempo).

Muore a Parigi nel 1995, dopo aver lottato ad armi pari contro le armate di Alzheimer.

 

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