Dio Uno o divinità in forma plurale: Mauro Biglino

Secondo Mauro Biglino (La Bibbia non parla di Dio, 2015) presso gli Ebrei dell’antichità biblica manca il concetto di Dio, inteso come essere supremo, trascendente, onnipotente, eterno e infinito. Ma gli Egizi possedevano l’idea di un Dio-sole svincolata da ogni rappresentazione antropomorfa e zoomorfa. Secondo l’etnologo e studioso delle religioni Padre Schmidt, si può parlare di “monoteismo primordiale”, espressione che allude al dio unico delle origini. Da un punto di vista alternativo, Raffaele Pettazzoni avanza l’idea della personificazione della volta celeste in primis e di altri elementi della natura, in secondo luogo; in pratica, il monoteismo si è formato da un preesistente politeismo a carattere naturalistico. Secondo Mircea Eliade, l’ipotesi di Pettazzoni riduce l’essere supremo a una manifestazione uranica; manca l’elemento della trascendenza. Ma l’homo religiosus possiede un concetto della trascendenza, che si forma proprio in base alla trasmutazione simbolica del cielo, da cui poi un essere supremo creatore, buono, eterno, fondatore di istituzioni e garante della legge. Parimenti, emerge la coscienza del sacro, dell’immutabilità e dell’onnipotenza divina. «Il simbolismo – afferma Eliade, nel suo Trattato di storia delle religioni – è un dato immediato della coscienza totale, vale a dire dell’uomo che si scopre come tale, dell’uomo che prende coscienza della sua posizione nell’Universo; queste scoperte primordiali sono legate in maniera così organica al suo dramma, che lo stesso simbolismo determina tanto l’attività del suo subcosciente tanto le più nobili espressioni della sua vita spirituale. Insistiamo dunque su queste distinzioni, e cioè che se il simbolismo e i valori religiosi del cielo non sono dedotti in maniera logica, dall’osservazione calma, oggettiva, della volta celeste, essi non sono tuttavia il prodotto esclusivo dell’affabulazione mitica e delle esperienze irrazionali religiose».

Nel politeismo greco – sostiene ancora Eliade – gli dèi celesti si presentano come sovrani; nell’area indo-mediterranea si fa largo l’idea di esseri atmosferici e fecondatori. Come se la trascendenza, caratteristica dell’ente supremo primordiale, a sua volta derivabile da una rappresentazione simbolica della volta celeste e perciò da elementi naturalistici, finisca per allontanare gli uomini dal proprio dio, a cui ci si rivolge comunque in situazioni estremamente gravi (nella normalità, ci si rivolge alle creature subordinate al dio unico e maggiormente comprensibili).

Resta da capire se sia possibile rintracciare elementi di trascendenza nel monoteismo ebraico. Secondo Biglino Dio, colto da un punto di vista nozionale, con i suoi attributi e le sue funzioni, è un’invenzione tarda, le cui ultime definizioni si fanno risalire all’Alto Medioevo; qualcosa che ha avuto origine nella filosofia greca – ove certamente esisteva il termine theos (Omero, Esiodo), il concetto di trascendenza (Platone) e quello di monoteismo (Senofane) – per poi svilupparsi nell’ambito della teo-logia d’ispirazione cristiana.

Il termine Elohim, come plurale di Eloah, lo ritroviamo nell’antico ebraico, sia nell’incipit di Genesi sia in numerosi passi della Bibbia (per esempio, Esodo 3,12; Esodo 15,3; Esodo 18,11; Deuteronomio 6,14; Deuteronomio 13,7; Deuteronomio 32,17; Geremia 7,18; soprattutto, Salmo 82, vero supplizio per i monoteisti veraci, i quali si trovano di fronte ad aggettivi, pronomi e ben dieci verbi al plurale).

Nei testi di Qumran (4Q401 14i 8) si fa riferimento ad «accampamenti degli Elohim» (Biglino, 60). Da notare che il termine “Elohim”, nonostante i tentativi di certa filologia accademica di ricondurlo alle radici più disparate – che rimandano a “quelli dell’alto”, “splendenti”, “potenti”, “legislatori”, “governatori”, “giudici”, “ministri” – appare tuttora avvolto dal mistero; malgrado ciò «le correnti dogmatiche non hanno […] dubbi, per loro significa Dio» (Biglino, p. 57). Ma come per le parole “sport”, “film”, “bar”, o per termini quali “lógos”, “atman”, “brahman”, si opta spesso per più efficaci trascrizioni, senza avventurarsi in traduzioni, meglio sarebbe trascrivere direttamente “Elohim” ogni volta lo si incontri in ebraico, o al più tradurre: “quelli là”. Secondo Biglino, la traduzione migliore (non certamente unica) sarebbe proprio questa: “quelli là”, che rievoca un insieme di figure, quasi una famiglia, una dinastia, una forma speciale di esseri umani (o non umani!), tra cui YHWH.

Ovviamente, il problema di fondo investe il plurale di Elohim. Se esistono termini al singolare – come El ed Eloah – perché usare il plurale per rappresentare il Dio unico? Regge davvero la spiegazione “teologica” che ritiene il plurale atto a designare la magnificenza di Dio? E che dire dei casi in cui il termine è volutamente usato al plurale?

Interrogativi che sollevano più di qualche dubbio sulla natura di “Dio”. Dovremmo – aggiunge Biglino – accettare lo slittamento lessicale, per cui nei casi in cui il termine venga usato al plurale non significa, non indica Dio, quanto, di volta in volta, “legislatori/ministri/giudici”? Peccato che questi concetti i termini li hanno; per esempio, giudici si dice “felilim”, oppure “shofetim”, da cui “Il libro dei giudici (shofetim)”, e non si capisce perché si debba usare al loro posto il plurale di El o di Eloah, creando fraintendimenti ed equivoci letterali ad infinitum. Da notare che un re accentratore – come pare fosse quello riconducibile al tetragramma YHWH – riuniva in sé il potere legislativo, amministrativo e giudicante.

Nel suo libro Del sentimento tragico della vita, Miguel de Unamuno sostiene che “theos” non era un sostantivo ma un aggettivo; d’altronde, in greco “theaomai” indicava l’azione dell’osservare, del guardare con attenzione, da cui poi il termine “teoria” – ϑεωρία, che originariamente indicava una delegazione composta di teori (ϑεωρός), inviati speciali di una città per compiere una missione di carattere religioso, come consultare un oracolo o assistere a cerimonie religiose. Il termine fu poi usato per indicare gli spettatori o per indicare vari magistrati nell’atto di comprendere bene la realtà e giudicare di conseguenza. «Il termine theoi, letto nella sua valenza aggettivale, rimandava dunque a una categoria di esseri che “osservavano, controllavano” e di conseguenza governavano i popoli loro assegnati» (Biglino, p. 64). Attingendo al sanscrito, la radice “di”, in greco “θ” (th), rievoca la luce, lo splendore che sta in alto, che proviene dall’alto.

Nelle lingue di origine latina – l’italiano (Dio), il francese (Dieu) e lo spagnolo (Dios) – il termine deriva da Deus (collegato a divus, “splendente”, edies, “giorno”); sussiste un legame con il lemma indoeuropeo *deiwos e con le radici *div/*dev/*diu/*dei, che indicano “luminoso, splendente, brillante, accecante”, parimenti al sanscrito dyáuh, da cui l’indiano “deva”, l’aggettivo latino divus e l’ittita šiu.

Nelle lingue di origine germanica – l’inglese (God), il tedesco (Gott), il danese (Gud), il norvegese (Gud), lo svedese (Gud) – i termini sono collegabili all’antico frisone, all’antico sassone e all’olandese/germanico altomedievale Got, al gotico Gut; all’antico norvegese Guth e Goth nel probabile significato di “invocato” – derivabile dal sanscrito hūta, da cui *ghūta (appunto, “invocato”) – al gaelico e all’antico irlandese Guth (voce) e all’antico celtico *gutus (radice*gut).

In ambito semitico il termine più antico è ʾEl (in ebraico אל), corrispondente all’accadico Ilu(m) e al cananaico ʾEl o ʾIl, la cui etimologia è oscura anche se sembrerebbe collegata alla nozione di “potenza”.

Nell’ambito della letteratura religiosa ebraica i nomi con cui viene indicato Dio sono: il già citato El Elyon (nel significato di “alto”, “più alto”, “che sta in alto”); El Olam (“Dio Eterno”); El Shaddai (significato oscuro, forse “Dio Onnipotente”); El Roi (significato oscuro, forse “Dio che mi vede”); El Berit (“Dio dell’Alleanza); Eloah (plurale: Elohim, meglio ha-Elohim, il “Vero Dio” (anche al plurale, quindi); “ha” per distinguerlo dalle divinità delle altre religioni o anche Elohim ḥayyim, con il significato di “Dio vivente”); Adonai (reso come “Signore”). Il nome che appare più spesso nella Bibbia ebraica è quello composto dalle lettere ebraiche י (yod) ה (heh) ו (vav) ה (heh) o tetragramma traslitterato come YHWH. Gli Ebrei si rifiutano di pronunciare il nome sacro di Dio presente nella Bibbia, cioèי*ה*ו*ה, per tradizioni successive al periodo post-esilico e quindi alla stesura della Torah. Tutte le moderne forme di Ebraismo proibiscono il completamento del nome divino, la cui pronuncia era riservata al Sommo Sacerdote, nel Tempio di Gerusalemme. Poiché il Tempio è in rovina, il nome non è attualmente mai pronunciato durante riti ebraici contemporanei; invece di pronunciare il tetragramma durante le preghiere, gli Ebrei dicono Adonai, cioè “Signore”. Nelle conversazioni quotidiane dicono Ha Shem (in ebraico “il nome”, come appare nel libro del Levitico 24,11) quando si riferiscono a Dio. Per tale ragione un ebreo osservante scriverà il nome in modo modificato, ad esempio come D-o, e durante la lettura del Tanakh (Bibbia ebraica), quando trova il tetragramma (presente circa 6000 volte), evita di pronunciarlo e fa una leggera pausa.

Nell’ambito della letteratura religiosa arabo musulmana il nome di Dio è Allāh(الله) riservando il nome generico di ilāh (إله; nel caso del Dio unico allora al-Ilāhil-Dio) per le divinità delle altre religioni. Il termine arabo Allāh viene probabilmente dall’aramaico Alāhā). Nel Corano l’Essere supremo rivela che i suoi nomi sono Allāh e Rahmān (il “Misericordioso”). La cultura islamica parla di 99 “Bei Nomi di Dio” (al-asmā‘ al-husnà), che formano i cosiddetti nomi teofori, abbondantemente in uso in aree islamiche del mondo: ‘Abd al-Rahmān, ‘Abd al-Rahīm, ‘Abd al-Jabbār, o lo stesso ‘Abd Allāh, formati dal termine “’Abd” (“schiavo di”), seguito da uno dei 99 nomi divini.

Nellalingua sumericail grafema distintivo della divinità è dingir, probabilmente inteso come “centro” da cui la divinità si irradia.

Nella cultura religiosa sanscrita, fonte del Vedismo, del Brahmanesimo e dell’Induismo, il nome generico di un dio è Deva, riservando, a partire dall’Induismo, il nome di Īśvara (“Signore”, “Potente”, dalla radice sanscrita īś “avere potere”) alla divinità principale. Il termine Deva è correlato, come ad esempio il termine latino Deus, alla radice indoeuropea già citata richiamante lo “splendore”, la “luminosità”. In un tale contesto, la divinità femminile si indica con il nome di Devī, termine che indicherà con la Mahādevī (Grande Dea) un principio femminile primordiale e cosmico di cui le singole divinità femminili non sono che manifestazioni.

Nella cultura religiosa iranica preislamica il termine utilizzato è l’avestico Ahura, “Signore” (che corrisponde al sanscrito Asura); il nome di Ahura Mazdā (“Signore Saggio” persiano اهورامزدا) designa l’unico Dio (buono e principio di luce) del monoteismo zoroastriano.

Il carattere cinese per “Dio” è 神 (shén); esso si compone al lato sinistro di 示 (shì “altare” oggi nel significato di “mostrare”) a sua volta composto da 丁 (altare primitivo) con ai lati 丶 (gocce di sangue o di libagioni); a destra 申 (shēn, giapp. shinomōsu) sta per “dire”, “esporre”, qui meglio come “illuminare”, “portare alla luce”. Quindi ciò che dall’altare conduce alla chiarezza, alla luce, Dio. Rende il sanscrito “devae” da questo deriva sia il lemma giapponese di carattere identico ma pronunciato come shin sia quello coreano 신 (sin) e il termine vietnamita thân. Anche il tibetano lha, e 天神 (tiānshén, giapp. tenjin, tennin, coreano 천신 ch’ŏnsin vietnamita thiên thần: “Dio del Cielo”) dove al già descritto carattere 神 si aggiunge 天 (tiān, giapp. ten) col significato di “cielo”, “celeste”, dove si mostra ciò che è in “alto” è “grande” (大 persona con larghe braccia e grandi gambe a indicare ciò che è “largo”, “grande”).

 

Ideogramma sumerico per esprimere il sostantivo dingir, termine che indica una divinità e per questo veniva utilizzato come classificatore grafico, anteponendolo al nome del dio stesso.

 

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Torniamo all’ipotesi di lavoro formulata da Biglino.

Gli Elohim non si occupavano di religione, di spiritualità o dell’aldilà. L’esigenza più avvertita del tempo era quella di trovare una terra, di organizzarne la vita sociale, di impedire invasioni. «Gli Elohim in origine erano individui destinatari di rispetto e sottomissione esclusivamente a causa del loro grande potere, garantito dalla tecnologia di cui disponevano e che incuteva terrore» (Biglino, p. 66). Non è da sottovalutare il timore che se ne aveva anche a causa della loro crudeltà. Yahweh, il “guerriero” non si faceva scrupolo di ordinare stermini di uomini, donne e bambini. In Numeri 15,32-36 troviamo l’ordine di far ammazzare uno sorpreso a raccogliere legna di sabato; in Levitico 23,29 viene comminata la condanna a morte per uno dei suoi, reo di non aver rispettato un digiuno; in Deuteronomio 13,7 e in Numeri 25,1 si mostra geloso, ma anche molto angosciato che i suoi lo possano abbandonare, e minaccia l’esecuzione di ogni tentativo di tradimento – poi in che senso lo avrebbero dovuto abbandonare se davvero si trattava, come sostengono i monoteisti, di un dio unico, strapotente?

Leggiamo ora, in conclusione di questo primo ciclo di lezioni, il famoso passo biblico (Esodo 20,18-24) che narra di Mosè di nuovo solo sul Sinai per ricevere le tavole della legge, nel mentre il popolo viola sotto la guida di Aronne il divieto posto da “Dio” e si mette a danzare intorno a un vitello d’oro quale rappresentazione del dio Baal.

18Tutto il popolo percepiva i tuoni e i lampi, il suono del corno e il monte fumante. Il popolo vide, fu preso da tremore e si tenne lontano.19Allora dissero a Mosè: «Parla tu a noi e noi ascolteremo; ma non ci parli Dio, altrimenti moriremo!».20Mosè disse al popolo: «Non abbiate timore: Dio è venuto per mettervi alla prova e perché il suo timore sia sempre su di voi e non pecchiate».21Il popolo si tenne dunque lontano, mentre Mosè avanzò verso la nube oscura dove era Dio. 22Il Signore disse a Mosè: «Così dirai agli Israeliti: «Voi stessi avete visto che vi ho parlato dal cielo!23Non farete dèi d’argento e dèi d’oro accanto a me: non ne farete per voi!24Farai per me un altare di terra e sopra di esso offrirai i tuoi olocausti e i tuoi sacrifici di comunione, le tue pecore e i tuoi buoi; in ogni luogo dove io vorrò far ricordare il mio nome, verrò a te e ti benedirò.25Se tu farai per me un altare di pietra, non lo costruirai con pietra tagliata, perché, usando la tua lama su di essa, tu la renderesti profana.26Non salirai sul mio altare per mezzo di gradini, perché là non si scopra la tua nudità».

 

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[1] Qui di seguito, la voce “Vitello d’oro”, riveduta e corretta, tratta da Wikipedia.
Il vitello d’oro (in ebraico:עֵגֶּלהַזָהָב‎?, ‘ēggel hazâhâv) fu, secondo la Bibbia, un idolo fabbricato da Aronneper soddisfare le richieste degli Ebrei durante l’assenza di Mosè, salito sul Monte Sinai e dato per disperso. In ebraico l’episodio è noto come ḥēṭ’ ha‘ēggel (חֵטְאהַעֵגֶּל) o “Il Peccato del Vitello” e viene citato per la prima volta inEsodo32,1: “Facci un dio che cammini alla nostra testa, perché a quel Mosè, l’uomo che ci ha fatti uscire dal paese d’Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto”). Aronne raccolse i loro gioielli d’oro e fondendoli forgiò una statua aurea raffigurante un vitello, ed essi la adorarono dichiarando: “Ecco il tuo Dio, o Israele, colui che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto!” (Esodo 32,4). Aronne costruì un altare davanti al vitello e proclamò che il giorno successivo fosse bandita una festa dedicata al Signore. Il giorno dopo quindi tutti si alzarono presto e “offrirono olocausti e presentarono sacrifici di comunione. Il popolo sedette per mangiare e bere, poi si alzò per darsi al divertimento” (Esodo32,6). Dio disse a Mosè ciò che gli israeliti stavano facendo giù all’accampamento: “non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicata! Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li distrugga. Di te invece farò una grande nazione” (Esodo 32, 9-10). Mosè supplicò Dio di risparmiare gli israeliti e perdonarli, e il “Signore abbandonò il proposito di nuocere al Suo popolo” (Esodo32, 11-14). In seguito Mosè ridiscese dal monte, ma vedendo il vitello d’oro si adirò, gettò al suolo le tavole dei comandamenti, frantumandole, e rimproverò aspramente Aronne e tutti gli israeliti. Poi bruciò il vitello nel fuoco, lo ridusse in polvere, lo sparse nell’acqua e costrinse gli israeliti a bere. Infine si mise alla porta dell’accampamento e disse: «”Chi sta con il Signore, venga da me!”. Gli si raccolsero intorno tutti i figli di Levi. Gridò loro: “Dice il Signore, il Dio d’Israele: Ciascuno di voi tenga la spada al fianco. Passate e ripassate nell’accampamento da una porta all’altra: uccida ognuno il proprio fratello, ognuno il proprio amico, ognuno il proprio parente”. I figli di Levi agirono secondo il comando di Mosè e in quel giorno perirono circa tremila uomini del popolo» (Esodo32, 26-28). Il vitello d’oro viene citato inNeemia9, 16-21. «Ma essi, i nostri padri, si sono comportati con superbia, hanno indurito la loro cervice e non hanno obbedito ai tuoi comandi; si sono rifiutati di obbedire e non si sono ricordati dei miracoli che tu avevi operato in loro favore; hanno indurito la loro cervice e nella loro ribellione si sono dati un capo per tornare alla loro schiavitù. Ma tu sei un Dio pronto a perdonare, pietoso e misericordioso, lento all’ira e di grande benevolenza e non li hai abbandonati. Anche quando si sono fatti un vitello di metallo fuso e hanno detto: Ecco il tuo Dio che ti ha fatto uscire dall’Egitto! e ti hanno insultato gravemente, tu nella tua misericordia non li hai abbandonati nel deserto: la colonna di nube che stava su di loro non ha cessato di guidarli durante il giorno per il loro cammino e la colonna di fuoco non ha cessato di rischiarar loro la strada su cui camminavano di notte. Hai concesso loro il tuo spirito buono per istruirli e non hai rifiutato la tua manna alle loro bocche e hai dato loro l’acqua quando erano assetati. Per quarant’anni li hai nutriti nel deserto e non è mancato loro nulla; le loro vesti non si sono logorate e i loro piedi non si sono gonfiati» (Neemia 9, 16-21).

Il linguaggio suggerisce alcune incongruenze negli altri resoconti degli israeliti e del loro uso del vitello d’oro. Poiché le versioni in Esodo e 1 Re sono state scritte da storici deuteronomisti basati nel Regno meridionale di Giuda, vi è una tendenza a esporre gli israeliti come infedeli. L’inconsistenza si trova principalmente in Esodo32, 4, dove “dèi” è plurale, nonostante la costruzione di un solo vitello. Quando Esdra riporta la storia, usa “Dio” al singolare.
Secondo1 Re12:26-30, dopo aver fondato il Regno settentrionale di Israele, Geroboamo contempla la pratiche sacrificali degli israeliti: «Geroboamo pensò: “In questa situazione il regno potrebbe tornare alla casa di Davide. Se questo popolo verrà a Gerusalemme per compiervi sacrifici nel tempio, il cuore di questo popolo si rivolgerà verso il suo signore, verso Roboamo re di Giuda; mi uccideranno e ritorneranno da Roboamo, re di Giuda”. Consigliatosi, il re preparò due vitelli d’oro e disse al popolo: “Siete andati troppo a Gerusalemme! Ecco, Israele, il tuo dio, che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto”. Ne collocò uno a Betel e l’altro lo pose in Dan. Questo fatto portò al peccato; il popolo, infatti, andava sino a Dan per prostrarsi davanti a uno di quei vitelli» (1 Re 12, 26-30). La sua preoccupazione era chiara: la tendenza a offrire sacrifici a Gerusalemme, che si trovava a sud nel Regno di Giuda, porterebbe a un ritorno di re Roboamo. Costruì quindi due vitelli d’oro e li pose a Betel e a Dan, erigendoli come rappresentazioni sostitutive (secondo alcune interpretazioni) dei cherubini costruiti da Re Salomone a Gerusalemme. Il biblista Richard Elliott Friedman scrive: «Possiamo almeno dire che l’autore del resoconto sul vitello d’oro in Esodo sembra aver preso le parole tradizionalmente attribuite a Geroboamo mettendole in bocca al popolo». Friedman crede che la storia sia stata trasformata in una polemica da parte di una fazione di sacerdoti influenzati da Geroboamo, esagerando in idolatria la decorazione della piattaforma del trono.
Le dichiarazioni di Aronne e Geroboamo sono quasi identiche: “Questi sono i tuoi dèi, o Israele, che ti hanno fatto uscire dal paese d’Egitto!” (Esodo32, 4,8); “O Israele, ecco i tuoi dèi, che ti hanno fatto uscire dal paese d’Egitto!”(1 Re12,28). Dopo aver fatto il vitello d’oro o i vitelli d’oro, sia Aronne che Geroboamo celebrano i festival. Aronne costruisce un altare (Esodo32, 5-6) e Geroboamo sale all’altare (1 Re12, 32-33: “…istituì una festa per gli Israeliti e salì sull’altare per offrire incenso”).

Il culto del toro era comune in molte culture. In Egitto, da dove secondo la narrazione dell’Esodo provenivano in quel tempo gli ebrei, il Toro Apis era un oggetto di culto, che alcuni ritengono gli ebrei facessero rivivere nel deserto; alternativamente, altri credono che il Dio di Israele fosse associato o rappresentato come una divinità vitello/toro a causa di un processo di assimilazione religiosa e sincretismo. Tra i popoli limitrofi degli egiziani ed ebrei nell’antico Vicino Oriente e nell’Egeo, l’uro, toro selvatico, veniva ampiamente adorato, spesso come Toro Lunare e creatura propria di El.
Secondo l’interpretazione islamica, il peccato degli adoratori del vitello è un Shirk (in arabo:شرك‎), peccato di idolatria o politeismo. Shirk per i musulmani indica infatti l’associare all’unico vero Dio una pletora più o meno vasta di altre divinità e costituisce uno dei più gravi peccati. Gli adoratori del vitello d’oro, secondo il Corano, furono perdonati quale segno di speciale tolleranza e clemenza da parte di Allah. Secondo il biblista statunitense Michael Coogan, sembra che il vitello d’oro non fosse un idolo rappresentante un altro dio, e quindi un falso dio; come prova citaEsodo32, 4-5: «Egli [Aronne] prese l’oro dalle loro mani e, dopo averlo modellato con il cesello, ne fece un vitello di metallo fuso. Allora essi dissero: “O Israele, questi sono i tuoi dei che ti hanno fatto uscire dal paese d’Egitto!” Quando Aaronne vide questo, eresse un altare davanti al vitello e proclamò: “Domani sarà festa in onore del Signore!”» (Esodo 32, 4-5). È importante sottolineare che vi è un unico vitello in questa narrazione, sebbene il popolo si riferisca ad esso come rappresentante degli “dèi”. Mentre un riferimento al dio singolo non implica necessariamente il culto di Yahweh, non esclude comunque la possibilità che sia Yahweh ad essere adorato, come il riferimento a una pluralità di “divinità” implicherebbe. Inoltre, il festival “in onore del Signore” nel versetto 5 è a volte tradotto come “in onore di Yahweh”. Va inoltre osservato che “nella cronologia del racconto dei Dieci Comandamenti”, il comandamento contro la creazione di immagini scolpite non era ancora stato dato al popolo quando spinsero Aronne ad aiutarli per fare il vitello, e che tale comportamento non era stato ancora esplicitamente dichiarato fuorilegge. Un’altra interpretazione della narrazione del vitello d’oro è che il vitello doveva essere il piedistallo di Yahweh. Nell’arte del Vicino Oriente, gli dèi erano spesso raffigurati in piedi su un animale, piuttosto che seduti su un trono. Tale lettura suggerisce che il vitello d’oro era solo un’alternativa all’Arca dell’Alleanza o ai cherubini sui quali Yahweh era intronizzato. La ragione di questa complicanza può essere intesa come 1) una critica di Aronne, come fondatore di una casta sacerdotale a rivaleggiare con la casta sacerdotale di Mosè, e/o 2) come “un attacco al regno settentrionale di Israele”. La seconda spiegazione si basa sul “peccato di Geroboamo”, primo re del regno del nord e causa della caduta del regno settentrionale in mano agli Assiri nel 722 a. C. Il “peccato” di Geroboamo fu quello di aver creato due vitelli d’oro, inviandone uno a Betel come culto nel sud del Regno, e l’altro a Dan come culto a nord, in modo che il popolo del regno settentrionale non avrebbe dovuto continuare ad andare a Gerusalemme per adorare (cfr.1 Re12, 26-30). Secondo Coogan, questo episodio fa parte della storia deuteronomica, scritta nel regno meridionale di Giuda, dopo la caduta del regno del Nord, e che era prevenuto contro il regno settentrionale. Coogan sostiene che Geroboamo stesse soltanto presentando un’alternativa ai cherubini del Tempio di Gerusalemme e che i vitelli non indicassero un culto non jahvista.
L‘ipotesi documentale può essere utilizzata per capire ulteriormente i livelli di questa narrazione: è plausibile che la prima storia del vitello d’oro sia stata preservata dalla Tradizione E (fonte di Israele) e originatasi nel regno del Nord. Quando E e J (fonte di Judah) si sono combinati dopo la caduta del regno del Nord “il racconto è stato rielaborato per ritrarre il regno del Nord in una luce negativa” e l’adorazione del vitello è stata rappresentata come “politeismo, con allusioni a un’orgia sessuale” (cfr.Esodo32, 6). Compilando le narrazioni, P (una Fonte Sacerdotale successiva, proveniente da Gerusalemme) potrebbe aver ridotto al minimo il senso di colpa di Aronne in materia, ma conservato la negatività associata al vitello. In alternativa, si potrebbe dire che non c’è una storia del vitello d’oro nella Fonte J e se è vero che la storia di Geroboamo è originale, come affermato da Friedman (cfr. supra), allora è improbabile che gli eventi del Vitello d’oro come descritti in Esodo si siano verificati del tutto. Friedman afferma che la distruzione dei Dieci Comandamenti da parte di Mosè quando vide l’adorazione del vitello d’oro, sia in realtà un tentativo di mettere in dubbio la validità del santuario centrale di Giuda, l’Arca dell’Alleanza. “L’autore di E, nel modellare la storia del vitello d’oro, ha attaccato sia le istituzioni religiose d’Israele e che quelle di Giuda”. Per quanto riguarda la probabilità che questi eventi abbiano mai avuto luogo, ci sono due versioni della storia dei dieci comandamenti, in E (Esodo20) e J (Esodo34), e questo dà una certa antichità alle fonti – inoltre ci possono essere alcuni eventi originali che servono come base per le storie. La storia del vitello d’oro è solo nella versione E e un redattore successivo ha aggiunto la spiegazione che Dio fece un secondo paio di tavole per dare continuità alla narrazione di J. Anche i Dieci Comandamenti come riportati inEsodo20sono stati inseriti dal redattore che ha unito le diverse fonti.
Gli archeologi Israel Finkelstein e Neil Asher Silberman asseriscono che, sebbene l’archeologia abbia trovato tracce lasciate da piccole bande di cacciatori-raccoglitori nel Sinai, non ci sono prove della grande massa di popolazione descritta nella storia dell’Esodo: “La conclusione – che Esodo non è accaduto nel tempo e nel modo descritto dalla Bibbia – sembra inconfutabile… ripetuti scavi e indagini in tutto il territorio non hanno fornito la benché minima prova”.
Un’interpretazione metaforica sottolinea la parola “oro” di “vitello d’oro” per criticare la ricerca della ricchezza. Tale uso si ritrova, tra l’altro, nella lingua spagnola, mentre Mammona, la personificazione dell’idolatria della ricchezza presente nei Vangeli, non è così comune.

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