Dal cervello normale al cervello plurale

Analizziamo la funzione dei cinque sensi (classici).

Ognuno di essi dispone di un tipo di cellule specializzate nel rilevamento di ogni forma di energia che oltrepassi la sua orbita recettiva. Si tratta di informazioni stimolative, distinte da quelle a carattere linguistico. Vale a dire “forme reali del cosmo” che in virtù del loro incessante movimento si approssimano alla forma-corpo, inducendo una re-azione in termini di atti motori e atti mentali. Allorché il dato originario viene trasmutato in informazioni linguistiche, mediante l’atto percettivo, è anche possibile un’ulteriore elaborazione che le trasformi in contenuti conoscitivi di tipo emotivo. La dicitura “contenuti conoscitivi emotivi” indica la presenza di informazioni stimolative dal duplice aspetto: da un alto, il dato originario, che può essere un odore, un sapore, l’immagine di qualcosa, un suono, un tratto di un corpo ruvido; dall’altro lato, il riconoscimento dello stesso. Attraverso il sistema nervoso (periferico), il dato originario è presto ricondotto al cervello (e al midollo spinale) – di modo che si passi dalla sensazione alla percezione e all’atto motorio.

A livello cerebrale, il dato originario non è più lo stesso, pur conservandosene la forma; sicché non viene custodito nella memoria a carattere verbale (benché sia a tutti gli effetti “linguistico”), ma in quella emotiva (ove sono custodite le percezioni sensoriali, perciò contenuti emotivi). Così, quando siamo in presenza di uno stesso odore – l’odore, per esempio, di un limone – può capitare di rievocare d’improvviso il contesto sensoriale in cui si manifestò la (sensazione-)percezione, relativamente a una (sensazione-)percezione intensa, di modo che non una qualsiasi (sensazione-)percezione di un limone ma quella associata ad altre intense (sensazioni-)percezioni. Allora, il nuovo limone, col suo odore acre permette il riaffiorare di immagini e altri frammenti sensoriali recuperati dalla memoria emotiva.

Ma, attenzione, la memoria emotiva non è scissa dalle altre tipologie di memoria, per esempio da quella verbale; sicché, il ricordo del contesto sensoriale del limone è in grado di restituire aspetti legati alla cognizione – e non necessariamente corrispondenti al momento in questione. Vengono su parole e frasi, cioè informazioni di carattere linguistico residue – che non hanno ancora subito un atto di processamento – o contenuti conoscitivi di natura linguistica. È pure possibile che a un contesto sensoriale si associ un contesto verbale che apparteneva ad altri contesti sensoriali o a contesti verbali privi di contesto sensoriale – s’immagina di aver detto delle parole mentre non è avvenuto affatto; s’immagina di non aver detto delle parole (o fatto qualcosa) mentre si sono dette (lo si è fatto). Questa sovrapposizione e confusione di contesti, come effetto di un reciproco scambio di messaggi da una memoria all’altra, deriva dalla natura dinamica del cervello, della memoria e degli apparati percettivi/appercettivi. Solleva tuttavia alcune problematiche: si pensi all’imputato in un processo che, preso dall’emozione del momento, finisce per confondere completamente le cose dichiarando di aver commesso o non commesso un fatto proveniente da tutt’altra circostanza. Vero è che spesso è la “gravità” del momento a determinare questi scambi di contesti; ma è anche possibile che tutto ciò si presenti spontaneamente.

Il cervello è costituito da un insieme di cellule neuronali specializzate nell’elaborazione (processamento) di informazioni (stimolative e linguistiche). Non esistono solo neuroni; ma anche altri tipi di cellule, probabilmente in grado di elaborare allo stesso modo informazioni. Tuttavia, non essendo utilizzate per questi compiti si sono atrofizzate e specializzate in altre funzioni. Sarebbe possibile, in sostanza, sfruttare altre sezioni del corpo per produrre elaborazioni mentali. La mente si estenderebbe a tutto il corpo; e se si accetta l’idea di mente collettiva, o di «supercervello», si può persino arguire la compresenza di centri di elaborazione dati periferici. Aspettiamo gli sviluppi delle specifiche neuroscienze, e intanto soffermiamoci sul centro elaborazioni dati più comunemente denominato cervello.

Quando si dice: «noi vediamo con il nostro cervello, non con i nostri occhi»[1], sembra andiamo contro il senso comune, invece convinto che siano gli occhi a vedere. La verità è che «i nostri occhi si limitano a rilevare dei cambiamenti nell’energia luminosa»[2]. Se non fosse coinvolto il cervello e la sensazione rimanesse a livello sensoriale, senza trasmissione alcuna e senza che scatti alcuna percezione, gli occhi “guarderebbero” ma senza vedere nulla e senza accorgersi di nulla. La percezione scatta invece praticamente sin da subito, simultaneamente, ed è perciò il cervello a vedere. Come l’informazione stimolativa giunge al cervello? Si è detto: attraverso il sistema nervoso periferico. I recettori presenti nell’occhio diventano solo «un punto di passaggio per le informazioni»[3], sono una specie di porte di accesso a un messaggio proveniente da chissà dove; eppure, si può argomentare: il corpo è tutto un recettore, e se non funzionassero i recettori dell’occhio, si potrebbero utilizzare quelli tattili, di modo che la mano sostituisca la retina[4]. Il problema è che il cervello è abituato a distinguere le provenienze sensoriali e sa, per esempio, che le informazioni stimolative tattili sopraggiungono dalla pelle e quelle visive dall’occhio e così via. Perciò, in linea di principio, il cervello vede attraverso gli occhi e non attraverso le mani, a meno che – questo il discorso centrale della neuroplasticità – la regione cerebrale dedicata all’elaborazione visiva non si adatti, tramite stimolazioni adeguate, a segnali di tipo nuovo. «Tale adattabilità implica la plasticità del cervello, nel senso che può riorganizzare il proprio sistema sensorio-percettivo»[5]. Non s’intende compiere un salto paradigmatico, dal «localizzazionismo» di ascendenza brocana[6] a un plasticismo dalle vaghe tinte pluralistiche. Si vuole proporre un nuovo modo di interpretare il cervello, adducendo plausibili argomentazioni per arrivare a un “di più”. Non stiamo parlando di «supercervello» – non è di questo, qui, che stiamo trattando quanto piuttosto di un «cervello infinito», un «cervello plurale».

Se l’area del cervello dedicata alle elaborazioni percettive visive fosse integra ma fossero difettosi i recettori sensoriali, non sarebbe comunque possibile sfruttarla, risultando inutilizzata; ma se i segnali le provenissero da altri recettori basterebbe che si adattasse ad elaborare questi segnali apparentemente sconosciuti. Sarebbe opportuno inoltre che l’area del cervello dedicata alle specifiche elaborazioni di questo nuovo recettore, si disattivasse temporaneamente per consentire all’altra di esercitarsi ad interpretare il segnale e di funzionare. Evidente, ciò non avviene, e perciò a funzionare saranno al più tutt’e due le aree, quella visiva, priva di recettori visivi, e quella tattile che conserva l’integrità dei recettori tattili.

Ovviamente, se non fosse possibile sfruttare alcuna capacità percettiva del cervello, nel caso per esempio abbia subito gravissimi danni, non vi sarebbe altra possibilità che sfruttare aree di elaborazione neuronali extracerebrali. Gli esseri umani in genere non hanno queste capacità, non hanno sviluppato queste potenzialità, e si tratterebbe di risvegliare sezioni del corpo completamente in catalessi. Per ora non ci affrettiamo a trovare soluzioni, confidando nei risultati degli studi specialistici dei neuroscienziati.

La sezione individuata da Broca come centro linguistico è quella del lobo frontale sinistro, detta anche «Area di Broca». Non molto tempo dopo la sua scoperta, Carl Wernicke sostenne che il linguaggio sia associato a un’area diversa da quella proposta da Broca. Cominciava la corsa alla mappatura del cervello, nel quadro di un’impostazione rigoristica, secondo la quale ogni area ha la sua funzione. Si diceva: «una funzione, una localizzazione»[7]; se una parte era danneggiata, il cervello non avrebbe potuto riorganizzarsi o recuperare la funzione compromessa.

Nel 1868, Jules Cotard studiò il caso di alcuni bambini che parlavano normalmente, nonostante fosse compromessa la funzionalità dell’intero emisfero sinistro. Man mano si fa largo l’idea della plasticità del cervello, ritenendo possibili una poli-percettività e una poli-sensorialità: ogni area è in grado di adattarsi, dinamicamente, a svariati tipi di elaborazioni, per dati provenienti da più di un senso. Ciò significa partire dal presupposto che «i moduli del cervello, dopotutto, no sono poi così specializzati»[8]. Ogni modulo può ampliarsi al punto da sviluppare una capacità percettiva supplementare. Occorre un esercizio continuo e tenace. Senza allenare il modulo a riadattarsi e ad ampliarsi, tutto resta com’è. Qui, esercizio è sinonimo di riabilitazione vera e propria, e si tratterebbe di capire come debba organizzarsi concretamente un trattamento di stimolazione cerebrale. Siamo nel campo della neuropsicologia, al reparto neurologia e riabilitazione. Il paziente ha bisogno di essere motivato quotidianamente, attraverso piani di lavoro, esercizi, accorgimenti, tecniche e quant’altro possa contribuire a trovare la forma riabilitativa più appropriata alla rieducazione cura. Occorre lavorare sulla motivazione del medico stesso che opera le scelte e coordina l’esecuzione degli esercizi riabilitativi. Se il paziente non dovesse migliorare, dopo diverse sedute, è naturale un senso di frustrazione che insorga anche in chi ne aveva promosso e seguito l’intervento.

Gli esperimenti che dimostrano possibile una nuova «cablatura» del cervello sono ormai numerosi. Lo scienziato Mriganka Sur ha ricablato chirurgicamente il cervello di un cucciolo di furetto: «solitamente il nervo ottico va dall’occhio alla corteccia visiva, ma Sur ha dirottato il nervo ottico del furetto dalla corteccia visiva a quella uditiva, scoprendo che l’animale aveva imparato a vedere»[9]. Altri importanti studi sono quelli di Alexsandr Lurija, riconosciuto fondatore della neuropsicologia, e quelli di Marx Rosenzweig, un ricercatore dell’Università della California di Berkeley, che aveva indagato sulla natura e le funzioni dei neurotrasmettitori, dimostrando che sia possibile modificare la struttura attraverso appropriati esercizi stimolatori. Il cervello, in un contesto plurale, può essere allenato come un qualunque muscolo. Man mano si rafforza l’idea che non vi è alcun rapporto biunivoco – come pure era stato a lungo presupposto – tra senso e modulo cerebrale. Al contrario, il cervello presenta una forte componente plastica, e non è più possibile continuare a indulgere in vecchi dogmi sull’immutabilità e rigidità cerebrale: non esiste una separazione tra corteccia uditiva e corteccia visiva, come non esistono separazioni tra le varie aree del cervello, ma coesistenza; che significa poter agire su un’area cerebrale allorché se ne rende indispensabile l’utilizzo e l’ampliamento. D’altronde, cos’è un bastone per un non vedente?

Si è potuto infine dimostrare che gli stessi disturbi dell’apprendimento, a lungo classificati come generici ritardi mentali, più o meno vistosi, privi di ogni intervento educativo speciale, possono essere invece trattati con esercizi stimolatori, senza l’adozione di dispositivi compensativi. Altre problematiche possono riguardare l’incapacità di ricordare le parole e le frasi. Si tratta di disturbi del linguaggio. Normalmente, si è in grado di ricordare sette elementi distinti (per esempio sette cifre), ma ci sono persone che non riescono a ricordarne neppure tre. Studenti che prendono appunti in modo compulsivo, che violano ripetutamente le regole, per quanto gli si ripeta cento volte di non farlo, sono spesso trattati come pigri e indisciplinati, mentre hanno delle difficoltà mentali – difficoltà che possono essere trattate con esercizi che coinvolgano la memoria meccanica e non solo.

L’approccio educativo di un secolo fa prevedeva «la memorizzazione meccanica di lunghe poesie in lingua straniera, che rinforzava la memoria uditiva (e quindi il pensare attraverso il linguaggio) e un’attenzione quasi fanatica per la calligrafia, che probabilmente contribuiva allo sviluppo delle abilità motorie, favorendo non solo la scrittura ma anche la velocità e la fluidità nella lettura e nell’eloquio. Spesso si dava grande importanza anche a una perfetta dizione e pronuncia delle parole»[10]. Negli anni Sessanta, gli insegnanti eliminarono gran parte di questi esercizi, ritenendoli rigidi e noiosi. Si contribuiva a diplomare studenti che non sapevano parlare, che avevano necessariamente bisogno di appunti per sostenere un’interrogazione o un esame. E ora, in massima tranquillità, sono quegli stessi insegnanti a utilizzare PowerPoint per esporre le loro rigide e noiose lezioni.

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[1] Il cervello infinito, cit., p. 27.

[2] Ivi, p. 28.

[3] Ibidem.

[4] Se anche la sensibilità tattile fosse compromessa da qualche grave danno subito o a causa di malattie come per esempio la lebbra – che distrugge la pelle e le terminazioni nervose – occorrerebbe garantirsi l’accesso informativo per vie traverse, dando modo al cervello di riorganizzare i propri moduli percettivi. Si potrebbe anche tentare di recuperare eventuali zone sane dell’apparato sensoriale, per esempio parti di pelle che hanno conservato – ma come? – la sensibilità tattile. E se ciò non fosse possibile e non fosse possibile produrre artificialmente sensori sostitutivi, non vi sarebbe altra via che quella di sfruttare la plasticità del cervello e delle stesse strutture del sistema nervoso.

[5] Ibidem.

[6] Il primo a distinguere diverse aree nel cervello fu Paul Broca, nella seconda metà dell’Ottocento. Per «localizzazionismo» intendiamo quel modello neuropsicologico secondo il quale ogni regione cerebrale è deputata a una particolare e unica funzione senza interazione con le altre aree encefaliche.

[7] Ivi, p. 29.

[8] Ivi, p. 30.

[9] Ivi, pp. 37-38.

[10] Ivi, p. 55.

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