Convincere senza vincere

Oggi un caro amico mi ha fatto notare che ho cercato di convincerlo a pensare plurale. Ora, io credo che questo non sia vero, ma non vorrei convincervi; altrimenti avreste una prova che non perdo occasione per convincere qualcuno a pensarla come me.

Come fare tuttavia a convincervi che non intendo convincervi? O meglio, come potrei non convincervi senza convincervi?

Nutro il desiderio e la speranza di aiutare gli altri a pensare plurale, questo sì. Mi servo della dimostrazione e della logica, della filosofia e della retorica. Qualche volta esagero. Però, una domanda intendo porla: cosa significa aiutare gli altri a pensare plurale? Significa forse indurre qualcuno a pensarla come me? Credo proprio di no.

Quando vedo le persone imprigionate inconsapevolmente in certi schemi mentali, e si incartano come salmoni, me ne dispiace. Soprattutto, e non posso farci niente, mi duole non riuscire a instaurare un dialogo con loro. Parlare, capirsi, ascoltarsi, sviluppare idee nuove durante una discussione è qualcosa di meraviglioso. Tanto quanto complicato. Certo, un po’ di passione ravviva, un minimo di attrito non dovrebbe mancare, ma senza superare i limiti della decenza e della creanza, perché il fine di una discussione non può essere quello di indurre l’altro ad accettare un certo modo di pensare. Non si dovrebbe proprio parlare sospinti da un’idea, guidati da questa idea, diretti a questa sola idea. Questo è monismo dialogico. L’esatto contrario di una comunicazione plurale.

Eppure, non è facile dialogare in modo pacato senza alcun riferimento e schema-guida. Certe volte mi vedo osteggiato persino sul senso stesso della pluralità. C’è chi mi dice: Il mondo non è plurale, è Uno. Altri affermano: Dio ha creato il mondo, e non c’è altro dio che il mio Dio. Più parliamo, più lascio spazio all’interlocutore, più il discorso si perde e disperde nei meandri dell’incomprensione. Quando non si hanno argomenti, si finisce per procedere alla cieca, a dire cose inventate al momento, escogitando ragioni pompose al solo scopo di prevalere nella discussione. La diatriba arreca fastidio… perché si avverte la sensazione di perdere del tempo.

Ora, io so benissimo che è del tutto inutile discutere con chi è apriori chiuso alla possibilità di cambiare idea. Costui ha paura di essere confutato, di perdere le proprie certezze. Teme l’inconsueto. Si sente attaccato, e si mette sulla difensiva. Poi, gli sovvengono le fatiche profuse per arrivare a pensare nel modo in cui pensa; rievoca le esperienze che lo hanno indotto a pensare così. E cambiare idea equivale, per lui, a una svalutazione delle proprie esperienze. A una perdita. A una rinuncia intollerabile. Si chiede: perché mai dovrei infrangere un equilibrio mentale, ripetere un processo, quello della riflessione, che procura il dispendio di cotante energie? Meglio continuare a far finta che non esista altra considerazione oltre quella già pensata, che non ci sia più nulla da dire o da aggiungere. Meglio farla finita…

Viviamo in una Babele di linguaggi, totalmente avvinti dall’impulso a voler dire ciò che frulla in mente. Siamo nervosi, stressati, fragili come piume. Rinunciare a un’idea equivale a perdere una parte di sé. Vogliamo che tutti sappiano cosa pensiamo, cosa abbiamo pensato, che dichiarino di apprezzarci. Non riusciamo a trattenerci. Irrompe l’Ego.

Viviamo nel fragore della civiltà… nel non-silenzio; e io mi sento vittima del sistema logorroico della Parola. Soffro questa situazione, e vorrei contribuire a superare l’impasse della mente monistica, caotica e logorante. Però, convincere qualcuno della necessità, non solo dell’opportunità, di rinunciare a riferimenti fissi per essere più aperti e plurali, è da intendersi come imposizione.

L’apparente enigma è uno dei temi principali della scienza dell’educazione, ma andrebbe riformulato nel modo seguente: convincere qualcuno non significa minare l’equilibrio altrui… Non significa sottrarre… ma aggiungere. Non si deve avere come obiettivo il trasferimento di un’idea, ma creare le condizioni affinché il discente maturi l’autonoma convinzione di dover cambiare idea. Ciò che conta, in ogni relazione educativa, è il processo di maturazione della convinzione.

Cos’è importante, parlare per far ripetere certe parole, oppure esprimere delle idee per suscitare una certa riflessione, anzi una certa curiosità…  Credo non sia importante aver successo in una discussione. Il successo dura un attimo, e non rende più forti e sicuri. Sempre… incalza la voce della verità non assoluta… e allora, a che serve innalzare un flaccido trofeo della vittoria?

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